
2. Paolo VI e l’enciclica Populorum progressio
È noto che la Caritas in veritate avrebbe dovuto originariamente essere pubblicata per celebrare il quarantesimo anniversario dell’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, del 1967, così come Giovanni Paolo II (1920-2005) ne aveva celebrato il ventennale, nel 1987, con l’enciclica Sollicitudo rei socialis. La crisi economica, di cui si è voluto tenere conto, ha poi ritardato la definitiva stesura e la pubblicazione dell’enciclica di Benedetto XVI.
Quest’ultima propone sia una riflessione articolata sulla Populorum progressio, «la Rerum novarum dell’epoca contemporanea» (ibid., n. 8), sia un inventario delle principali modifiche sopravvenute, principalmente in campo socio-economico, negli oltre quarant’anni che ci separano dalla sua pubblicazione.
Quanto al primo aspetto, il Papa ricorda il suo reiterato insegnamento sull’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, per cui «il corretto punto di vista, dunque, è quello della Tradizione della fede apostolica» (ibid., n. 10). Questo criterio va applicato anche ai documenti di dottrina sociale, che vanno sempre letti «dentro la tradizione della dottrina sociale della Chiesa» (ibidem), «patrimonio antico e nuovo, fuori del quale la Populorum progressio sarebbe un documento senza radici» (ibidem), una mera collezione di «dati sociologici» (ibidem). Certamente, la Populorum progressio è stata pubblicata subito dopo la conclusione del Concilio e le questioni della corretta ermeneutica di questa enciclica e del Vaticano II sono strettamente collegate. «Il legame tra la Populorum progressio e il Concilio Vaticano II non rappresenta una cesura tra il Magistero sociale di Paolo VI e quello dei Pontefici suoi predecessori, dato che il Concilio costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita della Chiesa. In questo senso, non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all'insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell'una o dell'altra Enciclica, dell'insegnamento dell'uno o dell'altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell'intero corpus dottrinale» (ibid., n. 12) della dottrina sociale. Questa – tra l’altro – non inizia nell’epoca contemporanea: «la dottrina sociale è costruita sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani» (ibidem).
Parallelamente, la Populorum progressio – secondo Benedetto XVI – va obbligatoriamente letta nel contesto del corpus di documenti di Paolo VI: «è strettamente connessa con il magistero complessivo di Paolo VI» (ibid., n. 13). Papa Montini, infatti, «affrontò con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo» (ibidem). Così, non si può leggere la Populorum progressio senza tenere conto della lettera apostolica Octogesima adveniens, del 1971, e della sua messa in guardia contro le ideologie del XX secolo; dell’enciclica Humanae vitae, del 1968, che condanna l’uso dei mezzi artificiali di contraccezione – una questione che non si limita, secondo Benedetto XVI, alla «morale meramente individuale» (ibid., n. 15), posti «i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale» (ibidem), a proposito dei quali la Humanae vitae inaugura tutta una tradizione di «tematica magisteriale» (ibidem) –; o ancora dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, del 1975, dove Paolo VI spiega che sempre «la dottrina sociale della Chiesa è annuncio e testimonianza di fede» (ibidem) e non si riduce a una mera offerta di soluzioni tecniche.
Al centro della Populorum progressio sta la nozione di sviluppo, che non è però a sua volta un semplice concetto economico. Al sostantivo «sviluppo» Paolo VI unisce quasi sempre l’aggettivo «integrale», per sottolineare che «l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione», compresa la dimensione teologica e trascendente (ibid., n. 11). «Senza la prospettiva di una vita eterna» lo sviluppo «rimane privo di respiro» (ibidem). «Chiuso dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell'avere» (ibidem). Così come non è garantito dalla sola economia, così lo sviluppo integrale non può essere assicurato dalla sola politica: «le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione […]. Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell'uomo, che cade nella presunzione dell'auto-salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato» (ibidem). «Fu viva in Paolo VI la percezione dell'importanza delle strutture economiche e delle istituzioni, ma altrettanto chiara fu in lui la percezione della loro natura di strumenti della libertà umana» (ibid., n. 17).
Per Paolo VI, lo sviluppo è essenzialmente una vocazione: e «dire che lo sviluppo è vocazione equivale a riconoscere, da una parte, che esso nasce da un appello trascendente e, dall'altra, che è incapace di darsi da sé il proprio significato ultimo» (ibid., n. 16). Qui, propriamente, sta per Benedetto XVI «il cuore della Populorum progressio» (ibidem): contro le ideologie del suo tempo, Paolo VI sottolinea che «la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità» (ibid., n. 18), la quale «riguarda dunque sia il piano naturale sia quello soprannaturale» (ibidem). «Quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l'ordine naturale, lo scopo e il “bene” comincia a svanire» (ibidem).
(continua)
Fonte: Cesnur
Quest’ultima propone sia una riflessione articolata sulla Populorum progressio, «la Rerum novarum dell’epoca contemporanea» (ibid., n. 8), sia un inventario delle principali modifiche sopravvenute, principalmente in campo socio-economico, negli oltre quarant’anni che ci separano dalla sua pubblicazione.
Quanto al primo aspetto, il Papa ricorda il suo reiterato insegnamento sull’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, per cui «il corretto punto di vista, dunque, è quello della Tradizione della fede apostolica» (ibid., n. 10). Questo criterio va applicato anche ai documenti di dottrina sociale, che vanno sempre letti «dentro la tradizione della dottrina sociale della Chiesa» (ibidem), «patrimonio antico e nuovo, fuori del quale la Populorum progressio sarebbe un documento senza radici» (ibidem), una mera collezione di «dati sociologici» (ibidem). Certamente, la Populorum progressio è stata pubblicata subito dopo la conclusione del Concilio e le questioni della corretta ermeneutica di questa enciclica e del Vaticano II sono strettamente collegate. «Il legame tra la Populorum progressio e il Concilio Vaticano II non rappresenta una cesura tra il Magistero sociale di Paolo VI e quello dei Pontefici suoi predecessori, dato che il Concilio costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita della Chiesa. In questo senso, non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all'insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell'una o dell'altra Enciclica, dell'insegnamento dell'uno o dell'altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell'intero corpus dottrinale» (ibid., n. 12) della dottrina sociale. Questa – tra l’altro – non inizia nell’epoca contemporanea: «la dottrina sociale è costruita sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani» (ibidem).
Parallelamente, la Populorum progressio – secondo Benedetto XVI – va obbligatoriamente letta nel contesto del corpus di documenti di Paolo VI: «è strettamente connessa con il magistero complessivo di Paolo VI» (ibid., n. 13). Papa Montini, infatti, «affrontò con fermezza importanti questioni etiche, senza cedere alle debolezze culturali del suo tempo» (ibidem). Così, non si può leggere la Populorum progressio senza tenere conto della lettera apostolica Octogesima adveniens, del 1971, e della sua messa in guardia contro le ideologie del XX secolo; dell’enciclica Humanae vitae, del 1968, che condanna l’uso dei mezzi artificiali di contraccezione – una questione che non si limita, secondo Benedetto XVI, alla «morale meramente individuale» (ibid., n. 15), posti «i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale» (ibidem), a proposito dei quali la Humanae vitae inaugura tutta una tradizione di «tematica magisteriale» (ibidem) –; o ancora dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, del 1975, dove Paolo VI spiega che sempre «la dottrina sociale della Chiesa è annuncio e testimonianza di fede» (ibidem) e non si riduce a una mera offerta di soluzioni tecniche.
Al centro della Populorum progressio sta la nozione di sviluppo, che non è però a sua volta un semplice concetto economico. Al sostantivo «sviluppo» Paolo VI unisce quasi sempre l’aggettivo «integrale», per sottolineare che «l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione», compresa la dimensione teologica e trascendente (ibid., n. 11). «Senza la prospettiva di una vita eterna» lo sviluppo «rimane privo di respiro» (ibidem). «Chiuso dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell'avere» (ibidem). Così come non è garantito dalla sola economia, così lo sviluppo integrale non può essere assicurato dalla sola politica: «le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione […]. Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell'uomo, che cade nella presunzione dell'auto-salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato» (ibidem). «Fu viva in Paolo VI la percezione dell'importanza delle strutture economiche e delle istituzioni, ma altrettanto chiara fu in lui la percezione della loro natura di strumenti della libertà umana» (ibid., n. 17).
Per Paolo VI, lo sviluppo è essenzialmente una vocazione: e «dire che lo sviluppo è vocazione equivale a riconoscere, da una parte, che esso nasce da un appello trascendente e, dall'altra, che è incapace di darsi da sé il proprio significato ultimo» (ibid., n. 16). Qui, propriamente, sta per Benedetto XVI «il cuore della Populorum progressio» (ibidem): contro le ideologie del suo tempo, Paolo VI sottolinea che «la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità» (ibid., n. 18), la quale «riguarda dunque sia il piano naturale sia quello soprannaturale» (ibidem). «Quando Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l'ordine naturale, lo scopo e il “bene” comincia a svanire» (ibidem).
(continua)
Fonte: Cesnur



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