martedì 1 dicembre 2009

“VENI„

L'Avvento è tempo di attesa. L'atteso è Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore promesso agli uomini fin dalla loro prima caduta. Il suo venire significa dunque salvezza: perdono di Dio, cessazione della morte, richiudimento dell'inferno e riaprimento del paradiso, gioia, ineffabile gioia, interminabile gioia. Nessuna attesa può essere perciò più affamata di questa, più accesa di desideri, più fremente di slanci, più sospirosa, più supplichevole. La liturgia dell'Avvento, la preghiera della Chiesa in queste quattro settimane che figurano le quattro migliaia d'anni intercidenti fra la disubbidienza di Eva e l'ubbidienza di Maria, è infatti tutta una supplica, un'invocazione a Colui che deve venire, perché venga dunque, venga presto, venga senza più indugio; gli occhi della Chiesa stanno in questo tempo fissi di continuo al cielo, ardendo che s'apra, e la parola che più spesso le esce dai labbri è veni, «vieni»: sospiro, anelito, grido, di mano in mano che l'attesa si prolunga, che l'Atteso si approssima.

Excita, Domine, potentiam tuam, et veni: «Sveglia, Signore, la tua potenza, e vieni!» È la messa della prima domenica; è l'alba dell'Avvento; è Adamo, è Eva… La certezza ch'Egli verrà placa e arroventa l'impazienza dell'attesa: Ecce, Dominus veniet… Ecce veniet Propheta magnus… Il Signore verrà… Verrà il grande Profeta… E di nuovo (è l'oremus del vespro, è l'ultima orazione della giornata): Excita, Domine, potentiam tuam, et veni…

Passa una settimana, passano mille anni: da mille anni impera la morte, di mille anni è più vicina la salvezza. Messa: Populus Sion, ecce Dominus veniet ad salvandas gentes: «Popolo di Sion, ecco che il Signore sta per venire a salvar le nazioni…» Ex Sion species decoris eius. Deus manifeste veniet: «Dio verrà in tutto il suo splendore». Vespro: Ecce in nubibus coeli Dominus veniet… Ecce apparebit Dominus et non tardabit… Veniet Dominus in regnum aeternum… Ecce Dominus noster cum, virtute veniet… Il Signore verrà; verrà senza ritardo; verrà per un regno eterno; verrà con grande potere…

Terza domenica: altri mille anni di più, altri mille anni di meno. Messa: Qui sedes, Domine, super Cherubim, excita potentiam tuam, et veni… Alleluia, alleluia. Excita, Domine, potentiam tuam, et veni ut salvos nos facias… Tu che siedi, Signore, sui Cherubini, sveglia la tua potenza e vieni.… Vieni a salvarci…

Quarta domenica: da tremila, fra mille. Excita, Domine, potentiam tuam, et veni… Alleluia, alleluia. Veni, Domine, et noli tardare… Ecce veniet ad salvandum… Ecce veniet desideratus… Veni, Domine, et noli tardare… Dominus veniet, alleluia, alleluia… Excita, Domine, potentiam tuam, et veni… E non è più il sacerdote solo, che implora a nome dei popolo, né più la sola domenica, ne alla messa o al vespro soltanto: è ormai tutto il popolo, tutti i giorni, che chiama e grida: O Sapientia… veni!… O Adonai…, veni!… O Radix Iesse… veni!… O Clavis David… veni!… O Oriens… veni!… O Rex gentium… veni!… O Emmanuel… veni!

Gli alberi stessi, tendendo al cielo quelle lor braccia nude, par che ormai implorino: —Vieni!

Finché una mattina il sacerdote, ascesi i gradini dell'altare, tutto parato di viole, apre le braccia e dice: Hodie scietis quia veniet Dominus… Oggi, oggi stesso, fra poche ore, verrà, voi lo vedrete, il Signore. E a mezzanotte…

Testo tratto da: TITO CASINI, Il pane sotto la neve, Firenze: LEF, 1935/2, pp. 19-21.

5 commenti:

  1. mmm.. l'avvento come tempo di "attesa" non mi convince..
    a me è stato insegnato che Cristo è già venuto (da cui il termine avvento) e che noi dobbiamo accoglierlo nella nostra vita.

    "attesa" di che altrimenti?

    G.Mandis

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  2. Rutilio Namaziano1 dicembre 2009 15:44

    Caro Giovanni, è ovvio che il Cristo già è venuto e si è incarnato, ma se non intendi cosa sia questa "attesa", il silenzio della terra stessa che in inverno cessa quasi di vivere nel riposo delle piante e attende il Salvatore, Colui che fa nuove tutte le cose, ebbene perdi molto. Perdi i cicli della nostra vita personale, perdi i tempi liturgici che tornano ad annunciarLo incessantemente, perdi il senso di una Parola che si rinnova restando sempre sé stessa, perdi persino il senso del continuo e incruento rinnovarsi dell'unico Sacrificio del Golgota. Tu stesso dici che dobbiamo accoglierLo nella nostra vita: come possiamo farlo senza attenderLo, senza farGli spazio?

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  3. dobbiamo accoglierlo perchè è già venuto, è l'Emmanuele: Dio con noi, caro Rutilio.

    "io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo"

    sicchè parlare di attesa non ha granchè senso.

    G.Mandis

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  4. Rutilio Namaziano1 dicembre 2009 19:35

    Allora diciamo che ha un senso didattico, educativo (nel senso più alto). Abbiamo bisogno di rinnovare la memoria, di fare memoria ed entrare con sempre maggior profondità nel mistero del Cristo che è e che viene.

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  5. Cara zia Caterina
    La storia della chiesa ci dice che fino al secolo IX la comunione veniva ricevuta in piedi e nella mano. Questo non significa che deve rimanere sempre così. La grandezza e la bellezza della Chiesa consistono proprio nel fatto che essa cresce, che essa matura, che essa penetra più profondamente il mistero. Ecco perché l’evoluzione che è cominciata dopo il secolo IX ha un suo diritto e delle sue ragioni d’essere proprio come espressione di rispetto. D’altra parte, dobbiamo pur dire che è impossibile che la Chiesa per novecento anni abbia celebrato in maniera indegna l’eucaristia. Se leggiamo i testi dei Padri vediamo con quale senso di rispetto essi si comunicavano. In Cirillo di Gerusalemme, nel secolo IV, troviamo un testo particolarmente bello. Nelle sue catechesi battesimali egli spiega a coloro che stanno per comunicarsi come devono farlo. Essi devono mettersi in fila, fare delle loro mani un trono per il Re e, allo stesso tempo, rappresenti una croce. E’ di questa espressione simbolica colma di bellezza e profondità che egli è preoccupato: le mani dell’uomo formano la croce, che diventa il trono su cui si china il Re. La mano distesa, aperta, può quindi diventare il segno di come l’uomo si pone di fronte al Signore, apre le sue mani per lui, perché diventino strumento della sua vicinanza, trono della sua misericordia verso questo mondo. Chi riflette su questo riconoscerà quanto sia erroneo polemizzare su questo o quell’atteggiamento. Dobbiamo e possiamo polemizzare solo su ciò per cui la Chiesa ha lottato prima e dopo il secolo IX, vale a dire il timore del cuore, che si piega dinanzi al mistero del Dio che si mette nelle nostre mani. Nel fare ciò non dovremmo dimenticarci che non solo le nostre mani sono impure, ma anche le nostre lingue e il nostro cuore, e che noi con la lingua pecchiamo spesso molto più che con le mani.
    nepote

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