Echo

lunedì 20 aprile 2009

"Benedetto XVI e l'incontro tra fede e ragione"

Sul numero odierno dell'Osservatore Romano, compaiono le conclusioni di un editoriale del prossimo numero de La Civiltà Cattolica (la rivista dei Gesuiti che, come noto, è pubblicazione semi-ufficiale della Santa Sede, poiché i suoi articoli sono previamente vistati dalla Segretaria di Stato, se non direttamente da questa ispirati). Essa tocca uno dei punti forse più importanti di questo pontificato: la corretta definizione dell'idea di inculturazione, che deve restare nel binario tracciato dal fecondo e provvidenziale incontro tra la religione cristiana e la filosofia greca, che di quella religione ha fornito gli strumenti per una sua comprensione razionale. Nel discorso di Ratisbona, che è uno dei più importanti, belli e dirompenti finora pronunziati da Benedetto XVI, il Papa parla dei tentativi di dis-ellenizzazione del cristianesimo, iniziata con la Riforma luterana, proseguita con il liberalesimo teologico del XIX Secolo e oggi più rozzamente perseguita da chi fa dell'inculturazione una scusa per rigettare tutta la tradizione filosofica e teologica della Fede per ritornare ad un mitico inizio, e reinterpretarlo secondo pretesi criteri di altre culture, ma di fatto ad libitum. L'esito di tali tentativi di espurgare il cristianesimo della sua anima greca, ossia della filosofia espressa da quella civiltà, oltre ad essere operazione insensata già solo per il fatto che greca è la 'lingua originale' del Nuovo Testamento, ha per unico effetto di operare il divorzio tra la fede e la ragione, ossia ricacciare la fede nell'irrazionalismo e nel fideismo e alla fine toglierle il carattere fondante e necessario di λογικη' λατρεία, ossia culto logico, razionale, intellettualmente compreso.


Il facile equivoco della religiosità sostenibile

La ragione moderna e la scienza si autocomprendono come capacità "autonoma" di conoscenza dell'uomo e della natura, alla quale consegue l'autonomia della ricerca scientifica, oltre il suo specifico campo di attività, nello stabilire la totalità del senso dell'essere uomo. In questa concezione onnicomprensiva, nota giustamente Benedetto XVI, "gli interrogativi propriamente umani" cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'èthos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo.
Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'èthos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale.
È chiaro così che la discussione sulla ellenizzazione/disellenizzazione del cristianesimo non è la riesumazione di una disputa storico-teologica. La difesa dell'ellenizzazione del pensiero giudaico-cristiano da parte del Papa è finalizzata alla difesa della realtà più profonda dell'uomo contro la pretesa razionalista di emarginare la cultura religiosa del cristianesimo, come oggi tentano di fare palesemente le correnti dello scientismo estremista.
Il discorso di Regensburg non intende svalutare o, peggio, misconoscere la funzione della scienza nella cultura. È superfluo ricordare che il Magistero della Chiesa, nel Vaticano I e nel Vaticano II, ha dichiarato solennemente che esistono due distinti ordini di conoscenza, quello della fede e quello della ragione, e ha riconosciuto la legittima autonomia di tutte le scienze (cfr. Gaudium et spes, n. 59 c; n. 36). Il Papa non vuole certo rivedere questa dottrina. Piuttosto, sulla traccia dell'incontro tra fede biblica e razionalità greca, ha voluto insegnare che è ancora possibile l'incontro tra fede e ragione e che entrambe sono al servizio sia delle sorti dell'umanità sia della cultura dell'Occidente. Non sono di scarso peso né prive di mezzi le forze che oggi lavorano per impedire quell'incontro, per far divergere i percorsi della fede e della ragione. A esse Benedetto XVI ricorda che una ragione che disprezza la fede e si fa unica e suprema garante del senso e dell'interpretazione della vita, sconvolge la verità integrale sull'uomo e sul mondo. È il pericolo insito nel pensiero che si tiene nei termini della pura immanenza. E c'è l'altro pericolo, abbastanza rilevato dalle attuali cronache. Una fede cieca, senza apertura alla sua intelligibilità, rovina la stessa immagine di Dio perché produce intolleranza e violenza nei rapporti personali e sociali.
E c'è un ultimo e più grande pericolo che nasce dal razionalismo autosufficiente. Lo richiama all'attenzione Carlo Cardia - La fede è una cosa semplice proprio perché razionale, su "Il Foglio" del 16 settembre 2006 - parlando del cristianesimo come di una delle più efficienti realtà che possa fermare l'uomo contemporaneo sulla china di scelte irreversibili. E si riferisce alla materia della pace e della guerra, alla solidarietà verso i più deboli, allo stravolgimento genetico del genere umano. "Un esperimento estremo di società che prescinde totalmente (anche per legge) da Dio e dalla religione è stato fatto, in tutto l'universo comunista (e totalitario) contemporaneo, un universo ampio geograficamente, lungo temporalmente, immenso dal punto di vista della quantità di uomini coinvolti. Cosa ne è derivato, se non un grande bisogno di rifondare queste società daccapo, dopo che una larga fetta d'umanità era caduta nell'arbitrio più totale, nella violenza quotidiana del potere, nell'uso opportunistico di princìpi e valori che avevano perso ogni fondamento? Vorrà pure dire qualcosa questa considerazione dal punto di vista razionale".

(©L'Osservatore Romano - 19 aprile 2009)

1 commenti:

  1. Aggiungerei che il tentativo di far divorziare fede e ragione conduce a risultati contraddittorii e a volte spassosi: questo perché la fede, cacciata dalla porta, ha il singolare destino di rientrare sempre dalla finestra sotto forma di surrogati. Quando oggi vedo certi signori ricavare pensosamente dalle teorie darwiniane la dimostrazione che Dio non esiste, mi viene da sorridere: non sono più scienziati, sono i sacerdoti e i teologi di una religione bislacca. E non è neanche una novità, perché qualche decennio fa discorsi simili li tenevano per esempio gli psicanalisti, che oggi non si sa neanche più bene che fino abbiano fatto (la differenza sostanziale è che secondo gli psicanalisti la fede religiosa era il frutto di traumi della nostra infanzia, secondo i darwinisti d'assalto è il frutto di assestamenti evolutivi risalenti a qualche centinaio di migliaia di anni fa: dove si vede bene che qualunque pretesto è buono per arrivare a conclusioni preconcette!). In conclusione, se si è alla ricerca disperata di una fede che risponda ai grandi interrogativi cui la ragione per statuto non è in grado di rispondere, meglio orientarsi verso gli originali che non verso i tarocchi. La fede cristiana poi si è sempre misurata con la ragione, e non è un caso dopotutto se il pensiero razionale e la scienza hanno avuto origine nell'Europa cristiana. Questo è chiaro se si osserva il quadro generale e non si enfatizzano i momenti di attrito che pure sono esistiti.
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