sabato 28 febbraio 2009

In Canada: inginocchiatevi alla consacrazione!



La notizia non è fresca e la trovate a questo link; ma in un’epoca in cui si continuano a buttar via panche e inginocchiatoi dalle chiese, per sostituirli con seggioline da sala d’aspetto del medico della mutua, ci sembra un rinfrescante sorso d’acqua fresca che... fa sempre piacere. Ecco, secondo il giornale The Ottawa Citizen del 3 dicembre scorso, quanto ha disposto l’Arcivescovo di quella città, Mons. Terence Prendergast (raffigurato nella foto qui sopra):



L’arcivescovo di Ottawa ha ordinato che tutti i cattolici si conformino nel modo di inginocchiarsi durante la Messa, nonostante diffuse lamentele che uniformità non significa santità, e nemmeno unità. L’Arcivescovo Prendergast ha chiesto, con una lettera circolare, che ognuno si inginocchi durante la preghiera eucaristica, dal Santo fino a "Mistero della Fede": cinque minuti in tutto [shocking!]
Al momento, alcuni stanno in piedi per quasi tutta la preghiera, inginocchiandosi solo quando il prete prepara la comunione [sic!]. Altri stanno in piedi sempre, altri sempre inginocchiati. L’Arcivescovo scrive: "ho notato un ampio ventaglio di pratiche... che rappresentano un’assenza di armonia in una materia in cui dovremmo essere uniti: l’adorazione di Dio. So che può non essere facile per alcuni da accettare. Comunque, sono convinto che l’applicazione di questa regola porterà benedizioni alla nostra arcidiocesi e vi invito a cooperare".
In un'intervista successiva, ha spiegato: "E’ un segno di riverenza. La gente dice: ‘non mi piace, siamo un popolo libero, non dobbiamo più inginocchiarci a Dio’ e io rispondo ‘Aspettate, noi dobbiamo inchinarci a Dio. Cristo si inginocchiò nel giardino. La gente si inginocchiava davanti a Gesù. Perché non possiamo farlo noi per pochi minuti a Messa?’"

[...]

Sembra una piccola cosa chiedere ai fedeli di inginocchiarsi a Messa, ma gli oppositori dicono che quello è il punto, specialmente perché questo è il primo ordine fermo dell’arcivescovo dacché si è insediato l’anno scorso.
"E’ tutto quello che sanno pensare?" si è chiesto l’ex consigliere di Ottawa Toddy Kehoe, un parrocchiano di St. Joseph’s: "Non mi pare che la chiesa cattolica si occupi di cose amorevoli. Non li vedo come la comunità che si cura degli altri come dovrebbe essere. Non importa se uno sta in piedi o in ginocchio".
Il rev. Richard Kelly di St. Joseph’s ha rifiutato di commentare, così come il membro dello staff parrocchiale che pur aveva scritto in una mail: "E’ difficile credere che un inginocchiatoio sia un argomento di quella importanza, e vorrei poter dire qualcosa di significativo per quel pezzo di mobilio, e per la postura di preghiera che ci si chiede di assumere, ma viviamo in tempi difficili e il focus per noi come parrocchia è davvero come possiamo partecipare nella verità e nel processo di riconciliazione con la comunità aborigena del Canada" [un culmine di involontario umorismo. ‘Benaltrismo’ ai suoi massimi livelli: si proponga qualsiasi cosa di buono, gli oppositori, non potendo dire che l’innovazione è cattiva, diranno sempre che ‘ben altri sono i problemi da affrontare’. Ma quello della riconciliazione con gli aborigeni... wow! E soprattutto, che cosa c’entri con l’inginocchiarsi...]
Perfino il rev. William Burke, direttore associato dell’ufficio liturgico nazionale alla conferenza episcopale canadese, si è rifiutato di commentare per paura di alimentare la controversia. I vescovi canadesi hanno già concordato di adottare questa regola quando il nuovo messale sarà introdotto nel prossimo futuro.
L’arcivescovo Prendergast riconosce le tensioni sottostanti: "Ogni volta che parli di liturgia, si ripercuote su qualsiasi altra cosa che avviene nella Chiesa. Proprio ora, la Chiesa cattolica si domanda: ‘La Messa, è una cosa nostra, oppure di Dio? C’è una certa tensione nella Chiesa su questo. Dopo 40 anni dal Concilio Vaticano, ci siamo allontanati da certi aspetti di riverenza; stiamo cercando di avere più armonia e coordinazione. L’armonia aiuterà a sostenere un senso del culto divino, qualcosa che è sfuggito via. Quel che è accaduto alla liturgia è che le si è chiesto di contenere troppe cose. Ad una Messa, la gente divenne così entusiasta nel salutarsi allo scambio della pace, che ci sono voluti 45 minuti per ritornare ai banchi e riprendere la funzione. Questo non c’entra con la Messa. Che riguarda invece l’adorazione di Dio. Una volta, nessuno mai applaudiva. Ora, applaudono per qualsiasi cosa. Diventa più come un concerto".

Circa il suo messaggio autoritario, Mons Prendergast ha detto: "Il vescovo è il mentore della liturgia, il moderatore, quello che dirige il gioco. Cerco di farlo con gentilezza".
Nondimeno, sia al clero sia ai fedeli dice: "So che non siete d’accordo, ma vorrei che mi seguiste. Se qualcuno viene in chiesa e ostinatamente resta in piedi, non verrà richiesto di andarsene. Certo ti domandi: che cosa provano quando ci sono 2 persone in piedi in una chiesa e 500 in ginocchio? Certe persone devono sempre farti sapere che hanno ragione loro".

Messa straordinaria in diocesi di Salerno

Riceviamo e con piacere pubblichiamo questo comunicato. Ci fa piacere constatare che si è costituito un gruppo stabile nella difficile (per colpa di un vescovo molto ostile) arcidiocesi di Salerno.
Sabato, 14 marzo ore 18 il gruppo di "Militia Christi circolo compagnia di san Michele" ha organizzato dopo quarant’ anni di assenza sul territorio, la Santa Messa in antico rito che si terrà nella Chiesa di sant’Andrea apostolo a Villa, frazione di Fisciano.

Noi come gruppo di giovani facenti parte del gruppo di "militia Christi" siamo rimasti affascinati da questa Messa in antico rito dove abbiamo attinto abbondanti frutti spirituale giacché infatti favorisce il raccoglimento e l’orazione quale elevazione della mente a Dio e si percepisce in qualche modo la bellezza e la sacralità di Dio grazie all’organo e ai canti in gregoriano, grazie al massimo rispetto verso il Santissimo Sacrificio e il Santissimo Sacramento dell’altare; ciò si manifesta nelle frequenti genuflessioni e nella massima cura dei frammenti eucaristici. Questo è importante soprattutto oggi che la gente si allontana dalla S. Messa quando essa è banalizzata, quando perde solennità e decoro e finisce purtroppo per essere ridotta spesso solo ad un concertino. Il cuore dell’uomo ha sete del soprannaturale e se non lo trova si rivolge altrove !

La Messa in antico Rito ancor più oggi va valutata perché il Papa con il Motu Proprio "Summorum pontificum", ha liberalizzato ancor più questa Messa non nel senso di sostituire quella moderna tutta in italiano, ma nel senso di supplire alla necessità spirituale di tutti quei fedeli che ne fanno richiesta. In ogni caso la S. Messa di San Pio V è una libera scelta di chi la chiede o desidera parteciparvi. Dunque noi fedeli abbiamo la possibilità di partecipare a due tipi di Messe anche perché come dice questo documento sopra indicato, emanato dalla Santa Sede, il Sacerdote (e lo vogliamo sottolineare bene ) per celebrarla, non ha bisogno di alcun permesso, né della sede apostolica, né del suo ordinario (cioè vescovo). Eppure la cosa sembra non riguardare la nostra diocesi a causa dei diversi veti imposti da monsignor Gerardo Pierro a sacerdoti e a gruppi di fedeli che lecitamente ne hanno fatto richiesta. Insomma sembra proprio che questa Messa "non s’hadda fare". La celebrazione della S. Messa di San Pio V, come la celebrazione degli altri Sacramenti secondo il rito romano antico, dopo la pubblicazione del Motu proprio del Papa è un diritto acquisito in tutta la Chiesa e per tutta la Chiesa e nessuno, a nessun titolo, può negare o conculcare questo diritto.

La Fraternità S. Pio X non sarebbe pronta a riconoscere tout court il Concilio Vaticano II

di RACHAD ARMANIOS
(Traduzione nostra)

Polemica – Il Vaticano esige il riconoscimento del Concilio per reintegrare i lefebvriani. E’ “mettere il carro davanti ai buoi”, denuncia Mons. Fellay

La revoca della scomunica ai quattro vescovi della Fraternità sacerdotale S. Pio X (FSSPX) non significa “integrazione” nella Chiesa, ma è una porta aperta per il dialogo, aveva precisato la Segreteria di Stato, il 4 febbraio, in reazione alla polemica nata dalle affermazioni negazionisti che di uno dei prelati riabilitati, Mons. R. Williamson (che è appena rientrato in Gran Bretagna). Ora, Roma pone come condizione di questa infrazione il “pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II”, come quello “del magistero dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Gian Paolo I, Gian Paolo II e di Benedetto XVI stesso”.
Nessun problema sul secondo punto, ma la Fraternità scismatica insiste sulle sue posizioni per quel che concerne la sua denuncia violenta contro il Concilio, in nome della sua battaglia per la “restaurazione della tradizione”. Secondo la Fraternità, gli incontri, in vista del dialogo, non sono ancora stati fissati, ma le due parti vi stanno lavorando.
Intervista con il superiore della FSSPX, mons. B. Fellay, successore del vescovo Lefebvre.
La condizione posta da Roma per una reintegrazione della Fraternità nella Chiesa è il riconoscimento del Concilio Vaticano II. La Fraternità è pronta a fare questo passo?
No. Il Vaticano ha riconosciuto la necessità di intrattenere preliminari con lo scopo di trattare delle questioni di fondo provenienti giustamente dal Concilio Vaticano II. Fare del riconoscimento del Concilio una condisione preliminare è come mettere il carro davanti ai buoi.

Voi avete dichiarato, durante i rapporti con le autorità romane in vista di una reintegrazione, di volere pervenire ad una restaurazione solida della Chiesa. La Vostra speranza è dunque che la Chiesa ritorni sui suoi passi rispetto ai traguardi del Vaticano II?
Sì. Perché questi traguardi sono delle clamorose perdite: i frutti del Concilio sono stati di vuotare i seminari, i noviziati e le chiese. Migliaia di preti hanno abbandonati il loro sacerdozio e milioni di fedeli hanno cessato di praticare o si sono rivolti a sette. Il credo dei fedeli è stato snaturato. Veramente sono degli strani traguardi.


A questo propostio la Fraternità è sempre ostile alla libertà di coscienza in materia di reglione, all’ecumenismo e al dialogo interreligioso?
E’ indubbio che l’adesione ad una religione necessiti un atto libero. Dunque, molto sovente quando si dice che la Fraternità è contro la libertà di coscienza in materia di religione, si attribuisce alla Fraternità una teoria che essa non ha. La coscienza è l’ultimo giudizio sulla bontà delle nostre azioni. E in questo senso nessuno può agire contro la propria coscienza senza peccare. Resta che la coscienza non è un assoluto: essa dipende dal bene e dal vero oggettivi e che tutti gli uomini hanno, quindi, il dovere di formare e di educare correttamente la propria coscienza. Così come la Chiesa è responsabile e deve illuminare e guidare le nostre intelligenze limitate e spesso ottenebrate. Per quel che concerne l’ecumenismo o il dialogo interreligioso, tutto dipende da cosa si intende con questi nomi. Regna una grande confusione nello spirito di questi vocaboli. Molto evidentemente, come tutti gli uomini e per il bene della società noi ci auguriamo di vivere in pace con tutti gli uomini, tutti insieme. Sotto il profilo religioso noi ci auguriamo di rispondere ardentemente al desiderio di Nostro Signore: “Che tutti siano uno”, affinché ci sia “un solo gregge e un solo pastore”. Se per ecumenismo si intende il perseguimento di questo scoto nobilissimo, noi siamo evidentemente d’accordo. Se, al contrario, si intende un cammino che non cerchi questa unità fondamentale, unità che passi obbligatoriamente per un riconoscimento della Verità – di cui la Chiesa Cattolica si dice tutt’oggi la sola detentrice nella sua integralità – allora noi protestiamo. Di fatto, si vede che attualmente l’ecumenismo resta ad un livello molto superficiale d’intenti e di vita nella società, senza però andare al fondo delle cose.

Di quale statuto in seno alla Chiesa la Fraternità potrebbe beneficare?

Si vedrà se le discussioni dottrinali sfoceranno in qualche cosa di positivo. A Dio piacendo.
***
Testo in lingua originale
POLÉMIQUE - Le Vatican exige la reconnaissance du concile pour réintégrer les lefebvristes. C'est «mettre la charrue avant les boeufs», dénonce Mgr Fellay.
La levée de l'excommunication de quatre évêques de la Fraternité sacerdotale Saint-Pie X (FSSPX) ne signifie pas une «intégration» dans l'Eglise, mais est une porte ouverte pour le «dialogue», avait précisé la Secrétairie d'Etat, le 4 février, en réaction à la polémique créée par les propos négationnistes de l'un des prélats réhabilités, Mgr Richard Williamson (qui vient de rentrer en Grande-Bretagne). Or Rome pose comme condition de cette intégration la «pleine reconnaissance du concile Vatican II», ainsi que «du magistère des papes Jean XXIII, Paul VI, Jean-Paul Ier, Jean-Paul II et de Benoît XVI lui-même». Pas de problème pour le second point, mais la fraternité schismatique campe sur ses positions en ce qui concerne sa dénonciation virulente du concile, au nom de son combat pour la «restauration de la tradition». Selon la fraternité, les rencontres en vue du dialogue n'ont pas encore été agendées, mais les deux parties y travaillent. Entretien avec le supérieur de FSSPX Mgr Bernard Fellay – successeur de feu l'évêque Lefebvre. Entretien.
La condition posée par Rome à une réintégration de la Fraternité dans l'Eglise est la reconnaissance du concile Vatican II. La Fraternité est-elle prête à franchir ce pas?
Non. Le Vatican a reconnu la nécessité d'entretiens préalables afin de traiter des questions de fond provenant justement du concile Vatican II. Faire de la reconnaissance du concile une condition préalable, c'est mettre la charrue avant les boeufs. Vous avez déclaré vouloir, dans les entretiens avec les autorités romaines en vue d'une réintégration, parvenir à une restauration solide de l'Eglise. Votre espoir est-il donc que l'Eglise revienne sur les acquis de Vatican II?Oui, car ces acquis sont de pures pertes: les fruits du concile ont été de vider les séminaires, les noviciats et les églises. Des milliers de prêtres ont abandonné leur sacerdoce et des millions de fidèles ont cessé de pratiquer ou se sont tournés vers les sectes. La croyance des fidèles a été dénaturée. Vraiment, ce sont de drôles d'acquis!
A ce propos, la fraternité est-elle toujours hostile à la liberté de conscience en matière de religion, à l'oecuménisme et au dialogue interreligieux?
Il est bien évident que l'adhésion à une religion nécessite un acte libre. Et donc bien souvent lorsque l'on dit que la fraternité est contre la liberté de conscience en matière de religion, on prête à la fraternité une théorie qu'elle n'a pas. La conscience est l'ultime jugement sur la bonté de notre action. Et dans ce sens nul ne peut agir contre sa conscience sans pécher. Reste que la conscience n'est pas un absolu, qu'elle dépend du bien et du vrai objectifs et que tout homme a par conséquent le devoir de former, d'éduquer droitement sa conscience. C'est ainsi que l'Eglise se doit d'être une mère responsable qui éclaire et guide nos intelligences bornées et souvent enténébrées. En ce qui concerne l'oecuménisme ou le dialogue interreligieux, tout dépend de ce que l'on met sous ces mots. Il règne une grande confusion dans les esprits à ce sujet. Bien évidemment, comme tout être humain et pour le bien de la société, nous souhaitons vivre en paix avec tous les hommes, nos semblables. Sur le plan religieux, nous souhaitons répondre ardemment au désir de Notre Seigneur: «Que tous soient un», afin qu'il n'y ait plus «qu'un seul troupeau, un seul pasteur...» Si par oecuménisme, on entend la poursuite de ce but très noble, nous sommes évidemment pour. Si par contre on y voit un chemin qui ne cherche pas cette unité fondamentale, unité qui passe forcément par un regard de vérité – ce dont l'Eglise catholique se dit encore aujourd'hui le seul possesseur dans son intégralité! – alors nous protestons. En fait, on voit qu'actuellement l'oecuménisme en reste à un niveau très superficiel d'entente et de vie en société, mais sans aller au fond des choses.
De quel statut au sein de l'Eglise la fraternité pourrait-elle bénéficier?
On verra cela si les discussions doctrinales débouchent sur quelque chose de positif. Ce que Dieu veuille!

LE COURRIER © Copyright Le Courrier, 26 febbraio 2009 consultabile online anche qui.

Alla Santa Sede non bastano le recenti scuse di Mons. Williamson

Padre Lombardi, direttore della Sala Stampa della S. Sede ha affermato l'inadeguatezza delle scuse dell'Arcivescovo Mons. Williamson, da poco partito dall'Argentina per riparare a Londra.
“Non si tratta - ha affermato padre Lombardi - di una lettera indirizzata al Santo Padre o alla Commissione Ecclesia Dei. La ‘dichiarazione’ del vescovo non sembra rispettare le condizioni stabilite nella nota della Segreteria di Stato del 4 febbraio 2009, dove si diceva che egli ‘dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah”.

© Copyright Radio Vaticana
Pubblicato da Raffaella a
17.10

Il Cardinale, Lord di Sua Maestà Britannica

L'ANSA annuncia:
LONDRA, 27 FEB - Il cardinale Murphy-O'Connor, capo della chiesa cattolica di Inghilterra e Galles, entrera' con ogni probabilita' nella camera dei Lord. Sara' il primo vescovo della chiesa di Roma ad assumere il titolo dall'epoca della Riforma protestante. Secondo il Times, al cardinale verra' offerto il posto da Pari appena lascera' la guida della chiesa cattolica oltremanica, tra qualche settimana. Gordon Brown ha detto che la possibilita' di un suo ingresso tra i Lord sara' oggetto di discussioni.

Tensioni recenti

Vi proponiamo da Il sole 24 ore del 27 febbraio le parti più importanti di un interessante articolo di Carlo Marroni che l’autore titola “Ratzinger e la Chiesa in ordine sparso

Il segnale che il livello di guardia è ormai raggiunto è arrivato da Londra. Il cardinale Cormac Murphy-O'Connor, capo della Chiesa cattolica inglese, ha vietato all'arcivescovo di curia, Raymond Burke, prefetto della Segnatura apostolica, di celebrare nella cattedrale di Westminster una messa in latino secondo le nuove regole del Motu Proprio del 2007 sul messale tridentino. Burke, americano, non è un vescovo tra i tanti: è un falco, uno dell'ala dura dei custodi della tradizione voluto direttamente da Benedetto XVI di cui è giurista di fiducia. Si sta lentamente abbassando il polverone sul caso dei lefebvriani e del vescovo negazionista Richard Williamson, […] e si può vedere con più chiarezza il duro confronto in atto tra le varie anime della Chiesa, immediatamente sotto il Soglio di Pietro. Conservatori e progressisti sono categorie che solo in piccola parte riescono a definire quello che spesso sfocia in scontro, visti i registri usati di là dal Tevere e nelle curie vescovili dell'Italia e del resto del mondo.
Il governo della Chiesa di Benedetto XVI, che si avvia verso il quarto anno di pontificato, fa fatica a comunicare con il resto del mondo - che si commuoveva ai messaggi universali di Karol Wojtyla - e stenta a declinare la lotta al relativismo etico di Joseph Ratzinger. Che negli ultimi giorni è venuto allo scoperto come era difficile immaginare fino a qualche tempo fa: non lasciatemi solo, ha detto il Papa, e ha denunciato le divisioni all'interno della Chiesa. Il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, governa con decisione ma si tiene abilmente al di sopra delle questioni che stanno sul tappeto e che mettono in risalto come le diverse fazioni si confrontino sui singoli temi.
Un segnale fortissimo - e del tutto ignorato - è stato il messaggio di ringraziamento del Papa ai vescovi spagnoli che lo hanno sostenuto nella revoca della scomunica ai tradizionalisti. L'episcopato spagnolo, guidato dal cardinale di Madrid Antonio Rouco Varela, è considerato quello più conservatore. Dalla Spagna proviene il cardinale Antonio Canizares Liovera, "il piccolo Ratzinger", promosso di recente da vescovo di Toledo a Prefetto per il Culto divino. I vescovi spagnoli sono quelli che portano in piazza due milioni di fedeli contro il Governo Zapatero […] e che organizzeranno la prossima Giornata mondiale dei giovani. Il ringraziamento pubblico del Papa, del tutto inconsueto, è un messaggio a quegli episcopati che invece lo hanno attaccato o comunque non sostenuto nella vicenda dei lefebvriani: dai tedeschi ai francesi, dagli svizzeri agli austriaci.
In Austria, il cardinale di Vienna, Christoph Schőnborn, vecchio allievo del professor Ratzinger, ha criticato “i collaboratori del Papa” che hanno gestito la vicenda Williamson e ha dovuto convincere Roma a revocare la nomina a vescovo ausiliare di Linz dell'ultraconservatore Gerhard Wagner. Il perdono dei lefebvriani - gestito dal cardinale Dario Castrillon Hoyos, ora nell'occhio del ciclone - è ancora a metà strada e le difficoltà per arrivare alla riabilitazione piena della Fraternità San Pio X, sembrano enormi. […]
Molte delle alte cariche di curia nominate da Benedetto XVI - il sostituto Fernando Filoni e i cardinali William Levada (Dottrina della fede), Ivan Dias (Propaganda fide) e Claudio Hummes (Clero) - sono indicate su posizioni sempre più liberali, e rafforzano il partito dei "diplomatici", capeggiato idealmente da Achille Silvestrini e dall'ex segretario di Stato Angelo Sodano, che non condivide la linea intrapresa dal Vaticano. Anche su questioni internazionali di portata storica.
Prima di tutte quella su Israele: il viaggio del Papa ha ancora delle incognite, rappresentate dalla visita al mausoleo di Yad Vashem (dove c'è la didascalia con le accuse a Pio XII) […]
Poi la Cina, nel cuore del Papa che due anni fa scrisse una lettera ai cattolici cinesi che devono vivere in una condizione di semi clandestinità: il confronto con Pechino è uno dei dossier più scottanti della segreteria di Stato. E anche su questo punto le scuole di pensiero si confrontano; da una parte il cardinale di Hong Kong, Joseph Zen (stimato dal Papa, che lo invitò a guidare le meditazioni della Via Crucis la scorsa Pasqua) è per la linea dura con il regime comunista, mentre dentro la curia si spinge per un maggior dialogo (spiccano l'arcivescovo Claudio Maria Celli, […] e il sottosegretario Piero Parolin, impegnayo per un accordo con il Vietnam).
L'altro tema-chiave della Chiesa di Benedetto XVI è il ruolo della Cei. Dopo l'uscita di Camillo Ruini, due anni fa, e del segretario generale Giuseppe Betori, lo scorso ottobre, si è realizzato il progetto di Bertone, che nel 2007 inviò alla Conferenza un messaggio pubblico netto: a guidare la politica e i rapporti con il Palazzo in Italia sarà la segreteria di Stato. E cosi è stato. Il cardinale Angelo Bagnasco ha avviato con convinzione una linea di intervento sulla pastorale, accantonando progressivamente l'interventismo che aveva caratterizzato la gestione ruiniana, e culminato con il Family day e il fallimento del referendum sulla legge 40. La nomina del vescovo Mariano Crociata a segretario ha confermato questa linea: la Cei interviene sulle questioni dell'immigrazione, sulle difficoltà e gli aiuti alle famiglie disagiate, sui giovani, sulla cultura. Ma ha abbassato moltissimo i toni sui valori non negoziabili - a partire dal testamento biologico, partita-chiave dei prossimi mesi che si gioca a diversi livelli (si segnala un attivismo dello stesso Betori, ora arcivescovo di Firenze, considerato su posizioni più dialoganti).
A fronte di un minore peso politico della Cei cresce l'articolazione sul territorio dei vari vescovi: i falchi della linea dura, i terzisti (o pontieri, secondo vecchie definizioni mutuate da Montecitorio) e le colombe progressiste pronte a parlare con il mondo secolarizzato. Questi ultimi, di stampo martiniano - fu proprio il cardinale Carlo Maria Martini a dire per primo no all'accanimento terapeutico - si riconoscono nel cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, attivissimo nell'ultimo anno, specie sul fronte sociale. Bagnasco è considerato il capo fila dei "terzisti" saldi nei principi ma pronti al dialogo, mentre a capo della linea dura c'è sempre Camillo Ruini, che nonostante la pensione ufficiale (conserva un incarico in Cei tutt'altro che secondario, per la verità) resta un punto di riferimento per la Chiesa identitaria e militante.

venerdì 27 febbraio 2009

Mons. Burke, P. Manelli e il card. Canizares, in forma straordinaria. PRECISAZIONE

Grandi appuntamenti di primavera per i fedeli legati alla Messa tradizionale. Attraverso celebrazioni di questa magnificenza e presiedute (bel termine, vero?) da persone di tanta importanza, il rito immemoriale esce sempre più dai ghetti e dalle catacombe entro cui molti vorrebbero costringerlo, ed entra viepiù a pieno titolo nella "vita viva della Chiesa" (bella anche quest'espressione, nevvero?). Ecco quindi l'annuncio che diamo, in anteprima mondiale (superbia: il peccato più grave...), grazie alle informazioni forniteci dal nostro amato Cerimoniere, sempre sulla breccia allorché vi siano da organizzare celebrazioni tridentine di tanto rilievo.


Mercoledì 25 MARZO 2009 alle ore 10.00
Chiesa di S. Francesco in Tarquinia
S. Messa Pontificale secondo la forma straordinaria
celebrata da S.E. Mgr. Raymond Burke
in occasione dell'Ordinazione Sacerdotale di 5 Frati Francescani dell'Immacolata.

§§§




Per diversi ordini di motivi,
circa le altre due Ss. Messe, di cui avevamo già dato notizia,
verranno comunicate al più presto ulteriori informazioni.
Ci è stato infatti cortesemente e autorevolemente richiesto di attendere
la conferma ufficiale prima di darne notizia.



La causa del crollo delle vocazioni femminili

Sul forum Oriens è apparso un interessantissimo reportage fotografico (di Daniele) che mostra, con particolare riferimento al Nord America, la rivoluzione vestimentaria (oltre che su tanti altri aspetti della vita religiosa) che ha contagiato molte congregazioni di suore dagli Anni Sessanta in poi. Vi invitiamo a visionare i numerosi esempi rinvenibili a quel link, da cui prendiamo un piccolo campione del triste confronto tra il prima, ed il dopo:




















E a commento di tutto ciò, su Oriens si cita questo profetico brano del Rapporto sulla Fede di Messori-Ratzinger del 1985:

C'è un rapporto aggiornato e minuzioso sulle religiose del Québec, la provincia-stato del Canada che parla francese. Un caso esemplare, quello québécois: si tratta infatti della sola zona del Nord America che sin dagli inizi sia stata colonizzata ed evangelizzata da cattolici, che vi avevano costituito un regime di chrétienté gestito da una Chiesa onnipresente. In effetti, ancora vent'anni fa, all'inizio degli anni Sessanta, il Québec era la regione del mondo con il più alto numero di religiose rispetto agli abitanti, che sono in tutto sei milioni. Tra il 1961 e il 1981, per uscite, morti, arresto del reclutamento, le religiose si sono ridotte da 43.933 a 26.294. Una caduta, dunque, del 44 per cento e che sembra inarrestabile. Le nuove vocazioni, infatti, si sono ridotte nello stesso periodo di ben il 98,5 per cento [in appena vent'anni!]. Risulta poi che buona parte di quell'1,5 superstite è costituito non da giovani, ma da "vocazioni tardive". Tanto che, con una semplice proiezione, tutti i sociologi concordano in una conclusione cruda ma oggettiva: "Tra poco (a meno di rovesciamenti di tendenza del tutto improbabili almeno a viste umane) la vita religiosa femminile così come l'abbiamo conosciuta non sarà in Canada che un ricordo". Sono gli stessi sociologi che hanno preparato il rapporto che ricordano come in questi vent'anni tutte le comunità abbiano proceduto a ogni sorta di riforma immaginabile: abbandono dell'abito religioso, stipendio individuale, lauree nelle università laiche, inserimento nelle professioni secolari, assistenza massiccia di ogni tipo di "specialisti". Eppure le suore hanno continuato a uscire, le nuove non sono arrivate, quelle rimaste - età media attorno ai sessant'anni - spesso non sembrano aver risolto i problemi di identità e in qualche caso dichiarano di attendere rassegnate l'estinzione delle loro congregazioni.

giovedì 26 febbraio 2009

L'indimenticabile 1° Messa del novello sacerdote Don Francesco Ramella è su Youtube.
Vogliamo proporvela anche sul nostro blog, per comodità in piccoli spezzoni, per il piacere di vivere un momento tanto importante della vita diocesana di Albenga-Imperia e per l'elevazione delle nostre anime.






















Le scuse di mons. Williamson.


Il S. Padre ed il mio Superiore, il vescovo Bernard Fellay, hanno richiesto che io riconsideri le osservazioni che ho fatto alla televisione svedese quattro mesi fa, poiché le conseguenze sono state così grevi.


Osservando tali conseguenze posso dire in tutta sincerità che mi dispiace aver fatto tali affermazioni e che se io avessi saputo prima tutto il danno e il male al quale hanno dato luogo, specialmente alla Chiesa, ma anche ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime dell'ingiustizia sotto il Terzo Reich, non le avrei fatte.


Alla televisione svedese ho dato solo l'opinione (..."io credo"..."io credo"...) di uno che non è storico, un'opinione formata 20 anni fa sulla base di prove allora disponibili e raramente espresse in pubblico in seguito. Comunque, gli eventi delle recenti settimane e il consiglio di membri influenti della Fraternità S. Pio X mi hanno persuaso della mia responsabilità per la molta sofferenza cagionata. A tutte le anime che si sono onestamente scandalizzate per quanto ho detto chiedo scusa davanti a Dio


Come ha detto il S. Padre, ogni atto di violenza ingiusta contro un uomo colpisce tutta l'umanità.

+Richard Williamson
Londra 26 febbraio 2009.

Intervista a mons. Guido Marini: il motu proprio esprime l'unica interpretazione corretta del Concilio.

Pubblichiamo l'intervista rilasciata da Mons. Guido Marini, cerimoniere del Papa, al mensile Radici Cristiane del prossimo marzo. Ne approfittiamo per raccomandare questo periodico, diretto dal prof. De Mattei, che pubblica quanto di più interessante possa apparire sulla civiltà cristiana che ci ha forgiato, e che il secolarismo di moda, come un folle che taglia l'albero al quale si appoggia la sua casa, sembra voler cancellare. Ogni self-respecting tradizionalista (in senso lato) o anche semplicemente cattolico, dovrebbe abbonarvisi.
L'intervista è apparsa in anteprima sul sito del Vaticano (link)


A cura di Maddalena della Somaglia

- Il Santo Padre sembra avere nella liturgia uno dei temi di fondo del suo pontificato. Lei, che lo segue così da vicino, ci può confermare questa impressione?
Direi di sì. D’altra parte è degno di nota che il primo volume dell’ “opera omnia” del Santo Padre, di ormai prossima pubblicazione anche in Italia, sia proprio quello dedicato agli scritti che hanno come oggetto la liturgia. Nella prefazione al volume, lo stesso Joseph Ratzinger sottolinea questo fatto, rilevando che la precedenza data agli scritti liturgici non è casuale, ma desiderata: sulla falsariga del Concilio Vaticano II, che promulgò come primo documento la Costituzione dedicata alla Sacra Liturgia, seguita dall’altra grande Costituzione dedicata alla Chiesa. E’ nella liturgia, infatti, che si manifesta il mistero della Chiesa. Si comprende, allora, il motivo per cui la liturgia è uno dei temi di fondo del pontificato di Benedetto XVI: è dalla liturgia che prende avvio il rinnovamento e la riforma della Chiesa.

- Esiste un rapporto tra la liturgia e l’arte e l’architettura sacra? Il richiamo del Papa a una continuità della Chiesa in campo liturgico non dovrebbe essere esteso anche all’arte e all’architettura sacra?
Esiste certamente un rapporto vitale tra la liturgia, l’arte e l’architettura sacra. Anche perché l’arte e l’architettura sacra, proprio in quanto tali, devono risultare idonee alla liturgia e ai suoi grandi contenuti, che trovano espressione nella celebrazione. L’arte sacra, nelle sue molteplici manifestazioni, vive in relazione con l’infinita bellezza di Dio e deve orientare a Dio alla sua lode e alla sua gloria. Tra liturgia, arte e architettura non vi può essere, dunque, contraddizione o dialettica. Di conseguenza, se è necessario che vi sia una continuità teologico-storica nella liturgia, questa stessa continuità deve trovare espressione visibile e coerente anche nell’arte e nell’architettura sacra.

- Papa Benedetto XVI ha recentemente affermato in un suo messaggio che “la società parla con l’abito che indossa”. Pensa si potrebbe applicare questo anche alla liturgia?
In effetti, tutti parliamo anche attraverso l’abito che indossiamo. L’abito è un linguaggio, così come lo è ogni forma espressiva sensibile. Anche la liturgia parla con l’abito che indossa, ovvero con tutte le sue forme espressive, che sono molteplici e ricchissime, antiche e sempre nuove. In questo senso, “l’abito liturgico”, per rimanere al termine da Lei usato, deve sempre essere vero, vale a dire in piena sintonia con la verità del mistero celebrato. Il segno esterno non può che essere in relazione coerente con il mistero della salvezza in atto nel rito. E, non va mai dimenticato, l’abito proprio della liturgia è un abito di santità: vi trova espressione, infatti, la santità di Dio. A quella santità siamo chiamati a rivolgerci, di quella santità siamo chiamati a rivestirci, realizzando così la pienezza della partecipazione.

- In un’intervista all’Osservatore Romano, Lei ha evidenziato i principali cambiamenti avvenuti da quando ha assunto la carica di Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie. Ce li potrebbe ricordare e spiegarcene il significato?
Affermando subito che i cambiamenti a cui lei fa riferimento sono da leggere nel segno di uno sviluppo nella continuità con il passato anche più recente, ne ricordo uno in particolare: la collocazione della croce al centro dell’altare. Tale collocazione ha la capacità di tradurre, anche nel segno esterno, il corretto orientamento della celebrazione al momento della Liturgia Eucaristica, quando celebrante e assemblea non si guardano reciprocamente ma insieme guardano verso il Signore. D’altra parte il legame altare - croce permette di mettere meglio in risalto, insieme all’aspetto conviviale, la dimensione sacrificale della Messa, la cui rilevanza è sempre fondamentale, direi sorgiva, e, dunque, bisognosa di trovare sempre un’espressione ben visibile nel rito.

- Abbiamo notato che il Santo Padre, da qualche tempo, dà sempre la Santa Comunione in bocca e in ginocchio. Vuole questo essere un esempio per tutta la Chiesa e un incoraggiamento per i fedeli a ricevere Nostro Signore con maggiore devozione?
Come si sa la distribuzione della Santa Comunione sulla mano rimane tutt’ora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle Conferenze Episcopali che ne abbiano fatto richiesta. E ogni fedele, anche in presenza dell’eventuale indulto, ha diritto di scegliere il modo secondo cui accostarsi alla Comunione. Benedetto XVI, cominciando a distribuire la Comunione in bocca e in ginocchio, in occasione della solennità del “Corpus Domini” dello scorso anno, in piena consonanza con quanto previsto dalla normativa liturgica attuale, ha inteso forse sottolineare una preferenza per questa modalità. D’altra parte si può anche intuire il motivo di tale preferenza: si mette meglio in luce la verità della presenza reale nell’Eucaristia, si aiuta la devozione dei fedeli, si introduce con più facilità al senso del mistero.

- Il Motu Proprio “Summorum Pontificum” si presenta come un atto tra i più importanti del pontificato di Benedetto XVI. Qual è il suo parere?
Non so dire se sia uno dei più importanti, ma certamente è un atto importante. E lo è non solo perché si tratta di un passo molto significativo nella direzione di una riconciliazione all’interno della Chiesa, non solo perché esprime il desiderio che si arrivi a un reciproco arricchimento tra le due forme del rito romano, quello ordinario e quello straordinario, ma anche perché è l’indicazione precisa, sul piano normativo e liturgico, di quella continuità teologica che il Santo Padre aveva presentato come l’unica corretta ermeneutica per la lettura e la comprensione della vita della Chiesa e, in specie, del Concilio Vaticano II.

- Qual è a suo avviso l’importanza del silenzio nella liturgia e nella vita della Chiesa?
E’ un’importanza fondamentale. Il silenzio è necessario alla vita dell’uomo, perché l’uomo vive di parole e di silenzi. Così il silenzio è tanto più necessario alla vita del credente che vi ritrova un momento insostituibile della propria esperienza del mistero di Dio. Non si sottrae a questa necessità la vita della Chiesa e, nella Chiesa, la liturgia. Qui il silenzio dice ascolto e attenzione al Signore, alla sua presenza e alla Sua parola; e, insieme, dice l’atteggiamento di adorazione. L’adorazione, dimensione necessaria dell’atto liturgico, esprime l’incapacità umana di pronunciare parole, rimanendo “senza parole” davanti alla grandezza del mistero di Dio e alla bellezza del suo amore.
La celebrazione liturgica è fatta di parole, di canto, di musica, di gesti…E’ fatta anche di silenzio e di silenzi. Se questi venissero a mancare o non fossero sufficientemente sottolineati, la liturgia non sarebbe più compiutamente se stessa perché verrebbe a essere privata di una dimensione insostituibile della sua natura.

- Oggigiorno si sentono, durante le celebrazioni liturgiche, le musiche le più diverse. Quale musica, secondo lei, è più adatta ad accompagnare la liturgia?
Come ci ricorda il Santo Padre Benedetto XVI, e con lui tutta la tradizione passata e recente della Chiesa, vi è un canto proprio della Liturgia e questo è il canto gregoriano che, come tale, costituisce un criterio permanente per la musica liturgica. Come anche, un criterio permanente, lo costituisce la grande polifonia dell’epoca del rinnovamento cattolico, che trova la più alta espressione in Palestrina.
Accanto a queste forme insostituibili del canto liturgico troviamo le molteplici manifestazioni del canto popolare, importantissime e necessarie: purché si attengano a quel criterio permanente per il quale il canto e la musica hanno diritto di cittadinanza nella liturgia nella misura in cui scaturiscono dalla preghiera e conducono alla preghiera, consentendo così un’autentica partecipazione al mistero celebrato.

"Un'attitudine anticattolica alberga nel clero di Linz"

Don Joseph Bauer, portavoce del Circolo presbiterale di Linz (costituitosi due decenni orsono tra una trentina di preti, in reazione al Consiglio presbiterale ufficiale del quale non condividevano la deriva progressista) ha rilasciato un'intervista al Kirchenzeitung (=gazzetta della Chiesa) nella quale critica l'attitudine del vescovo di Linz, che non ha saputo difendere l'ausiliario appena nominatogli, Wagner appunto, dimessosi per le proteste sollevate in merito a sue controverse osservazioni su Harry Potter e sull'uragano Katrina e lo tsunami come punizioni celesti.
Bauer osserva come ci siano cartelli di potere a Linz, dove vescovo dopo vescovo sono costretti a seguire la linea. E se uno non è d'accordo, viene fatto secco come è avvenuto a don Wagner.
L'opposizione a Wagner ha mostrato, aggiunge, "che nella diocesi di Linz nelle ultime tre o quattro decadi ha albergato un'attitudine anticattolica" Come fondamenti specifici del cattolicesimo, Bauer ha citato l'amore per l'eucarestia, l'amore di Maria e l'amore per il Papa [i tre candori di S. Giovanni Bosco]. Infine, ha parlato dei vicariati che hanno fatto mattane, rifiutando di riconoscere Wagner come vescovo, e ha parlato di un "indurimento contro il Papa"
Wagner sarebbe rimasto, conclude, se il vescovo Ludwig Scharz non l'avesse lasciato solo.



Fonte: Cathcon

Il Maestro Bartolucci a Palermo





Ci giunge una gradita segnalazione: lunedì si è tenuto nella cattedrale di Palermo il concerto del coro della Fondazione Bartolucci (nella foto), con questo programma:

prima parte tutto Palestrina :
- ad te levavi a 5 voci (offertorio I domenica di avvento);
- alcuni brani dalla Cantica a 5 voci
- Tu es Petrus a 6 voci

poi nella seconda parte, mottetti di Bartolucci a 4 - 5 e 6 voci;

come brano finale il Credo della Missa Papae Marcelli (nuovamente Palestrina)

Ovviamente il maestro Bartolucci, 92 anni, ha diretto tutto a memoria !

Per chi non conoscesse la gloriosa figura di Domenico Bartolucci, nominato Direttore della Cappella Sistina ad vitam, come da tradizione, da Papa Pio XII, rimandiamo ai numerosi articoli su di lui scritti da Sandro Magister. Uno in particolare, vogliamo in parte riportare: narra di come il grande Bartolucci, nonostante l'incarico vitalizio di cui si diceva, sia stato evitto, cacciato e dichiarato decaduto per le manovre del famigerato Piero Marini, ex cerimoniere pontificio, e del card. Noè, lui pure alfiere dello sfacelo liturgico e quindi chiaramente allergico allo splendore del gregoriano e specie della polifonia, da secoli incarnato dalla Cappella Sistina.

Il posto di Bartolucci venne affidato a mons. Liberto, notato da Giovanni Paolo II durante un viaggio in Sicilia come abile corifeo di canzonette nelle messe da stadio. Con gli esiti artistici prevedibili: non lo diciamo noi, ma è opinione universale da noi già riportata in questo post.

Ed ecco quanto scriveva Magister su L'Espresso del 1997 (link):


Solo a ricordargli la serata rock di Bologna con Giovanni Paolo II e Bob Dylan, il maestro Domenico Bartolucci sobbalza e ribolle. «Fossi stato il cardinal Giacomo Biffi, mi sarei dimesso», taglia corto. Intanto però lui, Bartolucci, l'hanno dimesso per davvero, d'imperio, nonostante sia dal 1956 "magister ad perpetuum" della gloriosa Cappella Sistina e porti con vigore i suoi più che ottant''anni. Al suo posto, alla direzione della più romana delle cappelle di musica liturgica, le autorità vaticane hanno chiamato un forestiero dalla Sicilia, dal duomo di Monreale, monsignor Giuseppe Liberto.«È l'ultimo segno del mutamento di rotta voluto da Oltretevere in materia di musica liturgica», commenta Giovanni Carlo Ballola, affermato critico musicale ma anche diacono della Chiesa di Roma. Mutamento di gusti musicali? Non solo. Molto, molto di più.

Bartolucci sfoglia l'ultimo libro del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, autorità che nella Chiesa è seconda solo al papa. «Ecco qua. Lo riconosce persino lui. L'origine dei mali della Chiesa d'oggi è nella rottura che dopo il Concilio Vaticano II s'è fatta con la tradizione liturgica precedente. Rottura, scrive testualmente Ratzinger, "le cui conseguenze potevano essere solo tragiche". Sentito? Tragiche. La Chiesa non sa quale tesoro perde abbandonando il Gregoriano e la polifonia. "Resista, maestro, resista!", mi ha detto lo stesso Ratzinger incontrandomi alla messa di santa Cecilia, il 22 novembre 1996. Inutile. Pochi mesi dopo mi hanno buttato fuori».

Monsignor Liberto, il nuovo maestro della Sistina, la polemica la schiva. «L'ultimo libro di Ratzinger non l'ho letto». Nemmeno quelle poche pagine che hanno fatto rumore? «No. Nemmeno quelle». Neppure i suoi saggi su musica sacra e liturgia raccolti in "Cantate al Signore un canto nuovo", edito da Jaca Book? «No. Proprio non ne ho avuto il tempo».

Strano. Non c'è esperto di musica sacra che non se li sia divorati da capo a fondo. Oltre che superdottore di teologia, infatti, Ratzinger di musica sa parecchio. In proprio e per grazia di famiglia. Suo fratello, Georg, è stato per trent'anni, fino al 1994, maestro della Cappella del duomo di Ratisbona, la stessa dove aveva studiato Lorenzo Perosi, il predecessore di Bartolucci alla Sistina. In questi decenni, la Cappella Sistina e quella di Ratisbona sono state gli ultimi baluardi della musica liturgica all'antica, contro i novismi di marca postconciliare.

Naturalmente c'è anche una lettura opposta degli avvenimenti. Se per Ratzinger la «tragedia» è stata l'abbandono del messale antico, per uno dei suoi più espliciti oppositori, l'arcivescovo di Milwaukee Rembert Weakland, già primate dei benedettini confederati, la «devastazione» è venuta dalla decisione contraria: l'indulto dato da Giovanni Paolo II e dallo stesso Ratzinger ai nostalgici che si ostinano a celebrare con l'antico rito e in latino. Decisione a suo avviso devastante «perché ha dato l'impressione che si possa rovesciare tutto quanto il Concilio Vaticano II» [i lettori ricordano la fine che ha fatto Weakland, no? In caso l'avessero dimenticato, leggano qui]

Oggi il destino della musica liturgica si dibatte proprio tra queste contrapposte visioni catastrofiche. «E così, tra una musica antica quasi sparita e una buona musica nuova ancora di là da venire», osserva Carli Ballola, «si tira avanti col pasticcio di quell'Istruzione vaticana del 1967 che riconferma le scholae cantorum "purché il popolo non sia escluso dalla partecipazione al canto". Come questa mistura tra schola e popolo sia praticabile, rimane uno dei misteri di santa romana Chiesa». Risultato: per dar corso al pasticcio e far «partecipare» il popolo alle messe papali cantate, da trent'anni alla Cappella Sistina non rimane più che poco spazio nei momenti «morti» del rito, nei quali infilare brevi mottetti di polifonia o frammenti di Gregoriano. Delle magnifiche messe polifoniche (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei) del suo autore sommo, il cinquecentesco Giovanni Pierluigi da Palestrina, neanche parlarne. Archiviate. Per eseguirle, la Cappella deve andare in tournée concertistica, all'estero, negli intervalli tra una messa papale e l'altra. Bartolucci era a dirigere in Giappone quando dal Vaticano gli arrivò la notizia che era stato destituito.Viceversa, il successore Liberto le sue benemerenze se le è guadagnate sul campo delle grandi liturgie di massa, rivelandosi abile trascinatore di cori di popolo. Papa Karol Wojtyla ha potuto saggiarne le doti tre volte, in Sicilia, in altrettanti suoi viaggi: a Mazara del Vallo, Siracusa e Palermo, in messe da stadio o celebrate su spianate aperte fronte mare. L'ha così apprezzato che l'ha chiamato a Roma nel novembre 1996 a dirigere i canti della messa in San Pietro per il suo 50.mo di sacerdozio. Altri cinque mesi e l'ha messo a capo della Cappella Sistina. Appena trapelò la notizia del cambio di direttore tra gli uomini di musica d'ogni credo ci fu una sollevazione. L'Accademia nazionale di Santa Cecilia, laica anche se nata dalla costola della Sistina e fondata dallo stesso Pierluigi da Palestrina, incaricò il suo presidente, l'ebreo Bruno Cagli, di comunicare per iscritto al segretario di Stato vaticano, cardinal Angelo Sodano, la «preoccupazione di tutti che possa andare disperso l'incommensurabile patrimonio religioso e artistico legato alla tradizione della polifonia romana». Anche il maestro Riccardo Muti elevò la sua protesta. Ma in Vaticano tirarono dritto. «Non vollero sentire il parere nemmeno del Pontificio istituto di musica sacra, il conservatorio della Chiesa romana», aggiunge Francesco Luisi, che al Pims insegna paleografia musicale rinascimentale ed è prefetto della biblioteca. Il Pims è un altro dei baluardi di resistenza della grande musica liturgica, anch'esso sotto tiro. Il suo penultimo preside, Giacomo Baroffio, studioso e maestro del Gregoriano di fama mondiale, oltre che intransigente nemico d'ogni compromesso modernista, fu cacciato in malo modo dalle autorità vaticane nel 1995. E anche l'attuale preside, Valentino Miserachs Grau, catalano, è poco amato dagli uomini dell'entourage papale. Continua a dirigere la Cappella Liberiana, quella della basilica di Santa Maria Maggiore, ultima sopravvissuta assieme alla Sistina delle molte scholae cantorum romane dei secoli d'oro. E fa di tutto per non deludere i suoi validi allievi del Pims, che lì arrivano da tutto il mondo proprio perché convinti che Roma sia sempre la patria eletta del Gregoriano e della grande polifonia sacra. Con risultati eccellenti. Per una verifica, si vada alla messa che docenti e allievi cantano ogni domenica alle 10 e mezza nella chiesa del Pims di via di Torre Rossa 21. Al termine, uno si chiederà come è possibile che una liturgia così musicalmente preziosa e così densa di risonanze cattoliche si celebri quasi clandestina, proprio nel cuore geografico della Chiesa cattolica apostolica romana. La risposta è che il paradigma musicale e liturgico vincente è cambiato, al centro della cristianità. La Sistina è per statuto la cappella del papa, il coro delle sue messe. E le messe di Giovanni Paolo II sono appuntamento fisso con le moltitudini. Sono messe da mondovisione. Via, quindi, le polifonie cinquecentesche e i responsori altomedioevali. Largo a inni e acclamazioni di massa, al passo con la modernità. «Con l'Anno Santo avremo sempre più messe papali, e noi dovremo esserci», annuncia il nuovo direttore della Sistina. Ai suoi 20 tenori e bassi e ai suoi 25 pueri cantores, il compito d'accompagnare la liturgia pontificia del Duemila.

Non sarà il primo esilio, per la gloriosa Cappella. Già una volta ha seguito i papi nella cattività d'Avignone.

mercoledì 25 febbraio 2009

Wow, ora spuntano anche i sedevacantisti progressisti

Stemma della Sede vacante


Per chi non lo sapesse, il sedevacantismo è quella degenerazione del Tradizionalismo che, di fronte alle innovazioni postconciliari, dimentica la promessa di Gesù di indefettibilità della Chiesa e deduce che i papi "conciliari" non sono veri papi, o lo sono solo nella forma ma non nella sostanza, e via elucubrando.

La sede di Pietro, quindi, sarebbe vacante fin dai tempi di Giovanni XXIII. Coerentemente, omettono di pregare per il pontefice in quella parte del Canone (che tradizionalmente si definisce "i dittici") in cui è previsto che il Papa e il vescovo del luogo sia menzionato ("una cum famulo tuo papa nostro N.").

Orbene, è con divertito interesse che rendiamo noto che adesso c'è almeno un sedevacantista di posizioni progressiste, che non prega più "una cum" il Papa (insomma: certo non dice il canone in latino, né mai userà quello romano, della tradizione, ma la sostanza è quella). Ecco quel che dice appunto il "prete, teologo [lo sono proprio tutti!] e poeta" Gérard Bessière (nella foto), secondo quanto ne scrive il periodico progressista Temoignage Chrétien (estratti):


E' enorme, è vero, sproporzionato con la mia piccola persona! Ma bisogna bene che lo confessi, non posso nasconderlo agli amici: ho scomunicato Benedetto XVI. Mentre lui aveva appena tolto la scomunica dei vescovi integristi...!

[..]

A fine gennaio, quando Roma ha consolidato queste quattro mitre scismatiche senza tener gran conto del loro rifiuto del rinnovamento dell'ultimo concilio, del riconoscimento della libertà religiosa, dell'ecumenismo, dell'apertura al mondo, e così via, ho smesso di nominare il vescovo di Roma nella preghiera eucaristica

[..]

Revocherò un giorno la scomunica? Servirebbero dei segni di pentimento e di fedeltà negli atti agli orientamenti del Vaticano II. Sempre che non mi trattino da scismatico... Ma forse a quel momento ci si occuperà di me, mi si incoraggerà a celebrare messa nella lingua della mia vita, con la gente, senza voltargli le spalle; forse si avrà anche cura della loro libertà di coscienza, si condivideranno di più le loro attese, quali che siano la loro religione, le loro convinzioni e i colori delle loro anime. Voltandosi risolutamente verso l'avvenire! [il rev. Bassière ha 81 anni]

Mons. Ranjith: la crisi liturgica va riconosciuta e le sue cause indagate, per rimediare.

Mons. Ranjith ha scritto la prefazione all’edizione in inglese (che avrà titolo True Development of the Liturgy) del libro di un suo collaboratore alla Congregazione per il Culto Divino, Mons. Nicola Giampietro, Il card. Antonelli e gli sviluppi della riforma liturgica dal 1948 al 1970, apparso per i tipi degli Studia Anselmiana nel 1998. Il card. Antonelli fu anch'egli, come Ranjith, Segretario della Congregazione dei riti (oggi del Culto Divino), ma negli anni postconciliari.

Il testo nell’edizione inglese apparirà a settembre prossimo; né abbiamo al momento il testo completo della prefazione, di dieci pagine. E’ tuttavia apparso un resoconto visionabile in inglese a questo link.


Ecco il pensiero dell’Arcivescovo Ranjith: a causa di una comprensione errata degli insegnamenti conciliari e dell’influenza delle ideologie secolari, si deve concludere – come già aveva detto l’allora card. Ratzinger nel 1985 –che "il vero tempo del Vaticano II non è ancora arrivato". In particolare, nel campo della liturgia, Mons. Ranjith dice: "La riforma deve andare avanti".


Gli scritti del card. Antonelli, osserva nella Prefazione, aiutano il lettore a "comprendere il complesso lavoro interno della riforma liturgica prima e immediatamente dopo il Concilio". E conclude che l’applicazione delle riforme suggerite dal Concilio spesso si è allontanata dal reale intento dei padri conciliari. Come risultato, la liturgia oggi non è la vera realizzazione della visione proposta dal documento liturgico principale del Vaticano II, Sacrosanctum Concilium [v. la nostra analisi di questa costituzione conciliare in questa pagina: la sua abnorme violazione da parte della corrente prassi liturgica, e da parte dello stesso messale paolino, è palese a colpo d’occhio].


In particolare, Mons. Ranjith scrive:

Alcune pratiche che la Sacrosanctum Concilium non aveva mai nemmeno contemplato furono consentite nella liturgia, come la Messa versus populum, la S. Comunione in mano, l’abbandono del latino e del canto gregoriano in favore della lingua volgare e canzoni ed inni senza molto spazio per Dio, e un’estensione oltre ogni ragionevole limite della facoltà di concelebrare la S. Messa. Ci fu anche il grossolano fraintendimento del principio della "partecipazione attiva".

Il prelato cingalese argomenta che per portare avanti una "riforma della riforma" è essenziale riconoscere come la visione liturgica del Vaticano II fu distorta. Loda il libro sul card. Antonelli poiché consente al lettore di raggiungere una migliore comprensione di "quali figure o attitudini cagionarono la presente situazione". Questa, dice l’Arcivescovo, è un’inchiesta "che, in nome della verità, non possiamo tralasciare".


Mentre riconosce "la turbolenta temperie degli anni che immediatamente seguirono il Concilio", l’Arcivescovo Ranjith ricorda ai lettori che nel convocare i vescovi del mondo ad un concilio ecumenico il Beato Giovanni XXIII mirava a una "fortificazione della fede". Il Concilio, agli occhi di Papa Giovanni, era "certamente non un'invocazione ad accodarsi allo spirito dei tempi".


Comunque, egli continua, il Concilio ebbe luogo in un tempo di grande rivolgimento intellettuale in tutto il mondo, e specie nel periodo ad esso successivo, molti sedicenti interpreti videro l’evento come una rottura con la tradizione precedente della Chiesa. Come osserva mons. Ranjith:

Concetti e temi basilari come Sacrificio e Redenzione, Missione, Proclamazione e Conversione, Adorazione come integrale elemento di Comunione, e la necessità della Chiesa per la salvezza eterna – tutto fu accantonato, mentre Dialogo, Inculturazione, Ecumenismo, Eucarestia-come-banchetto, Evangelizzazione-come-testimonianza, divenne più importante. I valori assoluti furono disdegnati.

Perfino nel lavoro del Consilium [l’esecrato ente presieduto dal card. Lercaro, con l’operosa segreteria di mons. Annibale Bugnini, che esautorò la Congregazione dei riti e confezionò il nuovo Messale] quelle influenze furono chiaramente sentite, come nota l’Arcivescovo:

Un senso esagerato di arcaismo, antropologismo, confusione di ruoli tra ordinati e non ordinati, uno spazio senza limiti accordato alla sperimentazione – e, invero, la tendenza a guardare dall’alto in basso alcuni aspetti dello sviluppo della Liturgia nel secondo millennio – furono sempre più visibili tra certe scuole liturgiche.

Oggi, scrive Ranjith, la Chiesa può guardarsi indietro e riconoscere le influenze che hanno distorto l’intento originario del Concilio. Quella ricognizione, dice, dovrebbe "aiutarci ad essere coraggiosi nel migliorare o cambiare quel che fu erroneamente introdotto e che appare incompatibile con la vera dignità della liturgia". Una "riforma della riforma" assolutamente indispensabile, osserva, dovrebbe essere ispirata "non solo da un desiderio di correggere errori del passato ma molto di più dall’esigenza di essere in sintonia con quello che la Liturgia nei fatti è e significa per noi e con quello che il Concilio stesso definì che fosse".

Mons. Williamson lascia l'Argentina per Londra






Con anticipo rispetto alla scadenza dell'ultimatum intimatogli dal governo argentino, il controverso vescovo ha lasciato l'Argentina con volo British Airways di martedì diretto a Londra. All'aeroporto è stato riconosciuto sebbene indossasse occhiali scuri, un cappello da basket (!) e un lungo cappotto.

Un giornalista argentino che aveva tentato di avvicinarlo riferisce di essere stato malmenato da due guardie del corpo del presule.

Il Regno Unito è la sua patria e non potrà certo esserne espulso; tuttavia, qualora la Procura tedesca decidesse di procedere nei suoi confronti, la legge inglese non lo protegge del tutto dalla possibilità di un'estradizione.



martedì 24 febbraio 2009

Dietro lo scisma ricucito

di don Gianni Baget Bozzo


L’ incidente che ha turbato i rapporti tra Santa Sede e comunità ebraica è stato chiuso con l’annuncio del viaggio di papa Benedetto in Israele e in Giordania, confermato dal primo ministro Olmert. Ma si è ancora posto il problema se veramente il piccolo gruppo di Ecône e la ricomposizione dello scisma lefebvriano valessero un incidente di così ampio rilievo, tale da coinvolgere anche l’opinione del cancelliere tedesco Angela Merkel. Eppure il Papa ha riaffermato l’intenzione di continuare i rapporti con la comunità lefebvriana dopo che il suo superiore, Bernard Fellay, ha confermato l’adesione alla condanna del negazionismo.
Non è certo la dimensione del gruppo di Ecône a porre il problema; lo è invece la tesi, ricorrente nel mondo cattolico e fuori di esso, secondo cui il Vaticano II ha costituito una rottura tra Chiesa pre-conciliare e post-conciliare, abbracciando talmente la modernità da divenire il contrario della Chiesa di Pio IX e di Pio X. Infatti negli anni di Paolo VI, durante il Concilio e subito dopo, l’ingresso della teologia nella pubblicistica comune e il dibattito su tutti i temi aperti nel mondo cattolico aveva dato l’impressione che la rottura non fosse consistita in un arricchimento del linguaggio, ma nella sua alterazione. Quindi il problema posto dal vescovo Lefebvre andava ben oltre i termini dello scisma reale, che egli aveva preparato e poi consumato. L’azione dei papi, da Paolo VI a Benedetto XVI, è stata tutta rivolta a mostrare che gli sviluppi avvenuti col Concilio erano in continuità con l’implicito della tradizione cattolica e si fondavano su posizioni antiche. In particolare, si può prendere come esempio proprio l’antigiudaismo, che poté essere usato dall’antisemitismo dell’800 come un suo supporto, ma che rimase fermo nella convinzione del valore di Israele e della sua appartenenza morale e spirituale al mondo della salvezza, sino alla fine della storia. Il carisma di Ratzinger, anche da cardinale, fu quello di unire la continuità nella tradizione con la riforma della Chiesa attuata dal Concilio.
Ma questa posizione espressa da Papa all’inizio del pontificato chiedeva di essere testimoniata con l’apertura verso la comunità che aveva creato uno scisma e che aveva rifiutato l’autorità papale? La comunità di Ecône si era indurita nella sua separazione, le sue posizioni pre-conciliari erano diventate anti-conciliari, lo scisma era divenuto la realtà della sua identità?
Papa Benedetto non ha seguito questo giudizio, ha praticato verso Ecône le medesime aperture che il Concilio aveva stabilito verso le Chiese ortodosse e le comunità protestanti, cercando motivi di convergenza. Il fatto che i lefebvriani accettassero sempre formalmente l’autorità papale e il primato petrino era una strada per ottenere la possibilità del superamento dello scisma. Ciò avrebbe provato che il sentimento cattolico di continuità nella tradizione era più forte dell’attaccamento a dimensioni che la storia aveva posto in altra luce col passare del tempo. Era stato un dramma della coscienza cattolica accettare la grande variazione conciliare e post-conciliare; ogni fedele aveva dovuto affrontare il problema dell’identità della sua fede. Risolvere lo scisma significa riconoscere lo sforzo fatto da milioni di fedeli per ritrovare nel linguaggio che i teologi formulavano l’identità del significato dottrinale e spirituale oggetto della loro fede. La Chiesa è tesa a mantenere l’unità della fede non solo nello spazio, ma anche nel tempo. In questo la fatica del post-Concilio ha riequilibrato la figura della Chiesa. La speranza conciliare e post-conciliare di un mondo riappacificato con la modernità non si è realizzata nella forma auspicata dai teologi, perché l’avvento della scienza e della tecnica ha posto l’uomo di fronte a problemi assai diversi dalla questione sociale che il comunismo aveva posto al Concilio. La sfida del tempo unisce la Chiesa e le permette di chiudere le ferite antiche, di fronte a un laicismo totale e all’islam traboccante nella sua coscienza religiosa.
Come forma di linguaggio, sia quello pre-conciliare che quello post-conciliare chiedono un aggiornamento nuovo. Papa Benedetto ne fornisce la chiave.



Fonte: La Stampa, 24 febbraio 2009 (link), via Papa Ratzinger blog

In Inghilterra la stampa vicina all’episcopato diffama un sacerdote che applica il motu proprio



In Inghilterra e Galles, come i lettori di questo sito ormai sanno bene (se volete ripassare, leggete ad esempio qui, qui e qui), esiste uno degli episcopati più refrattari alla riforma liturgica (e non solo) di Papa Benedetto, a partire dall’uscente arcivescovo di Westminster, card. Murphy o’ Connor, che per inciso non è nemmeno tra i peggiori.

Nei sobborghi di Londra, diocesi di Southwark, un parroco più intraprendente e coraggioso degli altri ha pensato opportuno di applicare, semplicemente, il motu proprio del Papa. La domenica, pertanto, celebra quattro Messe (numero normale in molte parrocchie), delle quali tre in inglese, ovviamente col messale di Paolo VI, ed una solenne in rito antico.

Manco a farlo apposta, la Messa straordinaria piace e riscuote un franco successo. Non solo, ma il Parroco, il cui nome è Tim Finigan (foto in alto), gestisce un blog seguitissimo (ha da poco totalizzato un milione di visite) il cui titolo 'papista' è già programmatico: The Hermeneutic of Continuity.

Sconcerto e spavento nei ranghi progressisti che, ormai l’abbiamo imparato, sono costituiti da (pochi) fedeli dai 60 in su e da (tanti) chierici invecchiati, fermi col cervello agli anni Settanta. Hanno quindi pensato di sferrare un attacco, delegando il lavoro ‘sporco’ (e vedremo che lo è davvero) al periodico The Tablet, che fu glorioso, ed è oggi invece la stanca cassa di risonanza dei soliti propugnatori del sacerdozio femminile, del relativismo dogmatico (Maria una vergine? Favolette…), della creatività liturgica.

E così nell’ultimo numero del Tablet è apparso un odioso articolo contro l’ottimo Padre Finigan dal titolo significativo “Quella non era la mia messa” (leggilo per intero qui): l’articolista narra di aver raccolto la voce di protesta di 9 (nove!) parrocchiani, per lo più ex ministri straordinari dell’Eucarestia e lettori ora “congedati” (ecco perché hanno il dente avvelenato...), che non si ritrovano con quella messa in latino e sono costretti (oh sacrificio!) a cambiare orario per ritrovare la loro amata messa ordinaria. “In quella che una volta era una Parrocchia piacevolmente tipica”, elegizza The Tablet “non ci sono più ministri straordinari dell’Eucarestia, sono state installate balaustre e il parroco lascia intendere che preferisce la comunione in ginocchio e sulla lingua. La comunione non viene usualmente offerta nelle due specie”. Il tono è di chi voglia descrivere un campo di rovine.

Ma fin qui siamo ancora nel campo di un lecito dissenso, la cui motivazione è anche candidamente confessata nell’articolo: “I critici temono che la loro parrocchia diventi una bandiera per il rito tridentino” (eccola, la vera paura dei progressisti: del Tablet e della parte di clero che lo sostiene). Poi però si sferra un ingiustificabile colpo basso, laddove l'articolista insinua, con la più bella tecnica della calunnia (“la calunnia è un venticello…”), irregolarità finanziarie del Parroco attaccato, che sperpererebbe i soldi per gli arredi della Chiesa, naturalmente superflui agli occhi dei criptoprotestanti. Ecco che cosa scrive: “Ci sono state lamentele [..] per le spese per arredi tridentini e altri orpelli clericali, l’assenza di un consiglio parrocchiale e la mancanza di rendiconto ai fedeli di come viene speso il denaro della questua”.

Questo attacco è talmente vile, ingiustificato e privo di uno straccio di prova, che è ricaduto pesantemente sugli attaccanti: Damian Thompson pubblica la lettera al direttore del Tablet di un collaboratore di quella stessa rivista, l’affermato compositore cattolico James MacMillan, il quale si lamenta di quell’articolo definendolo “una vergogna” che ha “sfortunatamente toccato nuovi fondi che pensavo non avrei mai visto in una pubblicazione cristiana”. “Tutto il tono è irrispettoso, foriero di danno e opportunistico, privo di senso palpabile di carità cristiana”. Il punto in cui si insinuano irregolarità finanziarie, prosegue il compositore, è anche querelabile. E conclude “possano i parrocchiani di N.S. del Rosario trovare nel loro cuore la forza di perdonarvi e pregare per voi”.

Morale: c'è una sede arcivescovile da occupare, un sacerdote che a rischio di vili attacchi si sforza di applicare la volontà del Papa e che, in una Chiesa normale, sarebbe già diventato vescovo da tempo, come scrive Thompson. Sa evangelizzare, visto che il suo blog ha già raggiunto più di un milione di lettori (quanti altri sacerdoti godono di tanto seguito?). E, soprattutto, non ha sicuramente cadaveri nell'armadio, perché altrimenti Tablet e compari li avrebbero già tirati tutti fuori (aggiungendovi anche qualcosa in più di inventato), per il gusto di diffamarlo.

Che cosa si aspetta dunque a nominare Padre Finigan nuovo Arcivescovo di Westminster?

Nemmeno il rispetto per i morti...

Mons. Moises Andrade, R.I.P.



Rorate caeli riferisce che al povero Mons. Andrade, che nella Filippine si era battuto strenuamente, all'interno della Chiesa, per i giusti diritti della Messa antica che celebrava ogni domenica, e la cui morte abbiamo annunziato qui, sono state negate le esequie nel rito immemoriale della Chiesa.

Ad un sacerdote di quella caratura (la sua morte, ad esempio, è stata riportata dalla televisione nazionale, tale era la fama che lo circondava) viene negato il diritto ad una sepoltura nel rito, della cui preservazione aveva fatto lo scopo della sua vita. Già ieri, domenica, prima ancora della sua morte, nella sua parrocchia la celebrazione in forma straordinaria è stata proibita dal nuovo amministratore parrocchiale, benché vi fosse un sacerdote disposto a dirla.

L'offensiva del cardinal Rosales e del clero progressista non si ferma nemmeno davanti al rispetto dovuto ai defunti. E pensare che il modo di trattare i morti è uno degli indici più significativi del grado di civiltà: ne I sepolcri del Foscolo leggiamo appunto "Dal dì che nozze, tribunali ed are / diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d'altrui..."

E così, delle quattro messe tridentine celebrate ancora fino allo scorso luglio nell'area metropolitana di Manila, non ne restano che due. Anche una Messa novus ordo celebrata ad orientem da P. Michell Joe Zerrudo è stata recentemente proibita dal vescovo di Cubao, diocesi suffraganea di Manila.

Possa mons. Andrade, dal cielo, continuare ancor più efficacemente la santa battaglia che ha condotto in vita, per l'esaltazione della Santa Chiesa e per la confusione degli empi.

lunedì 23 febbraio 2009

E' ufficiale: Dolan Arcivescovo di New York


L'arcidiocesi novoeboracense (l'inglese York si chiamava nell'antichità Eboracum: di qui il nome latino della Grande Mela) ha un nuovo Arcivescovo nella persona di Timothy Dolan (nella foto), come anticipato in questo post, ove avevamo anche inserito alcuni nostri commenti sulla corretta posizione del nominato in merito al motu proprio (aggiungiamo che mons. Dolan aveva anche accolto il mese scorso l'Istituto di Cristo Re: v. qui). La stampa americana lo descrive come energico, spiritoso e "ortodosso" (il che per inciso dovrebbe essere una precondizione ovvia per diventare vescovi, senza bisogno di essere specificata, come quelle di essere maschio e esistente in vita; ma sappiamo che non sempre è così, quindi ce ne rallegriamo).
Di seguito riportiamo invece l'anodino curriculum che si legge nel bollettino odierno della Sala Stampa del Vaticano (link):


Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi metropolitana di New York (U.S.A.), presentata dall’Em.mo Card. Edward M. EGAN, in conformità al canone 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.
Il Papa ha nominato Arcivescovo metropolita di New York (U.S.A.) S.E. Mons. Timothy M. DOLAN, finora Arcivescovo di Milwaukee.

S.E. Mons. Timothy Michael Dolan è nato il 6 febbraio 1950 in Saint Louis (Missouri). Dal 1964 al 1968 è stato alunno del "St. Louis Preparatory Seminary South", prima di entrare nel "Cardinal Glennon College" ove ha conseguito il Baccalaureato in Filosofia. Inviato a Roma nel 1972 al Pontificio Collegio Americano del Nord, ha frequentato l'Angelicum dove ha ottenuto il "Masters" in teologia. E' stato ordinato sacerdote il 19 giugno 1976 per l'arcidiocesi di Saint Louis. Dopo l'ordinazione sacerdotale, è stato vice-parroco nella "Immacolata Parish" a Richmond Heights e conferenziere e confessore delle Suore Carmelitane (1976-1979); ha continuato gli studi e ha conseguito la Laurea in Storia Ecclesiastica presso l'Università Cattolica di Washington (1979-1983). È stato successivamente vice-parroco della "Curé of Ars Parish" in Shrewsbury (1983-1985) e poi nella "Little Flower Parish" a Richmond Heights (1985-1987); Collaboratore presso la Nunziatura Apostolica in Washington, D.C. (1987-1992); Vice-Rettore al Seminario Maggiore "Kenrick-Glennon" nell'arcidiocesi di Saint Louis; Rettore del Pontificio Collegio Americano del Nord a Roma (1994-2001). È stato nominato Vescovo titolare di Natchez ed Ausiliare di Saint Louis il 19 giugno 2001; ha ricevuto la consacrazione episcopale il 15 agosto successivo. Il 25 giugno 2002 è stato nominato Arcivescovo di Milwaukee (Wisconsin). In seno della Conferenza Episcopale è Presidente del "Board of Directors" dei "Catholic Relief Services". Inoltre, è Membro del "Committee on Budget and Finance" e del "Subcommittee on the Church in Africa" e Consultore del "Committee on International Justice and Peace".

Gli ortodossi plaudono ad una riconciliazione con i lefebvriani



Dichiarazione dello Ieromonaco della Chiesa ortodossa russa Alexandre Siniakov (nella foto), responsabile delle relazioni esterne e dei rapporti con le chiese della diocesi di Chersoneso (che comprende Francia, Spagna, Portogallo e Svizzera ) e membro della rappresentanza della Chiesa russa presso l’Unione Europea. Questa dichiarazioni è da leggere in parallelo a quelle dell’allora metropolita (e ora Patriarca) Cirillo sul valore della Tradizione, anche liturgica, e sull’apprezzamento per il Papa Benedetto che riporta la sua Chiesa alla Tradizione (v. i nostri post qui e qui). Chissà che cosa diranno coloro che accusano il Papa di essere antiecumenico: mai, negli ultimi 40 anni, si erano avuti risultati così brillanti (e in poco tempo) di vero ecumenismo: con gli ortodossi, con gli anglicani tradizionalisti, con i lefebvriani.


Non possiamo che rallegrarci che ci siano stati dei passi avanti verso la comunione eucaristica tra i vescovi della Fraternità S. Pio X e il papa Benedetto XVI [..] Sono rimasto stupefatto di constatare l’assenza di solidarietà di certi cattolici in rapporto alla decisione del papa. Non ha fatto altro che esercitare il suo ministero di unità; è un po’ triste di vedere che questo divide la Chiesa cattolica. Credo di poter dire che, dal loro lato, i media ortodossi russo hanno percepito piuttosto positivamente la revoca delle scomuniche. Ci sembra che il papa non voglia allontanarsi dalla tradizione anteriore al Vaticano II e desideri lasciar che i fedeli vivano ciò serenamente, senza costrizioni. Secondo noi, non si possono imporre ai fedeli delle riforme, fossero anche conciliari, senza il pieno consenso e la totale ricezione del popolo di Dio. Sarebbe far violenza al Corpo di Cristo! La Chiesa russa ha conosciuto uno scisma per ragioni liturgiche, dopo il concilio del 1666-1667. E’ lo scisma dei vecchi credenti. Eppure le riforme erano molto meno rilevanti di quelle che hanno marcato il concilio Vaticano II. Ma delle scomuniche furono lanciate all’epoca e lo scisma dura sempre. Nel 1970, il patriarcato di Mosca, ad iniziativa del metropolita Nicodemo (Rotov) ha tolto quelle scomuniche e anatemi. Ma, in un certo modo, era troppo tardi. Credo modestamente che il papa abbia avuto ragione: togliere le scomuniche rapidamente è una cosa necessaria per non lasciare che uno scisma perduri

Il cardinale di Manila nasconde il regolamento anti motu proprio

Avevamo dato pronta notizia nei giorni scorsi dell'allucinante e scandaloso Regolamento che, come un arbitrario tiranno, l'Arcivescovo di Manila card. Borbon Rosales (foto a sin.) aveva emanato per "applicare" il motu proprio; ma in realtà per vietarne di fatto l'applicazione.

Leggete il testo qui; ne ricordiamo alcuni punti salienti e kafkiani: il Ministro del Ministero per gli Affari Liturgici dell'Arcivescovado di Manila (sì, sì, esiste, proprio così: ve l'abbiamo detto che la cosa è kafkiana) avrebbe dovuto sottoporre a esame di idoneità non solo il celebrante, ma perfino i coristi e i chierichetti; la Messa antica si sarebbe potuta tenere non più di una volta a mese, in giorno rigorosamente lavorativo e non festivo, ed esclusivamente in una cappella laterale della cattedrale. Se ci fossero state richieste per applicare il motu proprio, i parroci dovevano rifiutare categoricamente e spedire i richiedenti nella cappelletta, come fosse un campo di concentramento. Ricordiamo che l'arcidiocesi conta tre milioni di cattolici!

Tutta la blogosfera è insorta. Un primo effetto è questo, che riportiamo: il Regolamento incriminato è apparentemente scomparso dal sito dell'Arcidiocesi su cui era stato pubblicato. Apparentemente nel senso che non è più raggiungibile, tramite link interni, dal sito arcidiocesano. In realtà il documento è sempre là, allo stesso indirizzo internet (v. qui), ma vi può accedere solo chi conosce già quell'indirizzo, come noi.

Che questo significhi che il regolamento è stato revocato, è tutto da vedere. Probabilmente, il cardinale si è fatto furbo e preferisce seguire la strada della maggior parte dei suoi "fratelli nell'episcopato": non lasciare tracce scritte, ma dissuadere, ostacolare, impedire con tutti i mezzi leciti e illeciti (specie le indebite pressioni e minacce ai parroci), col fine di strangolare l'applicazione del motu proprio. E in questo, tutto il mondo è paese.

Purtroppo sembra di poter dire che l'offensiva cardinalizia contro il motu proprio non sia rimasta senza vittime. Come riferisce Rorate caeli, l'unico liturgista filippino che aveva difeso il motu proprio ed uno dei pochi sacerdoti legati all'antico rito, Mons. Moises Andrade, ha subito un colpo apoplettico ed è ora cerebralmente morto. E', naturalmente, solo un'illazione, ma viene il dubbio che l'amarezza subita dal povero Mons. Andrade, che celebrava una delle tre Messe tridentine domenicali dell'arcidiocesi, destinate ad essere soppresse, non sia estranea alla fatale conseguenza. Preghiamo per lui, e pure per chi gli ha inflitto quell'ingiusto dolore.
AGGIORNAMENTO: Mons. Andrade è spirato.