Echo

martedì 28 luglio 2009

Caritas in veritate. La dottrina sociale della Chiesa contro la tecnocrazia / 3

Pubblichiamo la terza parte del commento di Massimo Introvigne all'enciclica "Caritas in Veritate" (cfr. prima e seconda parte):

3. Quarant’anni dopo. Com’è cambiata l’economia dopo la Populorum progressio

Che cosa è cambiato dalla Populorum progressio a oggi? Lo sviluppo, da un certo punto di vista, «c’è stato e continua a essere un fattore positivo che ha tolto dalla miseria miliardi di persone» (ibid., n. 21). Ma è stato pure «gravato da distorsioni e drammatici problemi» (ibidem), alcuni dei quali «nuovi rispetto a quelli affrontati dal Papa Paolo VI» (ibidem). Alcune speranze alquanto ottimistiche di Paolo VI, rileva Benedetto XVI, purtroppo non hanno trovato conferma nella storia: «è questo il caso della valutazione del processo di decolonizzazione» ((ibid., n. 33), che non ha portato la libertà e la pace in cui sperava Papa Montini ma spesso nuove forme di oppressione e di corruzione, non solo per colpa dei Paesi ex-coloniali ma anche «per gravi irresponsabilità interne agli stessi Paesi resisi indipendenti» (ibidem).
La nozione di sottosviluppo – l’avversario che Paolo VI si trovava davanti – è profondamente cambiata a causa della globalizzazione. Un fenomeno che Benedetto XVI invita a non demonizzare: «opporvisi ciecamente sarebbe un atteggiamento sbagliato, preconcetto, che finirebbe per ignorare un processo caratterizzato anche da aspetti positivi» (ibid., n. 42). La globalizzazione «è stato il principale motore per l'uscita dal sottosviluppo di intere regioni e rappresenta di per sé una grande opportunità. Tuttavia, senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana» (ibid., n. 33). «La globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno» (ibid., n. 42). «Talvolta nei riguardi della globalizzazione si notano atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana» (ibidem). Ma «se si legge deterministicamente la globalizzazione si perdono i criteri per valutarla ed orientarla» (ibidem). Il problema non è inveire contro la globalizzazione, ma «correggerne le disfunzioni, anche gravi» (ibidem) e orientarla alla luce della morale, da cui comunque non è indipendente.
Nel contesto della globalizzazione da un parte il sottosviluppo economico-sociale ha assunto nuove dimensioni; dall’altra i Paesi ricchi hanno talora esportato in quelli poveri un «sottosviluppo morale» (ibid., n. 29).
Quanto al sottosviluppo economico-sociale, «la demarcazione tra Paesi ricchi e poveri non è più così netta»
(ibid., n. 22): nei Paesi cosiddetti ricchi «nuove categorie sociali si impoveriscono» (ibidem) e in quelli cosiddetti poveri la corruzione crea per alcune classi dirigenti disoneste «una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico» (ibidem). Anche la possibilità per lo Stato d’intervenire per indirizzare l’economia, cui «la Populorum progressio assegnava ancora un compito centrale, anche se non esclusivo» (ibid., n. 24), oggi appare da qualche punto di vista poco «realistica» (ibidem), dal momento che «nella nostra epoca, lo Stato si trova nella situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali» (ibidem). D’altro canto è forse prudente «non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato» (ibid., n. 41). Forse provvisoriamente, a causa della crisi economica, oggi anzi «il suo ruolo sembra destinato a crescere» (ibidem), anche se – a differenza che all’epoca di Paolo VI – siamo più consapevoli del fatto che la nozione di «“autorità politica” ha un significato plurivalente» (ibidem) e complesso, anche per l’emergere di «altri soggetti politici di natura culturale, sociale, territoriale o religiosa, accanto allo Stato» (ibidem).
La Populorum progressio confidava pure nei «sistemi di protezione e previdenza» (ibid., n. 25) e nel ruolo di vigilanza dei sindacati, che oggi però sono profondamente mutati, a fronte della «mobilità lavorativa», della delocalizzazione e della flessibilità (ibidem), «un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza» (ibidem). «Non c’è nemmeno motivo di negare che la delocalizzazione, quando comporta investimenti e formazione, possa fare del bene» (ibid., n. 40), quanto meno «alle popolazioni del Paese che la ospita» (ibidem). «Non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento» (ibidem).
Flessibilità e delocalizzazione rischiano anche di creare
forme nuove di disoccupazione, e di conseguenza «forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio» (ibid., n. 25). Combattere questi mali fa bene non solo alla giustizia ma anche all’economia. È la stessa «scienza economica a dirci che una strutturale situazione di insicurezza genera atteggiamenti antiproduttivi e di spreco di risorse umane, in quanto il lavoratore tende ad adattarsi passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare creatività. Anche su questo punto c'è una convergenza tra scienza economica e valutazione morale. I costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani» (ibid., n. 32).
Benedetto XVI sottolinea anche il mutato ruolo delle organizzazioni sindacali, spesso «prevalentemente chiuse nella difesa degli interessi dei propri iscritti» (
ibid., n. 64) ovvero tentate di esercitare un ruolo strettamente politico che non è loro proprio, mentre auspica che «volgano lo sguardo anche verso i non iscritti» (ibidem), in particolare i disoccupati e coloro che la delocalizzazione lascia indietro. Anche gli enti previdenziali potrebbero tenere conto dei grandi mutamenti che sono sopravvenuti, non opponendosi a «sistemi di previdenza sociale maggiormente integrati, con la partecipazione attiva dei soggetti privati e della società civile» (ibid., n. 60). Questi enti potrebbero così eliminare «sprechi e rendite abusive» (ibidem), destinando eventualmente quanto risparmiato «alla solidarietà internazionale» (ibidem).
Quanto al «sottosviluppo morale», il rischio è che i Paesi ricchi esportino nei Paesi poveri dove delocalizzano le loro produzioni «un
eclettismo culturale assunto spesso acriticamente» (ibid., n. 26), in cui all’insegna del relativismo le culture sono «considerate come sostanzialmente equivalenti e tra loro interscambiabili» (ibidem), mentre per altro verso si genera pure il «pericolo opposto, che è costituito dall'appiattimento culturale e dall'omologazione dei comportamenti e degli stili di vita» (ibidem).
Vi è anche di peggio: i Paesi più sviluppati cercano di esportare nei Paesi poveri «mentalità antinatalista» (ibid., n. 28), leggi sull’aborto – cui talora condizionano gli aiuti allo sviluppo – e diffusione massiccia di anticoncezionali. L’esportazione del sottosviluppo morale avviene anche attraverso un accostamento alla scuola e all’educazione che ignora i valori religiosi e morali e diffonde a piene mani il «relativismo» (ibid., n. 61). E perfino attraverso il turismo, che – anche volendo prescindere dai casi «perversi» (ibidem) del turismo sessuale – non di rado esporta nei Paesi poveri uno stile di vita «edonistico» e un vero e proprio «degrado morale» (ibidem).
Qualche volta i Paesi ricchi esportano anche un’autentica «promozione programmata dell'indifferenza religiosa o dell'ateismo» (ibid., n. 29), magari invocando la «lotta al terrorismo a sfondo fondamentalista» (ibidem) come pretesto per politiche ostili alla religione in genere.
Fondamentalismo
e laicismo, in quanto compromettono un rapporto equilibrato tra fede e ragione, sono entrambi ostacoli allo sviluppo integrale.
Tornando su temi cruciali e tipici del suo magistero, Benedetto XVI ribadisce che lo sviluppo integrale è possibile«solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica. La dottrina sociale della Chiesa è nata per rivendicare questo “statuto di cittadinanza” della religione cristiana. La negazione del diritto a professare pubblicamente la propria religione e ad operare perché le verità della fede informino di sé anche la vita pubblica comporta conseguenze negative sul vero sviluppo» (ibid., n. 56). «Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa. La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell'umanità» (ibidem).

A coloro che cercano di diffondere l’ateismo nei Paesi più poveri Benedetto XVI ricorda che «se l'uomo fosse solo frutto o del caso o della necessità
, oppure se dovesse ridurre le sue aspirazioni all'orizzonte ristretto delle situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e cultura, e l'uomo non avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo. Quando lo Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di ateismo pratico, sottrae ai suoi cittadini la forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano integrale» (ibid., n. 29).

(continua)



Fonte: Cesnur


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