Con il sinodo sui giovani dal titolo "discernimento vocazionale" il Papa vuole arrivare a

sabato 31 gennaio 2009

Una bella notizia dall'Austria

Stamattina è uscita la notizia della nomina da parte del Papa del nuovo vescovo ausiliare di Linz (Austria).

La notizia in se direbbe poco se non che il quotidiano regionale "Oberösterreichischen Nachrichten" lo definisce ultra-conservatore e informa come non fosse nemmeno nella lista proposta dal Vescovo titolare e dalla diocesi.

Aggiunge come le posizioni conservatrici del prelato siano dovute a commenti che ebbe a fare riguardo lo tsunami nell'Est asiatico e l'uragano Katrina come segni sovranaturali.

Il nome del nuovo ausiliare è Mons. Gerhard Maria Wagner, ha 54 anni ed il Vescovo titolare Mons. Ludwig Schwarz si è detto molto felice per la nomina.

Il Santo Padre sa quello che fa e lo fa con cognizione di causa.

Ad multos annos

Un buon commento del card. Tettamanzi!

Che riportiamo quindi molto volentieri


Città del Vaticano, 29 gen. (Apcom)


Sui lefebvriani il Papa ha già chiarito quello che c'era da chiarire: è la sostanza di quanto affermato dal cardinale Dionigi Tettamanzi, che sottolinea l'importanza di un dialogo "nella verità" con gli ebrei e la necessità che i lefebvriani riconoscano il Concilio vaticano II. "Le parole così chiare ed esplicite del Santo padre sono le parole della Chiesa", ha detto l'arcivescovo di Milano intrattenendosi con i giornalisti a margine della presentazione del suo ultimo libro, 'La bellezza della fede', a Roma. "Grazie a Dio su più di duemila sacerdoti della mia diocesi non ne ho trovato uno solo negazionista", spiega il porporato rispondendo alle domande dei cronisti. Con gli ebrei, secondo Tettamanzi, bisogna "proseguire sulla strada della verità perché non c'è altra strada che può essere in grado di far ritrovare i rapporti di serenità e pacifica convivenza". Quanto ai lefebvriani, il "passo così importante" compiuto dal Papa nel revocare loro la scomunica va seguito da altri passi, come "l'adesione al contenuto dei documenti del Concilio vaticano II" da parte della Fraternità sacerdotale San Pio X. "La misericordia non cede al compromesso, ma è la forza più rilevante per un cammino nella piena unità", ha detto Tettamanzi

Fonte: Apcom, via Papa Ratzinger blog

venerdì 30 gennaio 2009

Ancora su Mons. Williamson

Appena pubblicata dall'Associazione francese Pro Liturgia:


Basandoci su informazioni provenienti dall'Argentina il "Frankfurter Allgemeine Zeitung" lascia intendere, nella sua edizione di venerdì che Mons. Williamson potrebbe lasciare la Fraternità San Pio X. Questa decisione presa da colui che i media argentini definiscono già "el cura nazi" sarebbe sia personale che il risultato di un ordine venuto dall'alto. Per il momento non ci sono altre informazioni al riguardo da parte della Fraternità San Pio X.

Trovato e tradotto personalmente http://pagesperso-orange.fr/prolitur...formations.htm

Il testo della lettera di scuse di Mons. Williamson

Dal blog di Mons. Williamson. Traduzione nostra:



Seguendo i passi di Nostro Signore (Gv 18,23) e S. Paolo (At., 23,5), l’Arcivescovo Lefebvre ha dato alla sua Fraternità l’esempio di non restare mai attaccati alla Verità di Dio al punto da abbandonare il rispetto per gli uomini che hanno l’Autorità di Dio. Nel mezzo del turbine mediatico dell’ultima settimana, sicuramente rivolto più contro il Santo Padre che contro un vescovo relativamente insignificante, qui c’è la lettera scritta al card. Castrillòn Hoyos il 28 gennaio da quel vescovo [mons. Williamson in queste righe di presentazione della lettera che segue parla in terza persona]

A Sua Eminenza il Card. Castrillòn Hoyos

Eminenza,

nel mezzo di questa tremenda bufera mediatica sollevata da mie osservazioni imprudenti alla televisione svedese, io La supplico di accettare, se e in quanto propriamente rispettose, le mie sincere scuse per aver causato a Lei e al Santo Padre così tanto fastidio e problemi del tutto non necessari.

Per me, tutto quel che conta è la Verità Incarnata, e gli interessi della Sua unica vera Chiesa, attraverso la quale soltanto noi possiamo salvare la nostra anima e dare gloria eterna, nel nostro piccolo, a Dio Onnipotente. Sicché io ho solo un commento dal profeta Giona, I, 12:

Prendimi e gettami in mare; poi il mare si quieterà per Te; perché io so che è a causa mia che questa grande tempesta si è scatenata contro di Te

Per cortesia accetti altresì, e riporti al Santo Padre, i miei sinceri ringraziamenti personali per il documento lo scorso mercoledì e reso pubblico domenica. Molto umilmente offrirò una Messa per entrambi.

Sinceramente in Cristo
+Richard Williamson

Mons. Williamson sta morendo di cancro?


I nostri attenti lettori ricorderanno a proposito della salute del discusso vescovo lefebvriano, quanto riportato giorni fa in un nostro post che riprendeva un articolo di C. Bonface su Italia Oggi, ove si cita una non identificata fonte sul pullmann che portava i prelati di Curia a S. Paolo fuori le Mura:



Secondo quanto riferisce uno degli ospiti del pullman Castrillon avrebbe contattato il superiore generale dei lefebriani, monsignore Bernard Fellay, che gli avrebbe assicurato che «non bisognava stare dietro a Williamson. Lui per altro veniva dalla chiesa anglicana, e dice di non volere entrare in quella cattolica. Ma è malato da tempo, forse ha poche settimane di vita, e non ragiona più. Sbarella tutti i giorni, e chissà quante ne dirà ancora...». Un caso clinico quindi, a cui non dare troppa importanza. Certo, secondo Re, montato ad arte dai mass media il giorno successivo, ma «bisognava metterlo in conto, e non ci fosse stata questa terribile e immotivata fretta di Castrillòn, evitabile, evitabilissimo».




Orbene: la voce in questione prende ora corpo ed è confermata, in questo articolo di M. Politi su La Repubblica (visionabile on line qui), che riporta l'autorevole testimonianza niente meno che di Mons. Negri, Vescovo di S. Marino. Ecco un estratto dell'articolo:



CITTÀ DEL VATICANO - Colpo di scena a Gerusalemme. Dopo aver minacciato di congelare i rapporti con il Vaticano, il Rabbinato d´Israele ci ripensa e annuncia: «La visita di Benedetto XVI in maggio è molto importante per noi, è un viaggio che aspettiamo». Ancora poche ore prima il Rabbinato aveva confermato la cancellazione di un incontro ebraico-cattolico previsto per gli inizi di marzo. Non è difficile capire che sulla decisione ha pesato anche la ragion di stato d´Israele, che tiene molto all´arrivo del pontefice, oltre a un messaggio chiarificatore del cardinale Kasper, presidente della commissione vaticana per i rapporti con l´ebraismo. Le parole di BenedettoXVI all´udienza di mercoledì, ha spiegato in un´intervista il direttore generale del Rabbinato Oded Weider, sono «fondamentali».

[..]

Ma le acque sulla scena internazionale si mantengono agitate. In Germania la situazione è tesissima su tutti i fronti. L´ala tedesca dei lefebvriani ha stigmatizzato duramente la «banalizzazione dei crimini del regime nazista contro gli ebrei», compiuta dal vescovo tradizionalista Williamson. Il responsabile del Distretto Germania ha pronunciato le sue scuse ufficiali agli ebrei. (Cosa che il leader internazionale del movimento lefebriano Fellay finora non ha fatto). Contemporaneamente la comunità ebraica tedesca ha deciso di sospendere i rapporti con la Chiesa cattolica, mentre in un appello di esponenti cattolici si accusa il Vaticano perché cerca la riconciliazione con i tradizionalisti, ma lascia inalterate le scomuniche e le condanne nei confronti della teologia di stampo riformatore. Anche in Svizzera un manifesto di duecento sacerdoti e teologi denuncia l´«errore scandaloso» del Vaticano nell´aver riabilitato i quattro vescovi lefebvriani, attaccando il clima «fortemente regressivo», che si è creato ai vertici della Chiesa sotto la guida di Benedetto XVI. In Brasile Leonardo Boff, il teologo francescano ridotto al silenzio proprio dal cardinale Ratzinger e che ha lasciato successivamente il suo ordine, usa parole di fuoco. Benedetto XVI, dice, sta unificando una «Chiesa conservatrice, tradizionalista» che si allontana dal Concilio, ma così facendo rischia di provocare un altro «scisma», quello di chi segue il Vaticano II. Intanto mons. Williamson è chiuso nel seminario di La Reja in Argentina. Il vescovo di San Marino mons. Luigi Negri ha dichiarato a sorpresa a Repubblica-Tv che il presule «ha un tumore e sta morendo». Potrebbe essere che il Vaticano punta su un silenzioso esilio del vescovo negazionista per far dimenticare tutta la vicenda.



Ringraziamo Raffaella per la segnalazione

AGGIORNAMENTO: persone assolutamente degne di fede ci assicurano che la notizia è falsa. Ne siamo ben lieti: quale che sia l'opinione circa le frasi di Mons. Williamson (ed in post precedenti abbiamo espresso la nostra opinione in merito), non gli si può che augurare lunga vita ed un lungo e fruttuoso apostolato. Resta però l'autorevolezza della fonte della triste notizia (ci riferiamo, in particolare, al Vescovo Negri, che ci auguriamo fosse male informato) ed attendiamo quindi di poter dare comunicazione di una smentita ufficiale La cosa migliore, per ora, è comunque pregare per lui.

ULTERIORE AGGIORNAMENTO: la Redazione di questo sito ignora se il commento di smentita lasciato sotto questo post a firma Monsignor W. sia autentico o meno. Alcuni indizi (come il fatto che da questo sito per primo siano stati in effetti resi pubblici i due articoli sopra riportati, che il presule parli bene italiano, ci dicono, e soprattutto la provenienza del commento dall'Argentina) depongono per l'affermativa. Ma la prudenza è quanto mai d'obbligo. Più che altro, con questo aggiornamento vogliamo segnalare che un collaboratore di Mons. Williamson ha smentito la notizia sopra riportata con un comunicato in inglese inviato al sito Rorate Caeli. Ci felicitiamo quindi per la salute del Vescovo.

Mons. Barreiro: "i lefebvriani non dovranno ingoiare il Concilio"

Il titolo di questo post è tratto da un lungo e interessantissimo articolo di Brian Mershon, in The Remnant. Pubblichiamo di seguito, e per riassunto, un excerptum dell’articolo.


Fonti vaticane indicano che la piena regolarizzazione della Fraternità potrebbe avvenire già il 2 febbraio 2009, Festa della Purificazione di Nostra Signora e Candelora; il che, se fosse vero, sarebbe un regalo di Natale per la Chiesa e specialmente per i tradizionalisti cattolici di tutto il mondo [per il calendario tradizionale, ricordiamo, fino al 2 febbraio siamo ancora in periodo natalizio. Che si possa arrivare alla regolarizzazione così presto ci sembra francamente inverosimile: è appena stata concessa la seconda condizione preliminare, la revoca delle scomuniche, che secondo la Fraternità avrebbe dovuto precedere, insieme alla liberalizzazione della Messa tridentina, l’inizio di colloqui "teologici" che, secondo il vescovo Tissier de Mallerais, sarebbero durati anche trent’anni. Che bastino solo dieci giorni...]
Mons. Ignacio Barreiro, non ha confermato la data del 2 febbraio, ma ha detto che una fonte curiale gli ha detto che stanno al momento lavorando solo sugli accorgimenti pratici per una Fraternità di S. Pio X pienamente regolarizzata.
La soluzione finale "non potrà dipendere dalla volontà del singolo vescovo diocesano", ha detto mons. Barreiro, considerando le lunghe sofferenze che molti tradizionalisti hanno sperimentato dai vescovi per quasi 20 sotto l’indulto Ecclesia Dei Adflicta.
"Loro certamente hanno bisogno di avere garanzie che dove attualmente sono, non possano essere disturbati dal vescovo locale", ha detto Barreiro, rilevando che le cappelle della Fraternità sono in tutto il mondo, e descrivendole come parrocchie di fatto. Barreiro giustamente ha aggiunto che i vescovi della Fraternità non accetterebbero molto probabilmente alcuna soluzione che comportasse una giurisdizione del locale Ordinario territoriale.
In effetti, una resistenza specifica è prevalente nelle morenti chiese di Francia, con i loro vescovi e preti. Con la regolarizzazione finale, Mons. Barreiro ha detto, "più di un terzo di tutti i seminaristi i Francia saranno in seminari tradizionali". Questi includono la Fraternità S. Pio X, la Fraternità S. Pietro, l’Istituto del Buon Pastore e l’Istituto di Cristo Re, insieme ad altri minori gruppi sacerdotali tradizionalisti.
"Io mi aspetto che qualche struttura come una Amministrazione Apostolica universale possa essere l’unica soluzione", ha detto mons. Barreiro, pur avvertendo di non avere accesso diretto a dettagli specifici.
Parecchi articoli sull’annullamento delle scomuniche della Fraternità contengono in questi giorni specifici commenti di vescovi che insistono sulla necessità che i vescovi della Fraternità aderiscano esplicitamente in qualche modo al Concilio Vaticano II. Comunque, Mons. Barreiro ritiene che sia sufficiente un esplicito riconoscimento dell’autorità del S. Padre e del magistero della Chiesa.
"Non sarà loro richiesto di accettare il Concilio" dice mons. Barreiro, "Non c’è niente di dogmatico concernente fede e morale nei documenti del Concilio. Molti hanno elevato il Concilio come se fosse un superdogma quando, in realtà non fu dogmatico per niente".
Le prospettive di Mons. Barreiro e Fellay trovano corripondenza con l’allocuzione del Card. Ratzinger ai Vescovi del Cile nel 1988:


Certamente, c’è una mentalità ristretta che isola il Vaticano II e che ha provocato questa opposizione. Ci sono molti aspetti che danno l’impressione che, dal Vaticano II in poi, tutto sia stato cambiato, e che quanto lo ha preceduto non abbia valore o, al massimo, abbia valore solo nella luce del Vaticano II. Il Concilio Vaticano Secondo non è stato trattato come parte dell’intera Tradizione vivente della Chiesa, ma come una fine della Tradizione, una nuova partenza da zero. La verità è che questo particolare Concilio non ha definito alcun dogma, e deliberatamente scelse di rimanere su un livello modesto, come un concilio meramente pastorale; e nondimeno molti lo trattano come se esso si fosse considerato come una sorta di superdogma, che porta via l’importanza di tutto il resto.
Questa idea è resa più forte dalle cose che stanno accadendo. Quanto prima era considerato più sacro – la forma in cui la liturgia era stata trasmessa – improvvisamente appare la più proibita di tutte le cose, la sola cosa che può essere proibita in sicurezza. E’ intollerabile criticare decisione che sono state prese dopo il Concilio; ma dall’altra parte, se le persone
mettono in questione le antiche regole, o persino le grandi verità della Fede – per esempio, la virginità corporale di Maria, la resurrezione corporea di Gesù, l’immortalità dell’anima, ecc. – nessuno si lamenta o lo fa con la più grande moderazione.


Nella lettera ai Vescovi di Papa Benedetto che accompagna il motu proprio, il Papa scrisse quanto segue che, a ben vedere, è un importante ma trascurata parte del documento. Parte di questo testo corrisponde significativamente al citato documento ai vescovi cileni:



Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa.



Nel muoverci speditamente verso la piena regolarizzazione canonica della Fraternità, in qualsiasi forma ciò avvenga, notiamo che il precedente è già stato dato, recentemente, dall’Istituto del Buon Pastore, ai cui preti è stato concesso di continuare a lavorare sui punti teologici discussi dei documenti del Concilio Vaticano II, in buona fede ed evitando pubblici rancori, nel cuore della Chiesa.
In altri termini, non ci sarà richiesta per la leadership lefebvriana di accettare il "Decreto sulle Comunicazioni Sociali" come un documento infallibile e dogmatico.
E, nonostante le ruminazioni di certi vescovi, cardinali (come il Card. Kasper), preti, nemmeno sarà richiesto di accettare il Decreto sull’Ecumenismo, la Dichiarazione sulla Libertà Religiosa, Nostra Aetate o perfino Lumen Gentium e Dei Verbum come dichiarazioni dogmatiche che possono stare in piedi da sole senza essere lette alla luce della Tradizione.
Il Papa lo ha reso chiaro nel suo discorso del 22 dicembre 2005. La "ermeneutica della continuità" non consente di interpretare il Concilio in alcun altro modo che "alla luce della Tradizione". E certo, i tradizionalisti non dovrebbero esagerare il grado di autorità vincolante che assiste i documenti conciliari. Se c’è errore o imprecisione allora ci può e deve essere correzione. E noi ora abbiamo un papa che è in grado di disporre quella correzione. Su quali basi può un cattolico tradizionale obiettare a ciò? Speculazione teologica su punti discussi e oscuri in uno spirito di carità e senza polemiche e rancori aiuterà le future generazioni a comprendere la verità cattolica.
Preghiamo che i teologi, preti e vescovi della S. Pio X, come quelli dell’Istituto del Buon Pastore, della S. Pietro e di Cristo Re, esercitino influenza considerevole in questo campo. E se ci fossero punti nel Concilio che non possono essere interpretati alla luce della Trazione, allora, ovviamente, dovranno essere esposti ed espunti. Di nuovo, su quali basi un cattolico tradizionale potrebbe obbiettare?

Intervista al Card. Hoyos: Mons. Fellay ha già accettato il Concilio!

Importante intervista al negoziatore di parte vaticana nelle trattative con la FSSPX, card. Castrillòn Hoyos, pubblicata sul Corriere della Sera del 29.1 (segnalato dal Papa Ratzinger blog)


Città del Vaticano - "Guardi, noi eravamo i dialogo con le autorità della fraternità Pio X. Abbiamo sempre parlato con monsignor Fellay, il superiore. E fino all'ultimo momento di tale dialogo non abbiamo saputo assolutamente niente di questo Williamson, non se ne è mai parlato, penso proprio che nessuno ne fosse a conoscenza". Il cardinale Darìo Castrillòn Hoyos, presidente della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", ha condotto le trattative con i lefebvriani verso la revoca della scomunica. Il giorno prima che fosse resa pubblica, sabato scorso, nelle agenzie internazionali sono rimbalzate le parole e poi il video dell'intervista tv nella quale il vescovo antisemita negava l'esistenza delle camere a gas e della Shoah. Molti si sono chiesti perché non si sia fatto qualcosa, "congelato" il provvedimento o altro. Ma a quel punto, dice il cardinale, era già tutto fatto: "Quando ho consegnato il decreto firmato a monsignor Fellay non sapevamo niente dell'intervista, era stato giorni prima". E a quel punto? "Evidentemente a quel punto il decreto era in mano agli interessati. Preferisco non entrare nei dettagli, perché vanno al di là delle mie competenze. Ma noi abbiamo fatto quello che si doveva fare". Di una cosa è certo: "La piena comunione arriverà. Nelle nostre conversazioni, monsignor Fellay ha riconosciuto il Concilio Vaticano II, lo ha riconosciuto teologicamente. Restano solo alcune difficoltà...". Magari sulla Nostra Aetate, la dichiarazione che ha rappresentato una svolta nel rapporto con gli ebrei? "No, quello non è un problema. Si tratta di discutere aspetti come l'ecumenismo, la libertà di coscienza...". Meno male che nel frattempo ha parlato il Papa: "Le parole del Santo Padre hanno messo in chiaro il pensiero della Chiesa anche rispetto a quel crimine orrendo che è la Shoah"

Presto avremo con noi i Tradizionalisti Anglicani?

Stemma della Traditional Anglican Communion


Damian Thompson, l’autorevole direttore del periodico britannico Catholic Herald e redattore al Telegraph, riporta in un lungo post la notizia che, secondo fonti australiane (The Record) si potrebbe risolvere presto la situazione della Traditional Anglican Communion, ossia di quel gruppo di anglicani di sensibilità tradizionale (e per questo la cosa ci interessa molto) che si sono da tempo staccati dalla comunione con l’Arcivescovo di Canterbury ed hanno chiesto di essere riammessi "in blocco": sono mezzo milione – come i lefebvriani - tra fedeli e sacerdoti, anche se per la Chiesa la loro ordinazione anglicana non è valida, come chiarito fin dai tempi di leone XIII. I loro esponenti hanno sottoscritto in segno di adesione il Catechismo della Chiesa Cattolica e l’hanno depositato presso un Santuario mariano in Inghilterra.

Riuniti con Roma, essi conserverebbero il diritto alla liturgia anglicana, che per come è celebrata da questi "tradizionalisti anglicani" è vicinissima alla Messa tridentina; manterrebbero il loro clero sposato, ma non il Vescovo che ora li guida perché, secondo la tradizione della Chiesa, sia cattolica sia ortodossa, solo i celibi accedono all’episcopato: lodevole quindi che il loro "capo" cerchi la comunione pur sapendo che, essendo sposato, retrocederà al rango di presbitero (beh: pensiamo che almeno monsignore lo diverrà).

Questa riunificazione inoltre avrebbe effetti travolgenti ben al di là della Traditional Anglican Communion, servendo da esempio anche a quei numerosi gruppi anglicani, rimasti all’interno della Comunione Anglicana e quindi dipendenti da Canterbury, che esprimono fortissimo disagio per la recente ammissione delle donne all’episcopato (e in precedenza, negli Anni ’90, al sacerdozio), nonché per l’ammissione a ruoli importanti nel clero di omosessuali in piena "attività" e conviventi con altri uomini: argomento su cui ci eravamo già soffermati abbondantemente in questo precedente POST.

Ricordiamo che all’ultima Lambeth Conference a Canterbury (il "Concilio" che gli anglicani tengono ogni dieci anni), il Card. Dias, inviato del Papa, accusò i suoi uditori niente meno che di alzheimer spirituale e di parkisons ecclesiale: alzheimer perché si dimenticano della Tradizione e delle loro radici, parkinsons perché si muovono freneticamente verso le novità, senza sapere dove vanno.

La notizia odierna è che la Congregazione per la Dottrina della Fede avrebbe raccomandato di accordare alla T.A.C. (Traditional Anglican Communion) lo statuto di prelatura personale come l’Opus Dei. Non quindi, una Chiesa uniate come ve ne sono tra le Orientali, ma una sorta di diocesi mondiale con propri apostolati e proprio vescovo.

L’annuncio verrebbe dato subito dopo la prossima Pasqua. Benedetto XVI, che ha assunto un interesse personale nella materia (anche per aggirare le resistenze dell’episcopato inglese, che non vuole guastare i rapporti con Canterbury e soprattutto non vede di buon occhio questi transfughi, giudicati troppo tradizionalisti), collegherà l’evento all’Anno Paolino, visto che Paolo è stato il più grande missionario nella storia della Chiesa. E S. Paolo fuori le Mura è una basilica tradizionalmente legata all’Inghilterra: prima dello scisma, era la chiesa ufficiale dei cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera (la massima onorificenza britannica).
Il Primate della T.A.C., l’Arcivescovo John Hepworth, ha dichiarato che i vescovi della T.A.C. saranno invitati a Roma per la beatificazione del Card. Newman, anch’egli un convertito dall’anglicanesimo.

Tempi di vero ecumenismo, questi. Deo gratias!

giovedì 29 gennaio 2009

Monde & Vie a Mons. Bernard Fellay

Vi anticipiamo una nostra traduzione dalla prestigiosa rivista francese nell’interesse dei lettori italiani.

Monde & Vie n° 806 - 31 janvier 2009 - page 17
Intervista con Mons. Bernard Fellay raccolta da Olivier Figueras

E’ indubbio che il Superiore Generale della Fraternità San Pio X è assorbito da moltissimi impegni in questo momento. Nella breve intervista che ci ha concesso, di passaggio a Parigi, il suo telefono non cessava di squillare. Ma ci ha fatto partecipi dell’essenziale che dobbiamo sapere per capire quali saranno gli avvenimenti prossimi. Un reintegro pieno ed intero della FSSPX sembra ormai a portata di mano.

- Vi aspettavate, Monsignore, che le scomuniche venissero tolte ?
Si, l’aspettavo dal 2005, dopo la prima lettera con la nostra richiesta di remissione della scomunica indirizzata a Roma su consiglio del Vaticano stesso. Era chiaro che non veniva chiesta una domanda da parte nostra per poi rifiutarla. [....] In questi ultimi mesi, specialmente dopo l’ultimatum, si era però piuttosto freddi al riguardo. Poi il 15 novembre, ho scritto la lettera citata sia nel Decreto che nella mia lettera ai fedeli…

- Il decreto è un segno della volontà del Papa?
In primo luogo credo nell’intervento della Santa Vergine. Eccone il segno manifesto e la risposta immediata. Ero infatti deciso di andare a Roma per portare il risultato del “bouquet” di rosari che lanciammo da Lourdes con questa intenzione esplicita ma ricevetti da Roma l’invito ad aspettare.

- La contentezza che oggi dichiarate viene forse sminuita dal resto del percorso ancora da fare?
E’ ancora troppo presto per dirlo. Si tratta di un atto di grande importanza per il quale noi siamo profondamente riconoscenti, ma al momento è ancora difficile darne una valutazione. Non riusciamo ancora a vedere chiaramente tutte le implicazioni. C’è ancora molto lavoro da fare ma in noi c’è una grande speranza nella restaurazione della Chiesa.

- A quando risale questo cambiamento nelle vostre relazioni con Roma?
Certamente col Papa attuale. Ho, prima di tutto, invocato la Vergine ma, dal punto di vista umano non dobbiamo aver paura di attribuire a Benedetto XVI quanto avvenuto. E’ l’inizio di qualcosa che era già cominciato con il Motu proprio. Penso che il Santo Padre apprezzi il lavoro che noi stiamo facendo.

- In questa storia alcuni pensano che siate partiti troppo tardi. Credete oggi che altri, in particolare all’interno della Fraternità San Pio X, possano ritenere che invece sia troppo presto?
Non mi sento di escludere nulla ma, in ogni caso, se ci saranno rotture, ritengo ragionevolmente che saranno insignificanti.

- Ritenete che la vostra situazione sarà presto regolamentata anche sul piano pratico?
Fino ad ora la nostra linea di percorso è stata quella di chiarire innanzitutto i problemi dottrinali – anche se non si tratta di chiarire assolutamente tutto, bensì di ottenere una chiarificazione sufficiente – altrimenti c’è il rischio di fare le cose a metà. O che tutto questo finisca male.

- Pensate dunque che i contatti si andranno a intensificare?
Questo è lo scopo, come ho ben chiarito a Roma dicendo che la situazione così come la proponiamo è certamente provvisoria ma che è allo stesso tempo pacificante e che permetterà, lentamente, re intensificare il collante tra tutte le anime di buona volontà. Tutto ciò avverrà gradualmente. E dipenderà ovviamente dalle reazioni dell’altra parte. Ma non ci sono « a priori », unico « a priori » è quello della Verità e della Carità.

Comunicato dell'Istituto del Buon Pastore


Immaginiamo sia noto ai nostri lettori l'Istituto del Buon Pastore, fondato a Bordeaux due anni fa dall'abbé Laguerie insieme ad una manciata di altri sacerdoti e seminaristi della Fraternità San Pio X allontanatisi (o espulsi) da questa perché desiderosi fin d'allora di tornare in comunione con Roma. L'Istituto, come in genere avviene per gli enti ecclesiastici tradizionali, ha avuto una strepitosa fioritura, pur con alcune difficoltà (come in Brasile). Esso è di diritto pontificio (quindi non dipende dai vescovi locali) ed ha nello statuto il diritto all'uso esclusivo dell'antico rito e la possibilità di formulare "critiche costruttive" al Vaticano II. Nel suo seminario a Courtalain (vicono a Chartres) studiano una quarantina di seminaristi. E noi abbiamo avuto il privilegio di conoscere personalmente gli abbés Vella e Héry, nonché il caro don Stefano Carusi, che da queste pagine salutiamo e cui ricordiamo che il nostro sito e blog intende lavorare anche per loro ed è a loro disposizione. E' quindi con sincera gioia che pubblichiamo il seguente comunicato che ci è stato cortesemente inviato


Institutum A Bono Pastore
Domus Romæ Superior





Roma, il 26 Gennaio 2009

Ho l’onore mettervi al corrente della versione italiana del nostro website http://www.ibproma.com/

In effetti, d’ora in avanti, andiamo potere aggionare ogni mese il nostro website nella sua versione italiana.

Sono grato, se potete communicare quest’informazione atraverso il vostro website.

Annonciamo in particolare...


  • Le prossime nostre ordinazioni a Roma il 28 febbraio 2009 da Mgr Marcelo Sanchez Sorondo, Canceliere della Pontificia Accademia delle Scienze.


  • E un commento sul ritiro delle scomuniche che hanno colpito i quattro vescovi della FSSPX.

Ma il sommario completo della nostra ultima è:



  • Editoriale : La verità non ha diritto ; Mgr Sanchez Sorondo ordina per l'IBP-Roma ; essere un’ «epifania »
  • Attualità religiose : Terra Santa?
  • Teologia : Dio, o come unire in se stessi delle perfezioni opposte
  • Filosofia : La perioda di crisi, i Sofisti e Socrato
  • San Paolo : L’apostolato di san Paolo fin’al suo primo viaggio apostolico
  • Luoghi di Roma : Il Barocco
  • Società : Diritti Umani e e sviluppo durevole, verso uno bene commune cosmopolitico
  • Tribuna libera : La revoca della scomunica della Fraternità San Pio X
  • Ricetta : La crostata dei re [ottima, lo diciamo per esperienza, n.d.R.]

Grazie di diffondere ampiamente quest’informzione del nostro website : http://www.ibproma.com/

Vi assicuro di delle mie preghiere e della mia devozione


Don Renato-Sebastiano Fournié
Responsabile della Casa dell’IBP-Roma


Via Giorgio Bolognetti, 1 – 00151 Roma – Tel : 00 39 327 55 17 830 – Fax : 00 33 1 79 75 67 30 – ibproma@gmail.com – http://www.ibproma.com/

Sacre Scritture e Tradizione: l'essenza della struttura cattolica. Sono parole del Papa.

Nell'udienza Generale di mercoledì 28 gennaio 2009, il Santo Padre, spiegando le ultime Lettere di San Paolo ha più volte esortato a focalizzare l'attenzione sulle Sacre Scritture in stretta simbiosi con la Tradizione e a leggere in esse l'opera e l'intervento divino dello Spirito Santo.
Sacra Scrittura e Tradizione, quindi: un antico e caro binomio di cui non si era più sentito parlare spesso negli ultimi anni.
Qui di seguito si riportano alcuni tratti salienti della prolusione di Benedetto XVI, che esortiamo a leggere nella sua integrità, poichè, come sempre, ricca e interessantissima fonte di numerosi spunti di importanti riflessioni e di dotte argomentazioni.


"Cari fratelli e sorelle,
le ultime Lettere dell'epistolario paolino, delle quali vorrei parlare oggi, vengono chiamate Lettere Pastorali, perché sono state inviate a singole figure di Pastori della Chiesa: due a Timoteo e una a Tito, collaboratori stretti di san Paolo. In Timoteo l’Apostolo vedeva quasi un alter ego; infatti gli affidò delle missioni importanti (in Macedonia: cfr At 19,22; a Tessalonica: cfr 1 Ts 3,6-7; a Corinto: cfr 1 Cor 4,17; 16,10-11), [...]
Secondo la Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, del IV secolo, Timoteo fu poi il primo Vescovo di Efeso (cfr 3,4).
Quanto a Tito, anch'egli doveva essere stato molto caro all'Apostolo, che lo definisce esplicitamente "pieno di zelo... mio compagno e collaboratore" (2 Cor 8,17.23), anzi "mio vero figlio nella fede comune" (Tt 1,4). Egli era stato incaricato di un paio di missioni molto delicate nella Chiesa di Corinto, [...]. Secondo la Lettera a lui indirizzata, egli risulta poi essere stato Vescovo di Creta (cfr Tt 1,5)."
"[...] Quindi essenziale è che realmente in Paolo, persecutore convertito dalla presenza del Risorto, appare la magnanimità del Signore a incoraggiamento per noi, per indurci a sperare e ad avere fiducia nella misericordia del Signore che, nonostante la nostra piccolezza, può fare cose grandi. Oltre gli anni centrali della vita di Paolo vanno anche i nuovi contesti culturali qui presupposti. Infatti si fa allusione all'insorgenza di insegnamenti da considerare del tutto errati e falsi (cfr 1 Tm 4,1-2; 2 Tm 3,1-5), come quelli di chi pretendeva che il matrimonio non fosse buono (cfr 1 Tm 4,3a). Vediamo come sia moderna questa preoccupazione, perché anche oggi si legge a volte la Scrittura come oggetto di curiosità storica e non come parola dello Spirito Santo, nella quale possiamo sentire la stessa voce del Signore e conoscere la sua presenza nella storia. Potremmo dire che, con questo breve elenco di errori presenti nelle tre Lettere, appaiono anticipati alcuni tratti di quel successivo orientamento erroneo che va sotto il nome di Gnosticismo (cfr 1 Tm 2,5-6; 2 Tm 3,6-8)."
[...]A queste dottrine l'autore fa fronte con due richiami di fondo. L'uno consiste nel rimando a una lettura spirituale della Sacra Scrittura (cfr 2 Tm 3,14-17), cioè a una lettura che la considera realmente come "ispirata" e proveniente dallo Spirito Santo, così che da essa si può essere "istruiti per la salvezza". Si legge la Scrittura giustamente ponendosi in colloquio con lo Spirito Santo, così da trarne luce "per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia" (2 Tm 3,16). [...]
L’altro richiamo consiste nell’accenno al buon "deposito" (parathéke): è una parola speciale delle Lettere pastorali con cui si indica la tradizione della fede apostolica da custodire con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi. Questo cosiddetto "deposito" è quindi da considerare come la somma della Tradizione apostolica e come criterio di fedeltà all’annuncio del Vangelo. [...]
In questo senso, Scrittura e Tradizione, Scrittura e annuncio apostolico come chiave di lettura, vengono accostate e quasi si fondono, per formare insieme il "fondamento saldo gettato da Dio" (2 Tm 2,19). L’annuncio apostolico, cioè la Tradizione, è necessario per introdursi nella comprensione della Scrittura e cogliervi la voce di Cristo. Occorre infatti essere "tenacemente ancorati alla parola degna di fede, quella conforme agli insegnamenti ricevuti" (Tt 1,9). [...]
Nell’insieme, si vede bene che la comunità cristiana va configurandosi in termini molto netti, secondo una identità che non solo prende le distanze da interpretazioni incongrue, ma soprattutto afferma il proprio ancoraggio ai punti essenziali della fede, che qui è sinonimo di "verità" (1 Tm 2,4.7; 4,3; 6,5; 2 Tm 2,15.18.25; 3,7.8; 4,4; Tt 1,1.14). Nella fede appare la verità essenziale di chi siamo noi, chi è Dio, come dobbiamo vivere. E di questa verità (la verità della fede) la Chiesa è definita "colonna e sostegno" (1 Tm 3,15). In ogni caso, essa resta una comunità aperta, dal respiro universale, la quale prega per tutti gli uomini di ogni ordine e grado, perché giungano alla conoscenza della verità: "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità", perche "Gesù Cristo ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1 Tm 2,4-5).[...]
Si nota così inizialmente la realtà che più tardi si chiamerà "successione apostolica". Paolo dice con tono di grande solennità a Timoteo: "Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbiteri" (1 Tim 4, 14). Possiamo dire che in queste parole appare inizialmente anche il carattere sacramentale del ministero. E così abbiamo l’essenziale della struttura cattolica: Scrittura e Tradizione, Scrittura e annuncio, formano un insieme, ma a questa struttura, per così dire dottrinale, deve aggiungersi la struttura personale, i successori degli Apostoli, come testimoni dell’annuncio apostolico."



Curiosità particolare, e ironica, può essere rappresentata dala circostanza che il Papa ha più volte sottolineato che esse furono indirizzate dall'Apostolo a coloro che constituirono i primissimi Pastori delle chiese protocristiane: a due dei primi Vescovi, cioè, della Chiesa (Tito e Timoteo).
Soffermandosi il Papa sull'elogio che San Paolo fa delle virtù dei suoi due più stretti collaboratori, e sulle qualità preferibili in un Vescovo (benevolenza, istruzione, pacato, e amabile) il Santo Padre sembra voler indirettamente (o forse esplicitamente) tirare le orecchie a quei - ahimè - numerosi Vescovi, che, dimentichi della deferente ed incondizionata obbedienza che essi devono al Papa, quale Capo della Chiesa e Vicario di Cristo, si sono dimostrati osteggiatori (se non peggio: ostili) del magistero papale e del suo Primato petrino (sopratttuo in riferimento alla liturgia ed alla tradizione, dal Motu Proprio, alla S. Messa celebrata coram Deo, alla recente revoca della scomunica ai Vescovi della Fraternità di San Pio X).

Il card. Re accusa il card. Castrillòn: "che pasticciòn!"

Un po' di gossip ogni tanto ci vuole. Leggiamo questo gustoso, e sinceramente inverosimile, articolo apparso su Italia Oggi (e ripreso dal Papa Ratzinger blog). Ovviamente quanto vi si afferma non è provabile; ma che il card. Re possa essere assai scocciato per l'affaire della S. Pio X beh... non è del tutto campato per aria. E' anche buffo pensare a tutti questi alti prelati su un torpedone, come una scolaresca in gita...
C'è una domanda che da qualche giorno circola oltre Tevere e che molti si sono fatti sull'alta riva del fiume, soprattutto nei palazzi della politica: ma c'è qualcuno che l'ha tirata a Papa Benedetto XVI°, nascondendo la trappola del vescovo negazionista nel dossier sulla riabilitazione dei seguaci di monsignor Lefebre? Molti dentro e fuori dal Vaticano hanno fornito la loro risposta in queste ore. Ma per capire di più bisognava essere domenica su un pullman. Su uno dei due pullman che come ogni anno partono da piazza San Pietro per raggiungere la Basilica di San Paolo fuori le mura, per la celebrazione della festa della conversione dell'apostolo della genti. Sul pullman, o anche nei pressi. Perché da uno dei primi sedili stava esplodendo il vocione del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione dei vescovi. Quasi un urlo, «Quel Pasticcion!», il modo di storpiare il nome di un collega porporato, il cardinale Dario Castrillòn Hoyos. Sì, tutta colpa secondo Re del Castrillòn-Pasticciòn, che secondo il collega cardinale avrebbe istruito la pratica in fretta e furia per non farsi sfuggire l'occasione storica della chiusura dello scisma lefebriano. «Anche a me», avrebbe tuonato il cardinale Re secondo gli altri viaggiatori del pullman (altri prelati e vescovi), «non ha dato che qualche ora di tempo per mettere la controfirma necessaria. Tutto perché tra poco Castrillòn (il «Pasticciòn») compie 80 anni e se ne va in pensione. Se non si chiudeva subito il dossier, non sarebbe toccato a lui...». Secondo lo sfogo del cardinale Re «quel testo faceva acqua da tutte le parti! D'altra parte l'ha scritto Francesco Coccopalmerio (presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi) che già bisticcia di suo con la lingua italiana... Insomma, se si fosse aspettato un mesetto e magari dare la notizia quando si era messo a punto anche il nuovo stato giuridico dei lefebriani, sarebbe stata tutt'altra cosa e non ci si sarebbe esposti a questa gaffe!». Furente- ed è dire poco- il cardinale Re mentre si recava alla funzione celebrativa della conversione di San Paolo. E prodigo di particolari anche di fronte alle domande degli ospiti. Ma allora tutta colpa dell' improvvisazione?
Nessuno sapeva del caso dell'arcivescovo Richard Williamson e della sua intervista-choc alla tv svedese in cui si negava lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale? Macchè, ha spiegato Re agli altri viaggiatori. Tutto noto a Castrillòn-Pasticciòn. Che sapeva, probabilmente non ha detto nulla al Papa, e certo ha sottovalutato le conseguenze. Secondo quanto riferisce uno degli ospiti del pullman Castrillon avrebbe contattato il superiore generale dei lefebriani, monsignore Bernard Fellay, che gli avrebbe assicurato che «non bisognava stare dietro a Williamson. Lui per altro veniva dalla chiesa anglicana, e dice di non volere entrare in quella cattolica. Ma è malato da tempo, forse ha poche settimane di vita, e non ragiona più. Sbarella tutti i giorni, e chissà quante ne dirà ancora...». Un caso clinico quindi, a cui non dare troppa importanza. Certo, secondo Re, montato ad arte dai mass media il giorno successivo, ma «bisognava metterlo in conto, e non ci fosse stata questa terribile e immotivata fretta di Castrillòn, evitabile, evitabilissimo».
Incidente casuale e tutto interno al gruppo di cardinali che ha portato al Papa il decreto che avrebbe scatenato le reazioni di mezzo mondo e di tutte le comunità ebraiche, secondo la ricostruzione (privata) di uno dei protagonisti principali della vicenda. Ma certo il caso ora c'è, e in Vaticano la riparazione è allo studio. Si sta pensando a una frase da inserire in uno dei prossimi discorsi papali (angelus domenicale o udienza del mercoledì) che suoni di chiara distensione con il mondo ebraico. E alla possibilità che il Pontefice accolga l'invito più volte fatto (e rinnovato ieri) dal rabbino capo Riccardo Di Segni di recarsi alla Sinagoga di Roma per una preghiera comune.
Chris Bonface

Il pacato commento di apprezzamento dei Vescovi d'oltremanica sulla revoca della scomunica

Sul quotidiano online ZENIT- Il mondo visto da Roma, del 28 gennaio 2009 è stata pubblicata la nota della Conferenza dei Vescovi in Inghilterra e Galles, inviata per spiegare il significato di questo benevolo e proficuo gesto del Sommo Pontefice.
Purtroppo il tono sembra un po' troppo prudente: forse per contenere l'impeto dei numerosi tradizionalisti inglesi ed evitare eccessivi entusiasmi.
Il messaggio di fondo che ne emerge, è però quello più importante: il riconoscimento della volontà pontificia quale passo importante per il cammino di riconciliazione con la Fraternità S. Pio X e per il "consolidamento della reciproca fiducia".
Qui di seguito ne riportiamo il testo integrale.
* * *
Perché i Vescovi “lefebvfriani” appartenenti alla Fraternità sacerdotale San Pio X furono scomunicati?
Il canone 1013 del Codice di diritto canonico del 1983 prevede che nessun Vescovo può consacrare un altro Vescovo in assenza del mandato pontificio. Il canone 1382 prosegue stabilendo che là dove un Vescovo consacra un altro Vescovo senza mandato pontificio, entrambi incorrono nella scomunica latae sententiae. La scomunica latae sententiae ha la caratteristica di essere efficace in modo automatico, senza dover attendere alcuna pronuncia giudiziaria. Non essendo necessario un processo, l’autorità ecclesiastica talvolta procede a dichiarare l’avvenuta scomunica.
Quando l’Arcivescovo Lefebvre, il 30 giugno 1988, ha consacrato quattro Vescovi, lo ha fatto senza mandato pontificio. Pertanto, per il solo fatto di aver eseguito tale consacrazione, sia l’Arcivescovo Lefebvre, sia i quattro nuovi Vescovi, sono incorsi automaticamente nella scomunica. Il 1° luglio 1988, il Prefetto della Congregazione per i Vescovi ne ha dichiarato l’avvenuta scomunica.

Quale era il loro status durante la scomunica?
Il fatto che questa consacrazione fosse vietata dalla legge della Chiesa e che ad essa si sia applicata la sanzione della scomunica, non ha prodotto alcun effetto sulla validità sacramentale della consacrazione. Pertanto essi erano Vescovi validamente ordinati. La scomunica è una censura che tende alla riabilitazione del reo. I suoi effetti, secondo il canone 1331, sono di vietare ogni partecipazione ministeriale all’Eucaristia o ad altre cerimonie di culto pubblico, di celebrare i sacramenti o sacramentali o di ricevere sacramenti, o di esercitare funzioni o incarichi ecclesiastici, o atti di governo.

Cosa significa la remissione della scomunica?
Le censure possono essere rimesse in quanto la loro finalità è quella di portare al pentimento. In questo senso, secondo il canone 1358, a chi abbia receduto dalla contumacia non si può negare la remissione. Il Santo Padre ha ritenuto che la lettera di monsignor Fellay, del 15 dicembre 2008, indirizzata al Cardinale Castrillon Hoyos, dimostri un adeguato impegno per giungere alla soluzione del problema originario. Egli ha anche auspicato che questo atto possa portare ad un miglioramento nei rapporti con la Fraternità sacerdotale San Pio X e a un consolidamento delle reciproche relazioni di fiducia. La remissione della scomunica non ha restaurato la piena comunione con l’intera Fraternità, ma costituisce un primo passo per giungere alla completa riconciliazione e alla piena comunione.

La remissione della scomunica revoca anche la sospensione dell’esercizio del loro ministero in piena comunione in quanto Vescovi o sacerdoti?
Poiché la piena comunione non è stata ancora recuperata, ne consegue che gli aderenti alla Fraternità sacerdotale San Pio X, che sono sacerdoti o Vescovi, non possono esercitare il loro ministero in piena comunione. Parte del dialogo fra la Santa Sede e la Fraternità riguarderà proprio il modo in cui i Vescovi e i sacerdoti potranno esercitare il loro ministero nella Chiesa cattolica, una volta che tale speranza si sarà realizzata.

L’iniziativa del Papa ha cambiato i rapporti fra la Chiesa cattolica e la Fraternità San Pio X?
Dal punto di vista della piena comunione, i rapporti non sono cambiati. D’altra parte la Chiesa cattolica ha come obiettivo primario la restaurazione della piena comunione con tutti i cristiani e neanche questi rapporti sono cambiati. Tuttavia la remissione della scomunica costituisce un passo importante nel perseguimento di questo obiettivo.

Quali sono i successivi passi in questo cammino?
Il decreto della Congregazione per i Vescovi che rimette la scomunica si basa sulla fiducia manifestata dal Santo Padre nell’impegno espresso dalla Fraternità di non risparmiare alcuno sforzo per approfondire, nei necessari colloqui con le autorità della Santa Sede, le questioni ancora aperte. Il passo successivo sarà quello di continuare nel dialogo, al fine di approfondire i rapporti tra la Chiesa cattolica e la Fraternità, nella speranza di poter tornare alla piena comunione. Il modo in cui questo dialogo si svilupperà è una questione che riguarderà la Santa Sede e le autorità della Fraternità.

Segue il testo integrale del decreto del 21 giugno 2009 [omissis]

mercoledì 28 gennaio 2009

Mons. Williamson presenta le sue scuse al Papa

Dal sito La cigueña de la Torre (su cui, ricordiamo, per prima comparve l'anticipazione della revoca delle scomuniche ai lefebvriani) riportiamo questa notizia dell'ultimissima ora (traduzione nostra)
Proseguiamo a dare novità mondiali. E di importanza. E' stata appena ricevuta in Vaticano una lettera di Mons. Williamson che presenta le scuse per il danno causato dalle sue imprudenti dichiarazioni, con un tono e un contenuto che hanno stupito gradevolmente. Credo si tratti di un passo supplementare verso la riconciliazione sperata con questo gruppo che non si trova in piena comunione con Roma. Il card. Re [amico personale del webmaster del sito da cui citiamo, n.d.R.] pensa che se ci fosse stata più comunicazione tra la S. Sede e la Fraternità S. Pio X si sarebbero evitati molti problemi.
Grazie a Dio, la buona volontà del S. Padre è perfettamente ben accolta dai successori di Mons. Lefebvre. Le dichiarazioni di Mons. Williamson, evidentemente molto infelici, pur se non negano peraltro gli orrori del nazismo, sono state effettuate parecchi mesi fa alla televisione svedese, che le ha fatte coincidere con la pubblicazione del decreto che toglie le scomuniche. Così come mi compiacevo dell'intervento di Mons. Fellay, penso che dobbiamo distinguere nella reazione di Mons. Williamson una ferma decisione della Fraternità di condurre in porto il ristabilimento della piena comunione.

Perché Sanremo è Sanremo

Leggo da un post del blog una frase molto bella che mi fa sorgere spontanea una considerazione.

Ecco la frase: “Il Signore, per meritarci la grazia del Motu Proprio, ha versato nel calice del Suo Preziosissimo Sangue la 'goccia d’acqua' della sofferenza dei Tradizionalisti; di quelli legati alla Fraternità San Pio X e di quelli che, spesso emarginati nel lungo 'inverno liturgico' - in cui si è tollerato di tutto fuorché la Messa di San Pio V -, non di meno sono rimasti nella più perfetta obbedienza".

La triste considerazione è che ancora una volta Sanremo, che aveva una misera Messa mensile pur tra mille difficoltà, è di nuovo senza quell'UNA !!!

Questo nonostante la partecipazione massiccia, (o forse sarà proprio per questo motivo?) di tanti fedeli attenti e coinvolti dal Grande Mistero.

Permettetemi di esprimere pubblicamente la mia delusione e la mia amarezza


Aiga ae corde

Bresca

Comunità di S. Egidio: ottimo revocare le scomuniche

Intervista a Andrea Riccardi, fondatore della comunità di S. Egidio (impegnata nel dialogo ecumenico e nella mediazione di molti conflitti nel mondo), nel Corriere della Sera del 26, via il Papa Ratzinger blog. Interessante la constatazione che il rientro dei lefebvriani li aiuterà nei fatti a vincere tentazioni di chiusura settaria e a superare certe attitudini: a giudicare dal maturare progressivo delle reazioni alle frasi di Williamson, all'interno della stessa Fraternità, sembrerebbe che l'analisi di Riccardi colga già nel segno.

«Il Concilio Vaticano II resta sempre il grande orizzonte della Chiesa. Ricordo una battuta che mi fece una volta Giovanni Paolo II: il cardinale Ratzinger è l' ultimo grande teologo del Concilio». Lo storico Andrea Riccardi, studioso della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant' Egidio, nota un «grande polverone» intorno alla «grande opera» di Benedetto XVI, la «mano tesa» ai lefebvriani verso «il processo di ricomposizione dello scisma». Parole di chi ha dedicato la vita al dialogo e il 17 gennaio ha partecipato con il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni all' unico incontro dell' anno tra ebrei e cattolici, organizzato a Roma dal Centro Bené Berith. La revoca della scomunica ai quattro vescovi non c'entra con il fatto che uno di loro neghi la Shoah e l' esistenza delle camere a gas, hanno spiegato in Vaticano. Però non aiuta i buoni rapporti con gli ebrei, no? «Guardi, premesso che il negazionismo è un' abiezione, un abisso di stupidità e di settarismo... E premesso che un vescovo negazionista non me lo figuro, soprattutto dopo che due Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sono stati ad Auschwitz pronunciando parole decisive...». ...Premesso questo? «...Faccio notare che se la ricomposizione dell'unità andasse avanti, probabilmente avrebbe un effetto positivo, proprio riguardo ai negazionisti». E quale, professore? «È evidente che il gesto del Papa non intende né avallare le posizioni di un vescovo né introdurre questi pensieri surrettiziamente nella Chiesa. Al contrario, l'ambiente dove circolano queste idee, se circolano, sarebbe sottratto diciamo così ad una deriva settaria e inserito nel sentire più vasto della Chiesa». A quale ambiente pensa, in particolare? «Bè, per esempio al seminario dove insegna questo Williamson. Far parte della Chiesa vuol dire accettarne il magistero ma anche camminare con essa e con il Papa. E poi, insomma, la revoca di una scomunica non è un decreto di lode! Non è che l' abbiano fatto legato pontificio...». Certo che un vescovo negazionista... «Purtroppo ce ne sono stati altri capaci di esprimere posizioni aberranti. Ricordo una discussione con un vescovo arabo sui "Protocolli dei Savi di Sion"...». Un classico dell' antisemitismo, il famoso documento falso sul complotto ebraico? «Proprio. E questo mi diceva: i "Protocolli" si sono avverati. Io gli risposi che non era un' opinione degna di un vescovo. Ma, vede, la Santa Sede ha i suoi strumenti davanti a opinioni così devastanti. Quando tutto fosse sanato, con la Fraternità, allora sono convinto che con la dovuta autorevolezza interverrà». E adesso? «La decisione di revocare queste scomuniche è un passo in un processo di ricomposizione dello scisma. È una grande opera di Benedetto XVI che sente come suo dovere di Papa cercare l' unità. Ora ci saranno altri passi necessari. Tutto il problema della Fraternità e della sua posizione nella Chiesa sarà oggetto di riflessione, e d' altronde questi quattro vescovi sono senza giurisdizione, senza titolo, la situazione è ancora fluida. Tra l' altro mi viene un sospetto». Quale? «Che dichiarazioni così aberranti possano essere uno strumento interno al mondo tradizionalista per sabotare il processo di superamento dello scisma messo in campo da Benedetto XVI. Alla fine, però, credo che questo polverone ci abbia dato un' occasione: rassicurare che queste opinioni, nella Chiesa cattolica, non hanno corso».

Dall'udienza generale del Papa di oggi: ai quattro Vescovi un atto di paterna misericordia


"Proprio in adempimento di questo servizio all’unità, che qualifica in modo specifico il mio ministero di Successore di Pietro – ha proseguito il Santo Padre – ho deciso giorni fa di concedere la remissione della scomunica in cui erano incorsi i quattro vescovi ordinati nel 1988 da mons. Lefebvre senza mandato pontificio”. “Ho compiuto questo atto di paterna misericordia – ha spiegato Benedetto XVI – perché ripetutamente questi presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare. Auspico che a questo mio gesto – l’esortazione papale – faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II”. La prima delle tre comunicazioni papali con cui si è conclusa l’udienza di oggi ha riguardato il nuovo patriarca di Mosca. “Ho appreso con gioia – ha detto Benedetto XVI – la notizia dell’elezione del metropolita Kirill a nuovo patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Invoco su di lui la luce dello Spirito santo, per un generoso servizio alla chiesa ortodossa di Russia”.

[..]

“La Shoah sia per tutti monito contro l’oblio, la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti”. E’ il forte ammonimento con cui il Papa ha concluso l’udienza di oggi, prima di salutare – tra i circa 4 mila fedeli riuniti in Aula Paolo VI – i fedeli di lingua italiana. “La Shoah – l’auspicio del Pontefice per il futuro – insegni specialmente sia alle vecchie sia alle nuove generazioni che solo il faticoso cammino dell’ascolto e del dialogo, dell’amore e del perdono conduce i popoli, le culture e le religioni del mondo all’auspicato traguardo della fraternità e della pace nella verità. Mai più la violenza umili la dignità dell’uomo!”. “In questi giorni nei quali ricordiamo la Shoah – ha esordito il Pontefice nell’ultima delle tre comunicazioni finali – mi ritornano alla memoriale immagini raccolte nelle ripetute visite ad Auschwitz, uno dei lager nei quali si è consumato l’eccidio efferato di milioni di ebrei, vittime innocenti di un cieco odio razziale e religioso”. “Mentre rinnovo con affetto – ha proseguito il Pontefice – l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, auspico che la memoria della Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo".

Fonte: SIR (link1 e link2)

Mons. Fellay intervistato da Gnocchi e Palmaro

- Monsignor Bernard Fellay, il 30 giugno 1988, lei, con altri tre sacerdoti della Fraternità San Pio X, veniva consacrato vescovo da monsignor Marcel Lefebvre. Questo atto fece di voi e del vescovo brasiliano Antonio De Castro Mayer, che vi aveva partecipato, fra i primi scomunicati dopo il Concilio Vaticano II. Oggi, a distanza di più di vent’anni, lei è il Superiore generale della Fraternità, quello che nello sbrigativo linguaggio giornalistico viene definito “il capo dei lefebvriani”. Siamo a Menzingen, Svizzera profonda, nella Casa generalizia, fuori c’è la neve, pare di essere in un presepe e qui sul tavolo c’è il decreto della Santa Sede che revoca quella scomunica. Che cosa prova?
Gioia, soddisfazione. Che non sono sentimenti di una persona che pensa di essere un vincitore. Quello che la Fraternità San Pio X ha fatto dalla sua fondazione a oggi, e che continuerà sempre a fare, lo ha fatto e lo farà solo per il bene della Chiesa. Anche le consacrazioni episcopali del 1988 furono fatte a quello scopo. Per il bene della Chiesa e per la nostra sopravvivenza. Monsignor Lefebvre doveva, ripeto doveva, assicurare una continuità. Noi non siamo altro che una piccola scialuppa di salvataggio in un mare in tempesta. Noi siamo sempre stati al servizio della Chiesa e sempre lo saremo. La revoca della scomunica, insieme con il Motu proprio di Papa Benedetto XVI sulla Messa antica, è un segnale importante, davvero importante, per la nostra piccola scialuppa. Per questo parlo di gioia e di soddisfazione.

– Dove e quando ha saputo del decreto?
L’ho saputo pochi giorni fa a Roma, nell’ufficio di un cardinale, il cardinale Castrillon Hoyos, il presidente della Commissione Ecclesia Dei. Ci siamo abbracciati. Poi, per prima cosa ho ringraziato la Madonna, questo è un suo regalo. E’ per ottenere la sua intercessione che sono stati messi insieme più di un milione e settecentomila rosari, recitati da fedeli che auspicavano la revoca della scomunica.

– Chi, in Vaticano, ha lavorato di più per giungere a questa soluzione?
Sicuramente il cardinale Hoyos, che è a capo della Commissione preposta ai rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X. Ma, soprattutto, Papa Benedetto XVI. L’ho capito dalla prima udienza in cui lo incontrai poco dopo la sua elezione. Pur muovendoci dei rimproveri, il Santo Padre aveva un tono dolce, veramente paterno.

– Nel decreto si dice che il Santo Padre confida nel vostro impegno a “non risparmiare alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con le Autorità della Santa Sede le questioni ancora aperte”. Che cosa vuol dire questo?
Vuol dire che, come tutti i figli della Chiesa, siamo titolati a discutere delle questioni che riteniamo fondamentali per la fede e per la vita della Chiesa stessa. Credo che questo riconosca quanto meno la serietà della nostra posizione critica su questi ultimi quarant’anni. Noi non chiediamo altro che chiarirci. Il fatto che la volontà del Santo Padre vada in questa direzione è veramente di grande conforto. L’importante è che si capisca che, anche nei momenti in cui poniamo delle critiche severe, noi non siamo mai contro la Chiesa, noi non siamo mai contro il papato. E come potremmo farlo? Ci hanno spesso accusato di essere “lefebvriani”, ma noi non siamo “lefebvriani”, benché rimane per noi un titolo di gloria: noi siamo cattolici. Il primo a non essere lefebvriano è stato il nostro fondatore, monsignor Lefebvre. Quando questo sarà chiaro, si comprenderanno meglio le nostre posizioni. Ci vorrà ancora del tempo, ma credo che poco alla volta sarà chiaro che tutto ciò che facciamo è opera di Chiesa.

– La revoca della scomunica è frutto di una trattativa e di un accordo, o è un atto unilaterale della Santa Sede?
Noi abbiamo chiesto più volte la libertà nella celebrazione della Messa antica e la revoca della scomunica. Ma ciò che è avvenuto ora non è frutto di una trattativa o di un accordo. E’ un atto gratuito e unilaterale che mostra che Roma ci vuole realmente bene. Un bene vero. Per molto tempo abbiamo avuto l’impressione che Roma non volesse entrare in argomento. Poi, tutto è cambiato e questo lo dobbiamo al Papa.

– Perché Papa Benedetto XVI ha voluto così fortemente questo atto? Si è reso conto del ginepraio in cui si è messo con la revoca della scomunica?
Oh, sì, credo che sia ben consapevole delle reazioni più diverse e più scomposte. Del resto, a più riprese, prima e dopo la sue elezione pontificale, ha parlato della crisi della Chiesa in termini tutt’altro che ambigui. Quando dicevo della sua dolcezza paterna, intendevo parlare del fatto che in Lui traspaiono, insieme, la consapevolezza dei tempi in cui viviamo, la fermezza nel porvi rimedio e l’attenzione a tutti i suoi figli. Questo fa sì che reazioni più o meno scomposte ai suoi atti lo possono far soffrire, ma non certo lo costringono a mutare parere. E qui sta anche il motivo di questa decisione.

– In questo quadro, si potrebbe sintetizzare questa notizia dicendo che la Tradizione non è più scomunicata?
Sì, anche se ci vorrà del tempo prima che questo concetto diventi moneta comune dentro il mondo cattolico. Fino a oggi, in molti ambienti siamo stati considerati e trattati peggio del diavolo. Tutto ciò che facevamo e che dicevamo doveva essere per forza qualcosa di male. Non credo la situazione possa cambiare improvvisamente. Ma oggi c’è un atto della Santa Sede che ci autorizza a dire che la Tradizione non è scomunicata.

- E che cosa si prova a vivere da scomunicati?
Si prova dolore per l’utilizzo cattivo e strumentale di un marchio d’infamia. Per quanto riguarda la nostra situazione, invece, devo dire che non ci siamo mai sentiti scomunicati, non ci siamo mai sentiti scismatici. Noi ci siamo sempre sentiti parte della Chiesa e la notizia di cui stiamo parlando dimostra che avevamo ragione.

– A questo punto ci si chiede perché tale situazione si sia trascinata così tanto. E, soprattutto, di che natura sono le questioni che il documento della Santa Sede e voi stessi dite che devono essere ancora discusse?
Lo riassumo in poco spazio. A un certo punto, dentro la Chiesa abbiamo visto che si prendeva una strada nuova, secondo noi una strada che avrebbe portato a grandi problemi. Noi non abbiamo fatto altro che pensare, insegnare e praticare ciò che la Chiesa aveva sempre fatto fino a quel momento: niente di più e niente di meno. Non abbiamo inventato nulla. Abbiamo seguito, per l’appunto, la Tradizione. E, oggi, la Tradizione non è più scomunicata.



Alessandro Gnocchi
Mario Palmaro



Fonte: Libero 25.1.09, via Papa Ratzinger blog

Don Morselli: "la Messa tridentina fucina di vocazioni"

Zenit riporta questa illuminante intervista a don Alfredo Morselli, combattivo (e simpaticissimo) alfiere della Messa tridentina in Emilia.

La revoca della scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità Sacerdotale S. Pio X (FSSPX) sta suscitando un intenso dibattito.Diversi e moltissimi i temi sollevati. Per cercare di chiarire i termini della questione, ZENIT ha intervistato don Alfredo Morselli, parroco nella Diocesi di Bologna e uno dei sacerdoti incaricati dal Cardinale Carlo Caffarra di celebrare la Messa Tridentina.

- Qual è il significato della revoca della scomunica?
Don Alfredo: Mi pare che il significato sia duplice: in primo luogo si tratta di un atto di paternità nei confronti degli stessi Vescovi e di tutti i fedeli legati alla fraternità San Pio X. Sono molto significative le parole di mons. Fellay in una recentissima intervista: “L’ho capito dalla prima udienza in cui lo incontrai poco dopo la sua elezione. Pur muovendoci dei rimproveri, il Santo Padre aveva un tono dolce, veramente paterno... E’ un atto gratuito e unilaterale che mostra che Roma ci vuole realmente bene. Un bene vero”. Ma questo gesto è soprattutto un messaggio a tutta la Chiesa e a tutto il mondo, la più energica riproposizione della chiave ermeneutica di questo pontificato: l’ “ermeneutica della riforma e della continuità”.

- Può spiegare meglio quest’ultimo punto?
Don Alfredo: Ci sono persone che dopo il Concilio Vaticano II hanno parlato dell' “ermeneutica della discontinuità”, mentre il Pontificato di Benedetto XVI sostiene che “la Chiesa e la sua fede non possono cambiare e non sono cambiate”. Il Pontefice si sta impegnando, con tutta la forza del suo Magistero, a “spiegare come la fede della Chiesa, pur insidiata dalla tentazione della discontinuità e della rottura, non è mai andata soggetta a trasmutazione”. E sembra che mons. Fellay stia accettando questa prospettiva. Se ho ben capito le sue parole, egli afferma che nel Papa “traspaiono, insieme, la consapevolezza dei tempi in cui viviamo, la fermezza nel porvi rimedio e l’attenzione a tutti i suoi figli”. Rilevante la dichiarazione di mons. Fellay rilasciata ad un giornale francese: “Io credo nell’infallibilità della Chiesa e penso che arriveremo ad una soluzione vera” (link).

- Molti hanno parlato della fine di uno scisma, di un atto che non ha precedenti nella storia. Qual è il suo commento in merito?
Don Alfredo: Diciamo che se alla buona volontà del Papa corrisponderà altrettanta buona volontà da parte della FSSPX, avremo evitato uno scisma.

- E’ vero che i Vescovi i sacerdoti e i fedeli della Fraternità sacerdotale di San Pio X hanno sempre riconosciuto e pregato per il Papa?
Don Alfredo: Questo è verissimo. Mons. Lefebvre definì anni addietro “Colpo da maestro di satana” l’allontanamento dei fedeli dalla Tradizione credendo di obbedire. Ma sarebbe stato ancora più grave riuscire a staccare da Pietro i Tradizionalisti, che hanno nel loro DNA il massimo amore alla Sede Apostolica: e così si capisce un certo malcontento progressista per la felice soluzione del caso.

- Perché la Fraternità sacerdotale di San Pio X ha così tante vocazioni al sacerdozio?
Don Alfredo: La Messa Tridentina – contra factum non fit argumetum – è una fucina di vocazioni: nel rito romano antico viene proposto un modello di sacerdozio dove la singolarità del prete scompare e dove emerge invece tutto il valore delle parole della ordinazione: “Imitate ciò che trattate”. Una vera “vita spericolata” affascina, per imitare prima Cristo in stato di vittima, e, alla fine, seguirlo nella Sua gloria; al contrario, tanti abusi liturgici finiscono col far pensare che animare una celebrazione come un presentatore è un po’ poco per lasciare tutto.

- Pensa che le dichiarazioni del vescovo Williamson possano compromettere il processo di riammissione nella Chiesa cattolica?
Don Alfredo: Bisogna diffidare da interviste rispolverate ad arte mesi dopo le dichiarazioni stesse. Questo “polverone” non fermerà la volontà del Papa, che ripresenta – qui e ora – la volontà di Gesù Cristo: che tutti siamo “uno” come Lui e il Padre sono “uno”.

- La ricucitura di questo scisma e l’attenzione per la liturgia, potrebbero essere segnali importanti anche per rinnovati e migliori rapporti con le Chiese ortodosse?
Don Alfredo: Ma certo! In questi casi, dove il Papa scende in campo in prima persona come buon pastore, si vede proprio che il successore di Pietro è il “Servo dei Servi di Dio”, come si leggeva nelle intestazioni dei vecchi documenti pontifici: e si vede pure che la comunione con Pietro non minaccia nessuna realtà ecclesiale particolare, ma la
rafforza. Da un punto di vista pratico, la soluzione che si troverà per regolarizzare la posizione giuridica della FSSPX, darà garanzie agli ortodossi di ampie autonomie future. Già non erano mancati segnali di apprezzamento, da parte degli Ortodossi, del Motu Proprio Summorum Pontificum.

- Lei ha conosciuto nella sua vita diversi sacerdoti della FSSPX? Che cosa ci può dire di questa esperienza?
Don Alfredo: Certamente non ho condiviso la scelta delle ordinazioni dei Vescovi e di quanto - al di là delle intenzioni personali – potesse anche solo sembrare disobbedienza al Magistero. Ma il loro amore per la Santa Messa e la loro spiritualità sacerdotale, incentrata sulla Santa celebrazione del Santo Sacrificio, rimangono esemplari. Alcuni dicono che senza di loro non sarebbe arrivato il Motu Proprio. Correggerei l’affermazione con: “Il Signore, per meritarci la grazia del Motu Proprio, ha versato nel calice del Suo Preziosissimo Sangue la 'goccia d’acqua' della sofferenza dei Tradizionalisti; di quelli legati alla Fraternità San Pio X e di quelli che, spesso emarginati nel lungo 'inverno liturgico' - in cui si è tollerato di tutto fuorché la Messa di San Pio V -, non di meno sono rimasti nella più perfetta obbedienza".

Comunicato del Distretto tedesco della Frat. S. Pio X


In qualità di Superiore del Distretto della Fraternità in Germania, sono molto turbato dal discorso di Mons. Williamson qui, in questo paese [dove l’intervista della televisione svedese è stata registrata].
La banalizzazione dei crimini del regime nazista contro gli Ebrei e i loro orrori sono per noi inaccettabili. La caccia e l’eccidio di un numero innumerevole di Ebrei sotto il Terzo Reich ci commuovono molto dolorosamente e infrangono anche il comandamento cristiano dell’amore del prossimo che non fa differenze tra le etnie.
Devo scusarmi per quel comportamento e prendere le distanze da tali affermazioni.
Tale presa di distanza è per noi necessaria anche perché il padre di Mons. Lefebvre è morto in prigionia e poiché molti preti cattolici sono morti nei campi di concentramento di Hitler.

Stoccarda, 27 gennaio 2009
Pater Franz Schmidberger
Superiore del Distretto
Fonte: FSSPX

Il nuovo Patriarca di tutte le Russie: amico di Roma e della Tradizione




Si aprono entusiasmanti prospettive ecumeniche: di un ecumenismo vero e sano, non di quello finora predominante alla "dialoghiamo tanto per dialogare" con la pastora luterana e l'imam; ma quello che può, a lungo termine, riportare all'incontro delle uniche Chiese sorelle, la Cattolica e la Ortodossa (le quali solo hanno diritto al titolo stesso di Chiesa, come ha chiarito la Congregazione per la Dottrina della Fede). Forse il Cristianesimo potrà un giorno tornare a respirare con due polmoni, l'orientale e l'occidentale, secondo la bellissima immagine di Giovanni Paolo II.

Ecco la bella notizia: Cirillo (nella foto, in visita al Papa nel 2007), Vescovo Metropolita di Smolensk e Kaliningrad (l'antica Koenigsberg), è stato eletto oggi dal Santo Sinodo nuovo Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, assurgendo così alla guida della Chiesa ortodossa autocefala più importante per numero di fedeli (che per vero egli già governava come locum tenens dopo la recente morte del Patriarca Alessio). Egli ha ottenuto 508 voti contro i 169 voti del metropolita Clemente.


La notizia è positiva perché il nuovo Patriarca rappresenta l'ala della Chiesa ortodossa favorevole ad un riavvicinamento con Roma; è inoltre in ottimi rapporti personali col Papa: proprio Cirillo ha redatto nel 2006 la prefazione all'edizione russa della Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger.


Ancor più interessante per questo blog, Cirillo apprezza gli sforzi del Pontefice per recuperare la Tradizione della Chiesa messa in ombra nel dopo Concilio. Abbiamo riportato tempo addietro in un post (leggilo qui) le sue chiarissime dichiarazioni sulla nocività delle riforme liturgiche, ricordando tra l'altro lo scisma dei "vecchi credenti" che divide l'ortodossia russa da quattro secoli, proprio per ragioni di lex orandi.


Ma soprattutto, ecco come nella prefazione al libro di Ratzinger (qui il testo integrale) il neo Patriarca dichiara la sua profonda consonanza con la ispirata visione ecclesiologica del Pontefiche che fa giustizia di quarant'anni di tensioni e rotture col passato:

Mi arrischio ad asserire qui che un grave fattore che ostacola la capacità di accogliere l’annuncio cristiano nel mondo secolarizzato di oggi è il fatto che noi cristiani, in Occidente come in Oriente, ci siamo preoccupati prevalentemente di trovare un linguaggio adeguato per dialogare con il mondo, dimenticandoci nel contempo i contenuti da comunicare

[..]

L’attuale pontefice ha sempre goduto di una solida fama di tradizionalista e conservatore, tanto da essere guardato con una certa diffidenza dagli ambienti liberali che, purtroppo, guadagnano sempre più posizione nel mondo cristiano contemporaneo. Per qualche ragione, infatti, la mentalità comune fa coincidere il conservatorismo con una ristrettezza di vedute, mentre questo in realtà non è assolutamente vero. Il tradizionalismo di Benedetto XVI è uno sguardo che va in profondità, una saggia capacità di cogliere l’essenza intima delle cose. Attraverso la preoccupazione che gli è propria di ritornare ai fondamenti del cristianesimo, egli non intende affatto sottrarsi ai gravi interrogativi che il mondo pone: al contrario, vi risponde con decisione, sempre fondandosi sull’eterna e immutabile Verità. Del resto, il mondo muta solo esteriormente, e gli interrogativi che pone sono gli stessi di mille anni fa; neppure il contenuto delle nostre risposte, quindi, deve cambiare.

Questo - è mia profonda convinzione - deve essere l’atteggiamento di tutti i cristiani che desiderino rimanere fedeli all’eternamente giovane Tradizione della Chiesa a fronte dell’ennesima offensiva del relativismo totalitario di cui siamo oggi spettatori.

Tale fedeltà alla tradizione è oggi professata con chiarezza dalla Chiesa ortodossa e dalla Chiesa cattolica. Questo avvicina le loro posizioni e lascia sperare in un superamento dei problemi che esistono attualmente fra di esse, affinché possano giungere a una feconda collaborazione nell’annuncio dei valori cristiani.

La preghiera per gli Ebrei di Papa Benedetto XVI: tre errori.

Quante volte abbiamo sentito i mugugni (per i non liguri: le lamentele) degli Ebrei circa le preghiere con la quale Santa Romana Chiesa si rivolge a Nostro Signore Gesù Cristo!

Quante volte abbiamo sopportato le loro critiche e le loro ingerenze su questioni di merito squisitamente dottrinali, teologiche e quindi, “interne” alla Chiesa!!

Che polverone hanno sollevato, i nostri Fratelli Maggiori, sui canditati a salire agli onori dei (nostri) altari per essere venerati quali (nostri) Santi!!!

Per non parlare poi delle assurde questioni (con mero intento polemico) nate intorno alla ormai famosa “Preghiera per gli Ebrei” del Venerdì Santo, secondo il Rito tridentino.!!!!
Ed è proprio a questo proposito che proponiamo il seguente articolo: per fornire a quanti dei nostri lettori, stanchi di sentire i rimbrotti degli Ebrei sul nostro modus orandi, volessero conoscere alcuni autorevoli e competenti argomentazioni per poter replicare alle continue ed inesatte (e oseremmo dire strafottenti e faziose) critiche dei rabbini sulla preghiera del Venerdì Santo, e sulla imprescindibile missione evangelizzatrice della Chiesa Cattolica.
Sulle pagine dell’ottimo quotidiano on line Zenit – Il Mondo visto da Roma, il 23 gennaio 2009 è stato presentato un intervento (curato da Anita S. Bourdin) di Padre Michel Remaud, direttore dell'Istituto Cristiano di Studi Ebraici e di Letteratura Ebraica di Gerusalemme. (il sottolineato è nostro)


Egli sottolinea come la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo secondo il rituale di Giovanni XXIII non dica “preghiamo per la conversione degli ebrei”, ma “preghiamo per gli ebrei”.



In occasione della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, dal 18 al 25 gennaio, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha istituito una giornata di dialogo con l'ebraismo il 17 gennaio. I rabbini italiani non hanno partecipato a causa dell'approvazione papale di questa preghiera. Noi Cattolici preghiamo per loro, ed essi se ne risentono!


Il testo dell'Ufficio della Passione del Venerdì Santo in latino, autorizzato per il suo uso “straordinario” da Benedetto XVI e utilizzato per la prima volta nella preghiera universale del Venerdì Santo del 2008, non dice “Oremus pro conversione Judæorum”, ma “Oremus et pro Judæis”, dopo la soppressione della parola “perfidis”, quasi cinquant'anni fa, da parte di Papa Giovanni XXIII.
“In un terreno così delicato” come quello dei rapporti tra cristiani ed ebrei, padre Remaud raccomanda di “essere rigorosi”.
Per il sacerdote, la questione è la seguente: “il cristiano che esprime la propria fede utilizzando le formule del Nuovo Testamento deve essere accusato di volontà di conversione quando dialoga con gli ebrei?”.
L'esperto sostiene inoltre l'importanza di tener conto degli elementi liturgici del dibattito. In questo senso, afferma, i giornali hanno spesso commesso tre errori.
Non è una questione legata alla Messa in latino
In primo luogo, non è una questione legata alla “Messa in latino”, perché anche questa si celebra secondo il rituale successivo al Concilio Vaticano II, approvato da Paolo VI.
E' una versione che si usa molto nelle assemblee internazionali, a Lourdes e a Roma, ad esempio. Non si tratta, dunque, di scegliere tra la “Messa in latino” e quella nella lingua nazionale. Questa, osserva padre Remaud, è una falsa pista.
“Per definire il rituale anteriore alla riforma del 1969 – sottolinea il sacerdote –, i giornalisti hanno creato l'espressione, comoda ma inadeguata, di 'Messa in latino'”.
In realtà, avverte, ciò che distingue l'antico rituale non è l'uso del latino, “perché il Messale promulgato in applicazione della riforma conciliare è redatto originariamente in latino, e si usa contemporaneamente alle sue traduzioni nelle lingue vive”.
Non è una questione legata alla Messa
Non è nemmeno un problema di “Messa”, aggiunge, perché nel giorno del Venerdì Santo non si celebra la “Messa”, ma l'Ufficio della Passione. Ecco, quindi, un'altra falsa pista.
Quando non si celebra la Messa, la liturgia introduce, tra le altre, una preghiera per i nostri “fratelli maggiori”, secondo la formula usata da Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma il 13 aprile 1986.
“E' una preghiera 'universale' per tutta l'umanità – spiega padre Remaud –. L'ufficio proprio di quel giorno include una lunga serie di preghiere in cui si raccomandano a Dio tutte le categorie dei credenti (e anche i non credenti) che compongono l'umanità”.
“Fino al 1959 – aggiunge – si pregava, tra le altre intenzioni, in latino, 'pro perfidis judæis'”, ma “anche dopo la soppressione dell'aggettivo 'perfidis' da parte di Giovanni XXIII, la preghiera ha continuato a impiegare formule che potevano ferire gli ebrei”.
Perfidi” non aveva in latino il senso dispregiativo che ha poi assunto nelle lingue volgari. Letteralmente deriva da “per” e “fides”, ossia colui che resiste o rimane nella sua fede.
La formula “è caduta in disuso alcuni anni dopo con la promulgazione del Messale cosiddetto di Paolo VI”, in parte a causa del significato peggiorativo assunto.
Giovanni Paolo II, nel 1984, ha autorizzato l'uso dell'antico Messale per i seguaci dell'Arcivescovo Marcel Lefebvre che erano tornati alla comunione con Roma.
L'antica formula, quindi, è stata usata per 24 anni da alcune comunità cattoliche senza che nessuno protestasse, sottolinea padre Remaud.
Il motu proprio Ecclesia Dei rimanda alla lettera
Quattor Abhinc Annos, che dice letteralmente: “Il Santo Padre, nel desiderio di andare incontro anche a codesti gruppi, offre ai Vescovi diocesani la possibilità di usufruire di un indulto, onde concedere ai sacerdoti insieme a quei fedeli che saranno indicati nella lettera di richiesta da presentare al proprio Vescovo, di poter celebrare la S. Messa usando il Messale Romano secondo l'edizione del 1962 ed attenendosi” a quattro norme, tra cui il fatto che “queste celebrazioni devono essere fatte secondo il Messale del 1962 ed in lingua latina”.
Prima di dare la sua autorizzazione, Benedetto XVI ha chiesto un'altra modifica, “proibendo anche a quanti usano a titolo eccezionale il Messale anteriore al Concilio di tornare a utilizzare queste espressioni”.
Paradossalmente – fa notare l'esperto –, è proprio la decisione di correggere una formula giudicata inaccettabile e utilizzata da un numero molto ristretto di cattolici [una volta all'anno] ad aver suscitato tanta indignazione”.
Non esiste la parola conversione
C'è un'ultima “falsa pista” nata nel dibattito sulla preghiera: la parola “conversione”.
Padre Remaud sottolinea che “tutto il dibattito suscitato da questa decisione si è concentrato su una parola che non figura nel testo, la 'conversione'”, e che “chiedere a Dio di illuminare i cuori è una cosa, esercitare pressioni sulla gente per cercare di convincerla è un'altra. La differenza è più che nella sfumatura”.
Per questo, pone una domanda “più fondamentale”: se il cristiano considera Gesù “il Salvatore di tutti gli uomini” ed esprime questa convinzione nella sua liturgia, gli si può impedire il dialogo con quanti non condividono la sua fede?”.
[Il testo integrale della preghiera modificata da Benedetto XVI nel 2008: “Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo”]”