domenica 20 dicembre 2009

Card. Danneels: no al Santo Subito

Estratto da un'intervista al cardinale belga su 30 Giorni, uscito ieri. Il presule è notoriamente progressista, ma non si può non essere d'accordo con lui su un certo numero di punti:

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- Questa prossimità ordinaria, questa raggiungibilità della Chiesa, tanti la sperimentano quando vanno a chiedere il battesimo per i propri figli piccoli. Lei, di recente, ha spiegato che in questa pratica non è in gioco solo il rispetto delle consuetudini.
DANNEELS: Quando Tertulliano ha detto a un certo punto della sua vita che non si sarebbero più battezzati i bambini, che chi voleva il battesimo doveva aspettare di diventare adulto, Roma ha risposto: no, perché è stato Gesù stesso a dire agli apostoli: «Lasciate che i piccoli vengano a me». L’argomento fondamentale a favore del battesimo dei bambini è che lo chiede Gesù stesso. Mi pare importantissimo. La presenza dei bambini battezzati nella Chiesa è una ricchezza che non possiamo mai dimenticare. È una grazia e un privilegio immenso, quello di vivere già dalla prima infanzia in un’atmosfera di preghiera, ma anche di culto, partecipando alla messa. Io ho ancora con me la memoria di quando avevo tre, quattro, cinque anni, prima della prima comunione, e andavo in chiesa coi miei genitori e vedevo tutta questa gente che pregava e cantava. C’è una corrente protestante, quella dei rimostranti, dove non c’è il battesimo dei bambini. Ho sentito un bravo pastore di questa comunità lamentarsi del fatto che la chiesa era vuota di bambini, e c’erano solo gli adulti. Lui diceva: è un’altra cosa. Non è la stessa cosa. Una Chiesa senza bambini non è la Chiesa di Gesù.

- Invece alcuni dicono che battezzare i bambini non serve, perché in loro non c’è ancora la consapevolezza. Lei che ne dice?
DANNEELS: Il battesimo dei piccoli mostra fino a che punto la Chiesa crede che il venire alla fede è l’opera di Cristo in noi. E nello stesso tempo manifesta che la Chiesa è il luogo dove i piccoli e i poveri hanno il primo posto. La Chiesa non è un’assemblea di perfetti, tutti consapevoli e autonomi. Non è una riserva d’élite. Spesso noi crediamo che l’opera di Dio in noi si misuri in base al grado di consapevolezza che ne abbiamo: quanto più noi saremo consapevoli, tanto più la grazia potrà impregnarci. Ma non è così che funziona. Il lavoro della grazia non si manifesta in una presa di coscienza psicologica. La grazia precede la coscienza, e non ne è condizionata. Dio ama la sua creatura così com’è, cosciente o meno. Lui sa come lavorare le anime, anche quelle di chi non ne è consapevole. Quella del bebè come quella del moribondo o del malato terminale che ha perso coscienza. Solo la volontà malvagia prova a fare resistenza alla grazia. Non l’incoscienza innocente. E poi, chi può resistere alla mano di Dio, quando Lui ci vuole attirare a sé? Paolo, con tutta la sua volontà negativa, non è riuscito a resistere, alle porte di Damasco.

- Eppure molti dicono che, vista la crisi di fede del nostro tempo, sarebbe meglio serrare i ranghi. Che le richieste di battesimo e degli altri sacramenti vanno vagliate ed è meglio respingere chi non è idoneo e non s’impegna.
DANNEELS: Questa posizione mi fa sempre venire in mente l’episodio biblico di Naaman, il capo dell’esercito del re di Siria, malato di lebbra, che va dal profeta Eliseo per chiedergli la guarigione. Il profeta gli manda a dire di immergersi sette volte nelle acque del fiume Giordano, se vuole essere guarito. E allora lui si infuria: gli sembra ridicolo che per lui, così potente, venuto dalla Siria per vedere il profeta, tutto si risolva con un bagno nel fiume. Alla fine viene convinto dai suoi servi, si getta sette volte nel Giordano e ne esce guarito. Allora ritorna da Eliseo per ricompensarlo con del denaro: vuole pagare in qualche modo la sua salvezza. Ma il profeta rifiuta i suoi soldi: la grazia di Dio è offerta gratuitamente a tutti. Per me Naaman è l’immagine di tutti quelli che non riescono ad accettare che la grazia sia così semplice.

- Torniamo a lei. Per quel che la conosco, non farà chissà quali bilanci e rendiconti.
DANNEELS: Se paragono la situazione di adesso a quella di quando ero ragazzo, tante cose sono cambiate. Allora c’era ancora un cattolicesimo sociologico, dove si era cristiani per tradizione, quasi si può dire che si nascesse cristiani. Adesso non è più così. La fede è diventata spesso un fatto personale, a volte personalistico. Io non dico niente di male di quel cristianesimo come tradizione di famiglia, perché come ho già detto sono molto riconoscente verso i miei genitori, dei quali ho conosciuto la fede che ero piccolino. È un vantaggio. Ma questo è quello che capita, e bisogna starci. Attraversando tempi in cui tutto sembra cambiare, il Signore ha continuato a starmi vicino. E quando le cose cambiano come sono cambiate in questo tempo, diventa più evidente che si può sperare solo in Lui. Ho dedicato la mia ultima lettera pastorale proprio alla differenza tra quel tempo e il tempo presente. Il titolo della lettera è La petite fille Espérance. Quella di cui parla Charles Péguy. La speranza come una piccola bambina, che avanza tra le due sorelle grandi, la fede e la carità. Il popolo cristiano crede che siano le grandi a portare per mano la piccola. E invece è lei che tira le altre due.

-Secondo lei qual è adesso il più grande ostacolo all’annuncio del Vangelo? L’ostilità del mondo scristianizzato? L’egoismo dei singoli? Il laicismo?
DANNEELS: L’ostacolo più grande non è la resistenza della società, o l’ostilità del mondo. Il mondo è sempre stato lì. La resistenza più grande è la mancanza di confidenza di chi vuole evangelizzare e non ha fiducia nella forza propria della Parola di Dio. Ai discepoli che erano disperati per le difficoltà che incontravano, Gesù racconta le tre parabole presenti nel Vangelo di Marco: quelle sul seminatore, sul seme che germoglia da solo, sul granello di senape. Così cerca di far capire loro come vanno le cose. I germogli non fioriscono perché si mette più abbondanza di semi nella terra, o in virtù dell’impegno di chi semina. Il seme è forte e porta frutto da sé stesso.

- In una delle parabole che ha citato si parla dell’uomo che dopo aver seminato va a dormire tranquillo, perché «che dorma o vegli, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa». Tante volte anche lei è stato criticato per non essere salito sulle barricate, in nome dei valori cristiani. O per non aver riempito i suoi preti e i suoi fedeli di istruzioni e direttive. È solo questione di carattere?
DANNEELS: Certo, il mio temperamento c’entra qualcosa. Ma anche nella Bibbia c’è scritto che il servo di Dio non levava la voce nelle strade. Di questo non parlano mai, non lo ricordano mai. Io sono convinto della forza silenziosa, misteriosa della Parola di Dio. Non è che non si deve far niente. Io ho lavorato dalla mattina alla sera. Ma non ho gridato. Per gridare ci sono gli urlatori. Io non lo sono. E poi c’è il metodo di Paolo, che comincia a profetizzare nelle piazze. E va bene. Ma c’è anche il metodo di Maria. Che è come quello della stufa, che senza dire niente riscalda tutti quelli che le sono intorno.

- Vorrei leggerle una frase di Paolo VI. Era il 1968. Anche nella Chiesa c’era aria di bufera. Papa Montini va in visita al Seminario lombardo, e dice: «Tanti si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, a cui preme la sua Chiesa più che non a qualunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta». Non si tratta, aggiunge più avanti, «di un’attesa sterile o inerte: bensì di attesa vigile nella preghiera. È questa la condizione, che Gesù stesso ha scelto per noi, affinché Egli possa operare in pienezza».
DANNEELS: Potrei averla scritta io stesso. È vero che il Papa con cui ho sentito personalmente più affinità è Paolo VI. Lui mi ha nominato vescovo. Con Paolo VI mi sento a casa.

- L’ha citata anche Benedetto XVI, nella sua visita a Brescia.
DANNEELS: Anche Benedetto XVI ha la stessa attitudine a non gridare, a dire le cose proponendole con un po’ di fiducia. Non è il modello atletico di Giovanni Paolo II, che è stato un altro tipo di Papa. Importante, anche lui. Ma diverso da Paolo VI.


- Benedetto XVI negli ultimi tempi sembra insistere su questo punto. Aprendo il Sinodo africano, citando gli apostoli, ha ricordato che anche loro hanno aspettato l’azione dello Spirito Santo, perché sapevano che «la Chiesa non si può fare, non è il prodotto della nostra organizzazione». La Chiesa, adesso, ha bisogno di essere richiamata a questa realtà?
DANNEELS: La Chiesa ha bisogno di sant’Agostino. Che dice che la grazia fa tutto. Anche noi dobbiamo collaborare. Ma è Dio che opera, e noi cooperiamo. Invece ci siamo votati troppo a un certo pelagianesimo, pensiamo che le cose in fondo dipendono da noi, e che ci basta solo un piccolo aiuto da parte di Dio. E così neghiamo l’onnipotenza della grazia. Proprio come succedeva ai tempi di Agostino.

- Questa tentazione dove l’ha vista affiorare, nella Chiesa?
DANNEELS: Negli anni Sessanta e Settanta, questa tendenza ha assunto un colore più politico. Molti avevano in mente di realizzare il Regno di Dio inteso come rivoluzione sociale. Adesso, alcuni della Teologia della liberazione sono passati a fare l’ecologia. Sono gli stessi combattenti, hanno solo cambiato armamentario… Poi, negli anni Ottanta e Novanta, è prevalso un certo modo di interpretare l’evangelizzazione come impresa della Chiesa, come frutto del suo protagonismo nella società. Oggi la stessa tendenza un po’ pelagiana ha assunto forme più restauratrici. Ci sono quelli che dicono: dopo il Concilio c’è stato un certo smarrimento, si sono dissipate tante cose buone, ma adesso ci pensiamo noi a rimettere a posto le cose, a raddrizzare il cammino. Chiamano sempre in causa cose essenziali: la liturgia, la dottrina, l’adorazione eucaristica… Ma a volte, nei loro discorsi, queste cose sembrano solo parole d’ordine di un nuovo corso, usate come bandiere. Cambiano gli slogan, ma la linea di fondo rimane sempre la stessa.

- Quale?
DANNEELS: Siamo sempre tentati di fare da noi stessi. Prima nell’Azione cattolica, e dopo nei movimenti. Prima nel rinnovamento conciliare, e adesso nella restaurazione. Gli attori siamo sempre noi. Rimandiamo sempre a noi stessi: guardate me, come faccio bene le cose. Invece non serve a niente essere un grande predicatore, se l’attenzione del mondo si ferma sul predicatore. Vedere l’uomo di Chiesa non conta nulla, anzi, quell’uomo di Chiesa fa da schermo se dietro di lui non s’intravvede Gesù. San Paolo dice: potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri. Ecco, questo è un tempo in cui ci sono tanti pedagoghi che parlano a nome di Cristo, danno lezioni a tutti nel nome di Cristo, ma non danno la loro vita. Non sono padri in Cristo, perché non sono figli.

- Vorrei farle qualche domanda su questioni specifiche. Come ha vissuto dal Belgio la liberalizzazione dell’uso del Messale di san Pio V?
DANNEELS: Tutti i riti sono buoni quando sono riti cattolici. Ho sempre pensato che attraverso le disposizioni di tolleranza liturgica contenute nel motu proprio Summorum pontificum, il Papa abbia voluto mostrare la sua disponibilità affinché tutti i tradizionalisti rientrino nel seno della Chiesa cattolica. Non sono sicuro che sia sufficiente a risolvere la questione, perché il problema coi lefebvriani non è il rito, il problema è il Concilio Vaticano II. La questione della liturgia è come la locomotiva. Bisogna vedere cosa c’è dentro i vagoni che essa trasporta.

- Proprio qui a Malines, negli anni Venti, erano iniziati i primi contatti ecumenici tra cattolici e anglicani, favoriti dal cardinale Joseph Mercier, suo predecessore. Come giudica la recente istituzione di ordinariati per accogliere comunità anglicane che vogliono stabilire la piena comunione col vescovo di Roma?
DANNEELS: Anche questo è stato un segno di disponibilità del Papa, per ricevere quelli che vogliono venire nella Chiesa cattolica. E anche su questo, bisognerà aspettare qualche anno per vedere se quella presa sarà stata la soluzione migliore. Vedremo dai risultati. In generale, mi sembra che nelle relazioni tra cattolicesimo e anglicani si registri una certa sfiducia. La visita di Rowan Williams al Papa è stata importante, ma ho letto il discorso di Rowan alla Gregoriana, e ci ho trovato una certa nota di disillusione. Non era certamente entusiasta.

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- Riguardo ai processi di beatificazione, cosa pensa della velocità con cui va avanti la causa di Giovanni Paolo II?
DANNEELS: Io penso che si doveva rispettare la procedura normale. Se il processo di per sé avanza velocemente, va bene. Ma la santità non ha bisogno di passare per corsie preferenziali. Il processo si deve prendere tutto il tempo che serve, senza fare eccezioni. Il Papa è un battezzato come tutti gli altri. Dunque la procedura di beatificazione dovrebbe essere la stessa prevista per tutti i battezzati. Certamente non mi è piaciuto il grido «santo subito!» che si è sentito ai funerali, in piazza San Pietro. Non si fa così. Qualche tempo fa hanno anche detto che si trattava di una iniziativa organizzata, e questo è inaccettabile. Creare una beatificazione per acclamazione, ma non spontanea, è una cosa inaccettabile.

- Ha qualche preoccupazione riguardo alla sua successione alla guida della diocesi? Teme che possano fare una scelta sbagliata?
DANNEELS: Penso che chiunque verrà nominato, quello sarà il pastore della diocesi. E basta. Non penso mai a chi sarà. Sarà quello che sarà. Probabilmente, e fortunatamente, sarà diverso da me. Non c’è bisogno di fare il clone del proprio predecessore. Non lo sono stato nemmeno io. Se dovessi dare un consiglio, gli direi: rimani quello che sei. Non si può fare un buon lavoro quando si ha il problema di paragonarsi e di assomigliare a qualcun altro. Bisogna essere quello che siamo, e lavorare coi carismi che abbiamo, che non sono quelli che hanno gli altri, perché ognuno ha i propri». E poi è una cosa buona che di tempo in tempo si cambi il temperamento di colui che ha la responsabilità della diocesi. Se rimanesse in vigore sempre lo stesso stile, la cosa diventerebbe anche noiosa.
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38 commenti:

  1. E poi c’è il metodo di Paolo, che comincia a profetizzare nelle piazze. E va bene. Ma c’è anche il metodo di Maria. Che è come quello della stufa, che senza dire niente riscalda tutti quelli che le sono intorno.

    Tra tante sottolineature interessanti, colgo questa, per me bellissima: è come dire che bisogna annunciare la Salvezza di Gesù Cristo sia con le parole che con le opere; entrambe sono necessarie, rappresentano la Chiesa nel suo apostolato, che è un dovere in ogni tempo della storia, perchè fino alla fine del mondo gli uomini avranno bisogno di essere ri-condotti a Gesù Salvatore.
    Penso che sia S. Paolo che Maria SS.ma siano i modelli di sequela di Gesù e di evangelizzazione da riproporre, sempre integrati tra loro e vissuti in profondità di preghiera, sia ai sacerdoti in primis, sia a tutti i fedeli cattolici.
    (e se si tralascia uno dei due modelli, la Chiesa perde coerenza).

    Memoranda

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  2. L'opera è la preghiera e la conversione.Punto!La Chiesa o converte l'uomo a cristo e lo accompagna sulla difficile ed impervia salita del calvario oppure tradisce Cristo per sposare satana. la sinagoga di satana nell'apocalisse dice molto. dice del tradimento dell'uomo di fede nei confronti dei profeti.
    Il fatto che tale iundividuo dica non santo subito è la miglior prova del Santo Subito!
    Matteo Dellanoce

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  3. Il Papa è un battezzato come tutti gli altri.
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    Il Papa è vicario di cristo. E' Santo Padre perchè è già il più vicino a Crristo! E', di per sè, Santo già in vita. questo in primis. Poi in secondo il concetto espresso nega la gerarchia fondata su di un singolo a favore di un collettivo. il che fa molto giacobinismo marxista!
    iL il Papa non è un battezzato come gli altri. Altrimenti tutti saremmo Papa e si negherebbe la santità stessa.
    Matteo Dellanoce

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  4. si riconosce il fondamento sano (battesimo, grazia,altro) e si riconoscono tutti i successivi inquinamenti

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  5. DANNEELS: Siamo sempre tentati di fare da noi stessi. Prima nell’Azione cattolica, e dopo nei movimenti. Prima nel rinnovamento conciliare, e adesso nella restaurazione. Gli attori siamo sempre noi. Rimandiamo sempre a noi stessi: guardate me, come faccio bene le cose. Invece non serve a niente essere un grande predicatore, se l’attenzione del mondo si ferma sul predicatore. Vedere l’uomo di Chiesa non conta nulla, anzi, quell’uomo di Chiesa fa da schermo se dietro di lui non s’intravvede Gesù. San Paolo dice: potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri. Ecco, questo è un tempo in cui ci sono tanti pedagoghi che parlano a nome di Cristo, danno lezioni a tutti nel nome di Cristo, ma non danno la loro vita. Non sono padri in Cristo, perché non sono figli.

    anche questo (ed altro ancora) niente male!

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  6. Be', devo dire che dalla vostra nota introduttiva mi aspettavo di peggio. Qualche scivolone c'è, come quando si assume che il motu S.P. sarebbe inteso a far rientrare i lefebvriani in seno alla Chiesa, un'interpretazione assurdamente limitativa del provvedimento di Benedetto XVI. Ma altri spunti sono tutt'altro che spregevoli. Per esempio l'intelligente difesa del battesimo degli infanti (anche se oggi sentire un prelato tessere le lodi dei puerini tende far rizzare le antenne, ohilmè) o anche l'idea della Parola come seme che germoglia nel silenzio. In un certo senso è comprensibile anche l'osservazione che riguarda il contenuto dei "vagoni" del "treno liturgico" (ma la metafora è di infima qualità); osservazione che vale però anche - se non soprattutto - per la forma ordinaria del rito, visto che alcuni dei suoi "vagoni" sono usati come carri bestiame.

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  7. E anche sull'accelerazione del processo di canonizzazione, come dargli torto.

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  8. Devo dire che ho trovato l'intervista del card. Danneels molto interessante. E comunque, sono assolutamente d'accordo con lui, quando afferma, che il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II, si è svolto in maniera troppo veloce e sarebbe stato opportuno attendere alcuni anni. Mi è piaciuto molto quando il cardinale ha ricordato l'assoluta necessità di battezzare i bambini, mentre invece, oggi, molti genitori non li fanno battezzare e lasciano che siano i figli, una volta divenuti adulti, a decidere se battezzarsi o no.

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  9. Posizioni sensate e in linea generale condivisibili. Con qualche scivolata. Mi sembra per esempio un po' grossa l'aver messo insieme, sotto l'etichetta di manifestazioni di una sorta di rifiuto pelagiano della grazia, cose come la teologia della liberazione e il ritorno alla tradizione. E' un ragionare piuttosto contorto. Anche questo "lasciar fare alla Grazia" è un'esagerazione se significa che le cose si sistemano sempre da sole e non dobbiamo darci pena di quel che accade. Detto poi dal primate di una nazione importante lascia un po' stupiti. Impossibile non pensare che sia in primis un'autodifesa del suo operato...

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  10. DANTE PASTORELLI20 dicembre 2009 12:58

    MATTEO, il Papa non è santo in quanto e semplicemente perché eletto Papa. E' santo se si comporta come autentico testimone di Cristo, se a Lui si dona, se in Lui s'identifica e come Lui vive.
    La santità non dipende dalla "carica", ma è personale. In caso contrario tutti i Papi dovrebbero esser santi. E senza bisogno di "processi".

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  11. Se qualcuno avesse qualche dubbio sull'intervento dello Spirito Santo in conclave, l'elezione di Benedetto XVI nonostante la presenza di cardinali come questo nel Sacro Collegio, dovrebbe fugarli tutti. Spero non si offenda il buon Matteo Dellanoce se dichiaro di condividere il suo commento. E se dovessimo applicare il principio evangelico che l'albero si giudica dai frutti, ben sapendo in che condizioni è la Chiesa belga, come specificato in altri post, rimarrebbe solo da invocare la Misericordia divina sull'eminentissimo Cardinal Danneels. Speriamo sia vero che il Padreterno ci chiede conto solo dell'impegno, e non dei risultati.

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  12. Condivido quasi tutto l'intervento del primate del Belgio.Non sono d'accordo sulla visione restrittiva della Summorum puntificum , altrimenti se la finalita' era solo quella di favorire i colloqui con la fraternita' spx sarebbe stato sufficiente mantenere lo status quo ante (indulto) e procedere direttamente con i colloqui che hanno basi dottrinali che vanno bel al di la della liturgia come sappiamo tutti.Evidentemente il Papa sa meglio di Danneels che chi partecipa alla Messa tradizionale puo' non essere affatto lefevbriano. Il discorso sul rapporto Grazia- opere invece lo trovo giusto in quanto lui non dice che la Grazia fa tutto, ma che essa prepara l'anima(il terreno) perche', attarverso la corrispondenza in opere dell' uomo alla Grazia(il seme e tutta la preparazione) il frutto finale venga raggiunto. Saluti Gianluigi

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  13. Non capisco perchè dovrei offendermi....Caro professore! Il Papa è colui che lo Spirito Santo indica come il più UMILE tra i discepoli. Quindi è il più simile ( analogico!) a Cristo. Ai miei occhi è Santo! Poi se la mettiamo sul piano politico....beh! Siamo progressisti! E Dio mi fulmini se amo il progressismo!
    Caro Pastorelli! Mi spiace il Papa è Papa non per volontà umana...quindi è Santo!Qualcuno prima, qualcuno dopo...ma questo è perchè l'uomo interviene nella decisione!
    Matteo Dellanoce
    PS non mi risulta storicamente che un Papa non sia stato in linea con il magistero! Non mi si tirino fuori le balle sul martirizzato dai cattolici (!!!!!!!!) Paolo VI. Avrei voluto vedere un Magno qualsiasi in quegli anni!
    Matteo Dellanoce

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  14. X Dellanoce
    Un Papa non e' santo perche' e' Papa. Lo Spirito chiama un cardinale ad essere Papa come chiama una famiglia a battezzare un figlio. Con doni e funzioni diverse ovviamente.Come usera' quei doni lo possono rendere santo oppure no. Per diventare santo non e' sufficiente rispettare il magistero nella tradizione ma evidentemente c'e' una pratica delle virtu' eroiche che rimane il parametro per qualunque santita'. Gianluigi.

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  15. Non capisco come si faccia a sostenere questa tesi assurda della santità "di default" di un Papa dal momento che viene eletto al Soglio.
    Se fosse vero questo, egli non avrebbe nessun obbligo di esercitare le virtù cristiane e lottare contro le inclinazioni della carne: le virtù eroiche gli sarebbero regalate senza suo sforzo alcuno?
    In che cosa consisterebbe l'eroismo, se egli non dovesse sostenere la militia di cui parla S. Paolo, massimo modello di tutti i sacerdoti e apostoli della Chiesa
    ("Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me") ?
    Allora vorrei sapere se Matteo intende sostenere a spada tratta la santità di un Papa come Alessandro VI, alla stessa altezza di un Papa canonizzato come Pio X (uno dei tanti)!
    Ma è sensato tutto ciò?
    La santità è casomai insita nella carica di Vicario di Cristo, (così come la Chiesa è Santa in quanto di divina istituzione, ma comprende al suo interno uomini peccatori!): carica alla quale il Papa deve rendere onore, agendo per conto di Cristo come Pastore universale della Chiesa, guidando il gregge in aderenza al suo esempio ("Io sono il Buon Pastore, che dà la vita per le sue pecore"),
    fedele a Lui sia nelle PAROLE sia nelle OPERE.
    (a mio avviso).

    Memoranda

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  16. E se parliamo di tempi duri per la Chiesa, (e "troppo duri" per un Papa?) forse lo erano quelli di S. Gregorio VII quasi quanto i nostri: e quel Papa seppe rispondere alla sfida di tante avversità.
    Grande tempra. Esercizio d'autorità suprema senza tentennamenti, senza cedimenti, consapevole di responsabilità gravissime.
    Ma qualcuno dirà:
    "Eh....ma erano 'altri tempi!'"
    ...e che vorrà dire?

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  17. Mi inserisco solo per rammentare a Dellanoce che i tipi di opere sono 14(7+7)

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  18. Esatto C.C.: e mi pare che la Chiesa (nelle sue gerarchie alte e basse) abbia tralasciato da tempo (42 anni...guarda caso) le 7 opere di misericordia spirituale, in particolare:
    1)Consigliare i dubbiosi;
    2)Insegnare agli ignoranti;
    3)Ammonire i peccatori.
    Più che altro, pare che la 2) non si riesca a usarla in coerenza e sinergia con la 1) e la 3)...o sbaglio?
    (accetto correzioni).

    Memoranda

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  19. ...correggo: da 47 anni!

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  20. Certamente Alessandro VI non fu un santo, visto quante, pare, ne combinò nella vita privata, eppure come Papa fu perfetto. Prima che mi lapidiate tento di spiegarmi: se è vero quanto dicono sulla sua condotta privata, ma occorrerebbe verificare l'attendibilità di chi ce lo riferisce, il suo magistero fu comunque ineccepibile. Basti pensare che fu l'unico a difendere i nativi americani riconoscendoli subito come esseri umani e quindi figli di Dio, inimicandosi tutti i potenti del mondo di allora, interessati a consierare gli indios come bestiame. Questo, penso, il significato dell'affermazione di Papa santo in quanto Papa. Non tutti i 267 papi sono stati santi, ma certamente nessuno di loro è mai stato eretico, nemmeno Alessandro VI. E' quella che, mi sembra, sia definita "grazia di stato".
    Per Matteo Dellanoce: il mio timore di offenderLa era legato al fatto che in seguito a una mia provocazione commentando le critiche al Papa da parte del presunto cristiano presidente belga dell'Unione Europea, riuscii a farmi definire proprio da Lei uno s.....o, anche se poi il Suo commento scomparve senza lasciare tracce.

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  21. Si può uscire d'impiccio distinguendo, con canonico sofisticheggiare, tra il Papa in quanto Vicario di Cristo, il Papa in quanto uomo, il Papa in quanto dottore (pubblico/privato), il Papa in quanto capo di Stato... E' un po' come con l'analogia dell'essere aristotelica: Papa può dirsi in molti modi. Così il Papa in quanto Vicario è santo, il Papa in quanto uomo è a volte marachelloso, ecc.

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  22. DANTE PASTORELLI20 dicembre 2009 20:44

    Il Papa è Vicario di Cristo, ma può svolgere male questo suo compito.
    E chi dice che i Papi eletti su ispirazione dello Spirito Santo, fossero i più umili e i più vicini a Cristo? La storia della Chiesa medievale e rinascimentale qualcosa dovrebbe insegnare.
    Dio chiama al pontificato servendosi degli uomini, e nei suoi piani nessuno può vedere.
    La santità non si può giudicare a settori. Un Papa è santo perché ha degnamente rappresentato Cristo nel Magistero, nel governo della Chiesa, nella sua vita spirituale, nella illibatezza dei costumi nell'esercizio della carità ecc.
    Non si può esser santi per aver avuto dei meriti in un solo aspetto della personalità.
    E questo vale anche per i laici.

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  23. esatto Pastorelli. Pietro come pastore e' stato un santo, come tutore della dottrina e' stato aiutato da Paolo ad esserlo con riferimento alle questioni della circoncisione ed il rapporto con i pagani. gli atti parlano chiarissimo. la questione delle fiamme dell' inferno che non prevarranno riguarda chiaramente il Papato e la Chiesa in generale.per cui anche un Papa puo andare in purgatorio e quindi non diventar santo.gianluigi

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  24. A dire il vero un papa puo tranquillamente andare all inferno.

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  25. Ma Pietro ha tradito tre volte! In base a quello non sarebbe dovuto diventare Santo e Papa perchè la sua vita non è stata cristallina?
    Io vedo sempre un modo di ragionare "umano"! Se il Papa è stato messo lì non ce lo ha messo altri se non lo Spirito Santo e la Provvidenza!? Chi siamo noi per giudicare dove è post-mortem un Papa? io non sono capce di sostituirmi a Dio, non sono un modernista ( neo o post che sia). La santità non sarà di default ma è insita nell'elezione. Diciamo così il più santo tra i cardinali diviene Papa!
    Grazie per avermi ricordato il numero delle opere...
    Matteo Dellanoce

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  26. DANTE PASTORELLI21 dicembre 2009 12:27

    Pietro ha rinnegato Cristo per tre volte, e Gesù lo aveva predetto. Ma sapeva anche che la sua fede non avrebbe, dopo, una volta pentito, subito defaillances.

    L'errore grave di Matteo è confondere infallibilità con impeccabilità, che son due cose completamente diverse.

    Tanti papi sono stati immorali, simoniaci ecc, ma han difeso la Fede. Qualcun altro, di santi costumi, l'ha messa in pericolo, per poi ritrattare.

    Quanto alla loro sorte, sappiamo con certezza quelli che son santi, quanto agli altri speriamo che siano almeno in purgatorio o che ne siano già usciti.

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  27. Ma chi ha giudicato?:..
    io ho solo detto che, un papa, come un qualsiasi essere umano, anche lui può andare all' inferno.

    Non ho fatto alcun riferimento.
    Anzi...dato che è quello che alcuni pensano
    Wooytila è certamente in paradiso.

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  28. in effetti il martirio puo' cancellare qualsiasi peccato se vissuto in Cristo. ma se si arriva ad accettare il martirio fisico si e' gia' confermati in Cristo, il martirio in un attimo cancella peccati precedenti ed acquista meriti per la santita'. Per questo Pietro in accordo con tutta la sua vita e' santo, e Paolo anche nonostante abbia perseguitato e fatto uccidere.concordo con Pastorelli: se un Papa e' sia nell' uno che nell' altro stato e' sicuramente almeno in paradisoe a fronte del riconoscimento di una pratica eroica delle virtu' magari santo o beato.

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  29. Ma che ne sappiamo su chi è in paradiso e chi no? Chi può asserire con assoluta certezza che cosa hanno pensato questo o quel morente nel millisecondo prima di rendere l'anima al cielo? E chi può calcolare con matematica sicurezza in quale misura interverrà o non interverrà la divina misericordia? Meglio andarci piano.

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  30. Ma chi ha detto di sapere chi è in paradiso e chi no?

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  31. concordo con C.C.: nessuno qui sta azzardando il giudizio che spetta solo a LUI. Sio sta penso solo evidenziando, con quali criteri la Chiesa considera santa una persona, e nello specifico il Papa. E' molto importante mantenere ferme le parole del Vangelo che, con riferimento alla salvezza o alla dannazione non sono affatto fumose e quindi non si fondano su una visione fideistica, da terno al lotto:) in realzione a questa cruciale questione. saluti.gianluigi.

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  32. In quanto a martirio Paolo VI direi che ne ha passate di tutti i colori! Ricordate il caso Humanane Vitae? Paolo VI Santo Subito!
    Io non confondo infallibilità con impeccabilità! Io dico che se fosse diventato Papa Martini qualcuno avrebbe bestemmiato alla Spirito Santo!!!!
    Matteo Dellanoce
    PS Pastorelli sempre con rispetto parlando ed in una logica dialogica e non tettamanzianamente dialettica!

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  33. Filippo Burighel21 dicembre 2009 18:16

    @Andrìa

    Due cose:
    - non fu Alessandro VI a riconoscere i diritti umani dei nativi delle Americhe, ma Paolo III nella bolla Sublimus Dei del 2 giugno 1537.
    - almeno un Papa che "anathemizzato" come eretico ci fu: Onorio I (Papa dal 625 al 638) che latitò a difendere la fede della Chiesa dall'eresia monotelita. Papa Leone II (dal 682 al 683) confermò la condanna del Sesto Concilio Ecumenico contro Onorio: "profana proditione immaculatem fidem subvertare conatus est".

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  34. Caro Filippo Burighel,
    non voglio fare il professorino, mi basta la mattina per questo, ma quando parlavo dei nativi americani e Alessandro VI, che divenne Papa, con elezione simoniaca, proprio nel fatidico 1492, non alludevo ad alcuna bolla ma semplicemente al fatto che ne disciplinò immediatamente l'evangelizzazione con lo storico arbitrato che regolò il colonialismo spagnolo e portoghese. Se ne prevedeva l'evangelizzazione è evidente che li ritenesse esseri umani. (L'idea che le scimmie abbiano gli stessi diritti degli uomini è di spagnoli molto più recenti!!?) Concludo con quanto sostiene il grande storico della Chiesa Ludwig von Pastor a proposito del catalano Rodrigo Borgia: "nelle questioni religiose non ha meritato alcun rimprovero; mai i suoi nemici più accaniti hanno potuto formulare contro di lui alcuna accusa sul piano dell'ortodossia cattolica. La sua vita privata precipitò il Papato nel punto moralmente più basso: eppure la purezza della dottrina da lui insegnata come pontefice rimase intatta, fu anzi adamantina". Giustissimo il tuo appunto su Onorio I, tanto più per il fatto che Leone II è uno dei non pochi papi santi. Del resto periodi veramente bui con aspetti raccapriccianti ci furono anche col povero Formoso, con gli adolescenti Giovanni XII e Benedetto IX, per non parlare di quando i papi erano talmente numerosi da non sapere quale fosse quello vero.

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  35. Filippo Burighel22 dicembre 2009 01:52

    Caro Andrìa,
    osservarzione interessante quella sulla disposizione di Alessandro VI all'evangelizzazione dei popoli "indiani d'Occidente". Meriterebbe un approfondimento su alcuni aspetti che ora mi vengono in mente, ma non credo sia questo il post opportuno, visto che si è già largamente off-topic. :-D
    Quanto alla questione su Onorio I, il suo è uno dei casi più singolari della storia della Chiesa, al contempo un argomento a favore che contro (per quegli sventurati che lo rifiutano) al dogma dell'Infallibilità Papale: il fatto che il Patriarca di Costantinopoli si fosse rivolto a lui per indicazioni su come affrontare l'eresia monotelita dimostra come anche i bizantini riconoscessero l'autorità del Vescovo di Roma anche sull'Oriente cristiano, oltre che sull'Occidente.
    Certo fa effetto l'idea di un Papa anathemizzato da un Concilio (anche se è bene ribadire che la "motivazione della sentenza" l'ha data Leone II approvandola e non il Concilio, tanto per ribadire chi ha autorità su chi), però la cattedra di Pietro è sia un onore che un onere e non onorarla adeguatamente può comportare anche gravi conseguenze: "Da un grande potere derivano grandi responsabilità!" (Spider-Man docet :-P)
    Senza contare che l'Infallibilità Papale è "ex cathedra" non "ad omnia": come disse il mio docente di Diritto Canonico, don Bruno Fabio Pighin (sul cui rigore sarei disposto a giocarmi entrambe le mani), se il Papa si soffia il naso il suo fazzoletto non è infallibile! :-D

    P.S.
    Strano però che certi sedevacantisti a tempo perso che bazzicano da queste parti non abbiano mai citato l'episodio di Onorio I per arrogarsi il diritto di puntare il dito contro questo o quel Papa a loro non gradito.
    Si vede che dalle loro parti la storia della Chiesa non è una lettura abituale... :-P

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  36. Alla fine del Vaticano II l'episcopato polacco chiese che si procedesse per acclamazione alla beatificazione di Giovanni XXIII ma la proposta non fu accolta. S. Francesco fu canonizzato a furor di popolo due anni dopo la morte da Papa Gregorio IX.
    Striscioni con scritto "santo subito": a me il card. Canestri disse, due giorni prima dell'inizio del conclave, che dell'apertura del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II se ne era discusso nelle congregazioni generali antecedenti il conclave e si era convenuto che la scelta di derogare al limite dei cinque anni poteva essere solo presa dal nuovo Papa. Alessandro

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  37. DANTE PASTORELLI22 dicembre 2009 20:52

    Nessuno di noi sa per certo chi sia all'inferno, salvo i casi di Caino, Giuda e il cattivo ladrone.
    Ripeto: mi auguro che nessun papa sia all'inferno. Se poi ce n'è qualcuno vuol dire che se l'è meritato. Come dice C.C. non vedo il motivo per un Papa non possa andare all'inferno se muore in stato di peccato mortale.

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  38. Certamente, come dice il prof. Pastorelli, chiunque muoia in stato di peccato mortale và all'inferno, anche se papa. Non sono tra coloro, molto numerosi purtroppo, che credono che l'inferno sia vuoto, anzi, ma non riesco a capire da dove il saggio commentatore tragga la certezza che Caino, Giuda e il cattivo ladrone siano lì.

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