mercoledì 31 dicembre 2008

Quem Deus vult perdere, dementat prius!

E' impossibile, teologicamente, che Iddio voglia perdere la Sua Chiesa. Ma evidentemente non è impossibile che l'odio di se stessi, delle proprie radici, la perdita di ogni consapevolezza della propria fede, in altri termini la follia cieca (come quella del matto che, diméntico di sé, crede d'esser Napoleone) colpisca settori del Suo Corpo mistico. Come giustificare altrimenti la balzanissima idea di inquinare (altro termine non ci viene) uno dei più cari e sacri simboli della nostra fede, il Presepe, con un'insalata russa (anzi, araba) di altre religioni che, tra l'altro, non riconoscono per nulla l'incarnazione di Dio nel Bambino Gesù? Eppure è quanto sta succedendo, in più di una parrocchia d'Italia (leggi qui). Né la moschea in un presepe si giustifica per ragioni "storiche": passi una sinagoga, ma l'Islam è venuto seicento e più anni dopo Cristo.

Tempo fa ci colpì quanto disse durante la predica il Parroco di un paese di montagna (vogliamo dire quale? diciamolo: Limone Piemonte, prov. di Cuneo) che raccontò di aver consigliato ad una del paese che si trasferiva in Egitto di crescere il piccolo figlio come musulmano "per evitargli di sentirsi isolato dai compagni". Una frase così, detta dal pulpito (pardon, dall'ambone) è ancora più desolante della moschea incistata in un presepe. E spiega quest'ultimo. Così come spiega il crollo della vocazioni e della pratica (perché perder tempo annoiandosi a messa, se tanto ogni religione si equivale, ergo, per la contraddizion che nol consente, nessuna religione ha valore?). Ma che cosa sta succedendo nella nostra Chiesa?

lunedì 29 dicembre 2008

Mons. Marini: deciderà il Papa se e quando celebrare con l'antico Messale

Riportiamo un estratto dell'intervista a Mons. Guido Marini pubblicata ieri su Il Tempo (e leggibile per intero qui)


Suppongo che sia stato il cardinale Tarcisio Bertone, divenuto Segretario di Stato della Santa Sede a proporre il suo nome a Benedetto XVI.
«Sì, la proposta mi è arrivata tramite il cardinale Bertone. "Il Papa - mi ha spiegato - sta pensando al tuo nome"».

Col Papa bavarese, stiamo assistendo ad una operazione di restyling liturgico o a qualcosa di più profondo?
«È qualcosa di più profondo nella linea della continuità, non della rottura. C'è uno sviluppo nel rispetto della tradizione».


Da quando è arrivato lei i cambiamenti o le correzioni ci sono stati. Alcuni impercettibili, altri più vistosi.
«Il cambiamento è diversificato. Uno è stata la collocazione del crocifisso al centro dell'altare per indicare che il celebrante e l'assemblea dei fedeli non si guardano, ma insieme guardano verso il Signore che è il centro della loro preghiera. L'altro aspetto è la comunione data in ginocchio dal Santo Padre e distribuita in bocca. Ciò per mettere in evidenza la dimensione del mistero, la presenza viva di Gesù nella Santissima Eucarestia. Anche l'atteggiamento, la postura sono importanti perché aiutano l'adorazione e la devozione dei fedeli».

Papa Benedetto è il primo Papa che non ha nel suo stemma la tiara. Ha cambiato il pallio del suo inizio di ministero apostolico ed ha abbandonato il caratteristico pastorale, dell'artista Scorzelli, donato dai milanesi a Paolo VI. Quel pastorale a forma di croce fu usato anche da Papa Luciani e da Giovanni Paolo II. Papa Ratzinger ha scelto una ferula. Una semplice croce.
«Come dice lei, il pastorale papale è la ferula, la croce senza il crocifisso, dando a questa un uso più consueto e abituale e non soltanto straordinario. Accanto a tale considerazione si è imposta una questione pratica: un pastorale più leggero e lo abbiamo trovato nella sacrestia papale».

Abbiamo già accennato all'introduzione del silenzio nella messa. A Roma, al centro della cristianità, le liturgie appaiono nella loro splendida solennità. E la lingua di Cicerone, il latino, svetta su tutte. Poi si pensa ad anticipare il segno della pace e ad un saluto finale diverso da parte del celebrante. L'intenzione è quella di recuperare in pieno il carattere non arbitrario del culto. La creatività e spontaneità come una minaccia.
«Non sarei così drastico e non mi piace neppure l'espressione, usata da qualcuno, di "bonifica liturgica". È uno sviluppo che valorizza ulteriormente ciò che ha fatto egregiamente e per tanti anni, come maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, il mio predecessore, il vescovo Piero Marini. Le questioni da lei sollevate circa lo spostamento del segno della pace o altro non competono al mio ufficio bensì alla Congregazione per il Culto Divino e al nuovo prefetto, il cardinale Antonio Canizares. Io ho il compito di impegnarmi a realizzare in modo esemplare l'unità e la cattolicità di tutti coloro che partecipano alla celebrazione della Santa Messa papale».

Quando vedremo Papa Benedetto celebrare la messa in latino secondo il rito romano straordinario, quello di san Pio V? Il «motu proprio» io, personalmente, l'ho interpretato come un atto di liberalità, di apertura, non di chiusura.
«Non lo so. Molti fedeli si sono avvalsi di questa possibilità. Deciderà il Papa, se lo crederà opportuno».

Nella «Esortazione Apostolica» post-sinodale sulla liturgia, Joseph Ratzinger si è soffermato su tanti aspetti. Ha persino proposto che le chiese siano rivolte verso oriente, verso la città Santa di Gerusalemme. Lui, un anno fa, ha celebrato messa nella Cappella Sistina con le spalle rivolte al popolo. Chi glielo ha proposto?
«Gliel'ho proposto io. La Cappella Sistina è uno scrigno di tesori. Sembrava una forzatura alterarne la bellezza costruendo un palco artificiale, posticcio. Nel rito ordinario, questo celebrare "con le spalle rivolte al popolo", è una modalità prevista. Però sottolineo: non si voltano le spalle ai fedeli, bensì celebrante e fedeli sono rivolti verso l'unico punto che conta che è il crocifisso».

«Il Papa veste Cristo non Prada» si è letto addirittura su «L'Osservatore Romano». Il look di Benedetto XVI colpisce e intriga. Paramenti, mitre, croci pettorali, cattedre su cui siede, mozzette e stole. Siamo di fronte ad un Papa elegante. È una invenzione giornalistica?
«Già dire "elegante", nel linguaggio di oggi, sembrerebbe significare un Papa che ama aspetti esteriori, mondani. Un occhio attento avverte che c'è una ricerca che sposa tradizione e modernità. Non è la logica di un improponibile ritorno al passato ma è un riequilibrio fra passato e presente. È la ricerca, se vuole, della bellezza e dell'armonia, che sono rivelazione del mistero di Dio».

Cosa vedremo in Camerun e in Angola? Le liturgie africane sono pittoresche, popolari, dove c'è una totalità che si esprime anche con la danza, i tamburi. Lei sarà messo alla prova… (Ride).
«Solo adesso stiamo preparando il viaggio. Cercheremo di mettere insieme ciò che vale per tutti con le tradizioni locali. Con la sua sola presenza il Papa richiama la Chiesa, una, santa, cattolica. Troveremo la sintesi fra ciò che unisce la Chiesa sul rito romano e aspetti tipici, sensibilità culturali. Inculturazione della fede e della liturgia e dimensione universale».

domenica 28 dicembre 2008

Festa dei Santi Innocenti Martiri

Ex ore infantium, Deus, et lactentium, perfecisti laudem



"Su ogni bambino c’è il riverbero del bambino di Betlemme. Ogni bambino chiede il nostro amore. Pensiamo pertanto in questa notte in modo particolare anche a quei bambini ai quali è rifiutato l’amore dei genitori. Ai bambini di strada che non hanno il dono di un focolare domestico. Ai bambini che vengono brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza, invece di poter essere portatori della riconciliazione e della pace. Ai bambini che mediante l’industria della pornografia e di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin nel profondo della loro anima"
(Benedetto XVI, omelia della S. Messa nella Notte di Natale 2008)





sabato 27 dicembre 2008

Ancora sulle giornate della gioventù

Su queste manifestazioni giovanil-popolar-religiose, o meglio su alcuni loro eccessi di spettacolarizzazione e malintesa "modernità" (che di fatto fa rima con profanità) aveva detto parole estremamente severe Enzo Bianchi, priore della comunità multiconfessionale di Bose: uno che non si può certo tacciare di passatismo o tradizionalismo (basta leggere in questa pagina le sue dichiarazioni sfavorevolissime al motu proprio). Le riporta il Papa Ratzinger blog, da un'intervista resa al Corriere il primo settembre 2007 e relativa ad uno dei vari incontri "coi giovani", in corso in quei giorni a Loreto.

"Il tutto suona un po’ bizzarro e c’è chi come Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, riflette sul fatto che «le modalità di questi incontri sarebbero da aggiornare».In fondo «è una formula che va avanti dagli anni Settanta con Taizé ed è stata poi innestata nella Chiesa cattolica con Wojtyla nell’83: ormai sono passati venticinque anni...».Il fatto che Benedetto XVI risponda ai giovani, del resto, «è già il segno di un cambiamento: il rischio di tutti i grandi raduni è di fare arretrare il confronto». E poi c’è il problema della musica, peraltro assai sentito da Ratzinger. Meno male che il Papa non ha sentito in questi giorni le liturgie eucaristiche con il «Santo» ritmato da batterie e chitarre elettriche, i rap parrocchiali a tamburelli e un repertorio di canzoncine che a confronto Emmanuel, l’amatissimo inno della Gmg di Tor Vergata, pare una cantata di Bach. Il teologo Enzo Bianchi sorride: «Oggi i giovani sono alla ricerca di cose più essenziali e più congrue a una tradizione liturgica che ha una sua specificità. Non si può usare la musica del mondo, anche in senso positivo, per qualcosa che invece deve narrare l’Altro. Se Dio è l’Altro, altra è la musica, altri sono i segni, altre le parole, altra la maniera di trovarci». Passi per il concerto, «queste cose i giovani le trovano ovunque, si vede che hanno voluto offrire uno spettacolo... L’importante, però, è che durante la veglia si preservi la sacralità della musica»."

venerdì 26 dicembre 2008

Chi è padrone del passato, è padrone del futuro. La preghiera eucaristica di Ippolito

Alzi la mano chi, manifestando a qualche prete il proprio interesse per il rito antico, non si è sentito rispondere con sufficienza che la riforma liturgica è stata un ritorno alla più antica e autentica Tradizione, sfoltita delle "incrostazioni medioevali", mentre i fautori della Messa tridentina sono afflitti da una visione miope e incompleta della tradizione, limitata al periodo successivo alla Controriforma e al Concilio di Trento ("si chiama tridentina ben per questo, ‘sta messa, no?"). Tanto vero, prosegue di solito questo sacerdote ipotetico (ma molto reale), ripetendo quanto appreso sui testi di liturgia del seminario, la riforma liturgica ha restaurato non solo l’orientamento originario verso il popolo ("Gesù mica dava le spalle agli Apostoli!"), ma anche tesori della liturgia dei primi secoli, come la preghiera dei fedeli e la preghiera eucaristica di S. Ippolito, la più antica che si conosca, anteriore di secoli rispetto al canone romano della Messa tridentina (che è attestato "solo" dal quarto secolo d.C.).

Il fedele amante della tradizione, a questo punto, è di solito costretto ad incassare; magari penserà tra sé che, se la liturgia dei primi secoli era proprio come quella di oggi, la diffusione del cristianesimo nel mondo ha avuto davvero molto di inspiegabile e di miracoloso. Se ha confidenza col sacerdote, il fedele gli farà notare la contraddizione tra il criticare le incrostazioni medioevali e insieme un’idea di tradizione che non risalirebbe oltre il Concilio di Trento, che fu ben posteriore alla fine del Medioevo; ma il discorso finirà comunque con una sostanziale resa agli argomenti, in apparenza incontrovertibili, del prete insofferente di questi petulanti che "vogliono spostare all’indietro le lancette della storia".

Ma la diffusione di internet ha questo di buono: ha reso accessibile a chiunque, con pochi clic, testi che, chiusi nelle biblioteche, erano finora appannaggio esclusivo di studiosi e liturgisti; e questi ultimi, in maggior parte modernisti, non li andavano certo a divulgare.

O meglio, se divulgavano, ecco che cosa scrivevano: "Quanto alla seconda [preghiera eucaristica], si noti che è presa quasi letteralmente dal più antico testo liturgico conosciuto, quello della Tradizione apostolica di sant'Ippolito (inizio del III secolo). Quello stesso Ippolito che, dopo essersi opposto al papa Callisto da lui accusato d'essere troppo indulgente coi peccatori, si ritrovò con il successore di questo pontefice, s. Ponziano, condannato come lui per la fede, ad essere deportato in Sardegna!" (Y. CONGAR, La crisi nella Chiesa e Mons. Lefebvre, Queriniana, 1976, p. 32). Abbiamo evidenziato noi quell’avverbio "quasi letteralmente", perché giudicherete voi quanto sia appropriato.

Ma ora, dicevamo, anche il fedele qualsiasi che abbia voglia di documentarsi un po’ (è già un punto di partenza leggere la nostra pagina sugli scritti liturgici dell’allora card. Ratzinger), scopre agevolmente che quelle affermazioni sono una vera e propria mistificazione, un travisamento della storia. Come aveva ben capito George Orwell (nel suo profetico libro 1984), domina il futuro chi è in grado di riscrivere il passato. Ma oggi, grazie a internet, possiamo recuperare, dai "buchi della memoria" dove li avevano cacciati i riformisti, i dati seguenti:

- La Messa tridentina non è per niente... tridentina, perché il Papa S. Pio V, dopo il Concilio di Trento, si limitò a rendere universale il rito in uso a Roma da secoli (cioè dai tempi dei più antichi Messali conosciuti e, nella sostanza, fin dai tempi di S. Gregorio Magno, mille anni prima).

- La celebrazione verso il popolo è una creazione interamente moderna, prima d’ora (e quindi anche ai tempi apostolici) del tutto sconosciuta.

- La seconda preghiera eucaristica introdotta col nuovo Messale, che non solo è la più usata (anche perché la più corta), ma siccome attribuita ad Ippolito sarebbe più antica e venerabile del canone romano della Messa tradizionale, è in realtà ben lungi dall’essere identica "quasi letteralmente" all’originale di Ippolito. Solo circa la metà delle parole di quest’ultimo sono state trasfuse nella preghiera eucaristica numero 2 (e nel suo prefazio proprio che, peraltro, è nell'uso spesso sostituito da altro testo). Sono state, tra l’altro, omesse parti estremamente significative, ma sgradite ad orecchi 'modernisti': "spezzare le catene del demonio, calpestare l'inferno, illuminare i giusti, fissare la norma", o l’invocazione allo Spirito Santo dopo la consacrazione "per confermare la loro fede nella verità, affinché ti lodiamo e ti glorifichiamo per Gesù Cristo". Per contro la formulazione moderna aggiunge, per almeno due terzi, testo del tutto difforme da quello di Ippolito. Non ci credete? Giudicate voi da questo raffronto sinottico: le parti in verde sono quelle effettivamente corrispondenti (e spesso non nelle parole né nella loro collocazione, ma solo nei concetti generali); quelle in rosso, le parti del canone di Ippolito che i riformatori hanno del tutto tagliato; infine le parti in nero non sottolineate sono le parole della preghiera eucaristica II aliene rispetto al testo di Ippolito. Così la prossima volta saprete cosa rispondere ad un prete saccente...

Anafora di Ippolito (circa 215 d.C.)
Ti rendiamo grazie, o Dio, per mezzo del tuo diletto figliolo [puerum] Gesù Cristo, che negli ultimi tempi hai inviato a noi come salvatore, redentore e messaggero della tua volontà; egli è il tuo Verbo inseparabile, per mezzo del quale hai creato tutte le cose e fu di tuo gradimento; che hai mandato dal cielo nel seno di una vergine e, accolto nel grembo, si è incarnato e si è manifestato come tuo figlio, nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine. Per compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo, egli stese le mani nella passione per liberare dalla sofferenza coloro che confidano in te.
Mentre si consegnava liberamente alla passione per distruggere la morte, spezzare le catene del demonio, calpestare l'inferno, illuminare i giusti, fissare la norma e manifestare la risurrezione, preso il pane ti rese grazie e disse: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo che sarà spezzato per voi".
Allo stesso modo fece col calice dicendo: "Questo è il mio sangue che sarà versato per voi. Quando fate questo, fatelo in memoria di me". Ricordando dunque la sua morte e la sua risurrezione, ti offriamo il pane e il calice e ti rendiamo grazie per averci fatti degni di stare alla tua presenza e di renderti culto. E ti preghiamo di inviare il tuo Spirito Santo sull'offerta della santa Chiesa. Unendo in una sola cosa, dona a coloro che partecipano dei santi misteri la pienezza dello Spirito Santo per confermare la loro fede nella verità, affinché ti lodiamo e ti glorifichiamo per Gesù Cristo tuo figliolo, per il quale gloria e onore a te con lo Spirito Santo nella tua santa Chiesa ora e nei secoli dei secoli. Amen.
[Pseudo-IPPOLITO, Tradizione apostolica, Introduzione, traduzione e note a cura di Elio Peretto, Roma, Città Nuova, 1996, pp. 108-111]

Preghiera eucaristica II (Messale 1970)
Prefazio
È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Padre santo, per Gesù Cristo, tuo dilettissimo Figlio.
Egli è la tua Parola vivente, per mezzo di lui hai creato tutte le cose, e lo hai mandato a noi salvatore e redentore, fatto uomo per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria.
Per compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo, egli stese le braccia sulla croce, morendo distrusse la morte e proclamò la risurrezione.
Per questo mistero di salvezza, uniti agli angeli e ai santi, cantiamo a una sola voce la tua gloria:
Santo, Santo, Santo...
Consacrazione
Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito, perché diventino per noi il corpo e il sangue di Gesù Cristo nostro Signore.
Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: "Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi". Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse: "Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti [latino: pro multis] in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me".
Mistero della fede.
Assemblea: Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. Oppure: Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. Oppure: Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo
Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale.
Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.
Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra [nelle domeniche:] e qui convocata nel giorno in cui il Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua gloria immortale: rendila perfetta nell’amore in unione con il nostro Papa N., il nostro Vescovo N., e tutto l’ordine sacerdotale.
Ricòrdati dei nostri fratelli, che si sono addormentati nella speranza della risurrezione, e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza: ammettili a godere la luce del tuo volto.
Di noi tutti abbi misericordia: donaci di aver parte alla vita eterna, insieme con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con gli apostoli e tutti i santi, che in ogni tempo ti furono graditi: e in Gesù Cristo tuo Figlio canteremo la tua gloria.
Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen

Il testo originale greco del canone di Ippolito è perduto; ci è giunta solo la traduzione in latino. Per chi desidera operare il raffronto tra il testo d’Ippolito nel latino in cui ci è pervenuto con quello, pure in latino, della Prex Eucharistica II del Messale di Paolo VI, riportiamo i due testi di seguito in caratteri più piccoli:

ANAFORA DI IPPOLITO (circa 215 d.C.)
Gratias tibi referimus, Deus, per dilectum puerum tuum Jesum Christum, quem in ultimis temporibus misisti nobis salvatorem et redemptorem et angelum voluntatis tuae, qui est verbum tuum inseparabile, per quem omnia fecisti et bene placitum tibi fuit, misisti de caelo in matricem virginis, quique in utero habitus incarnatus est et filius tibi ostensus est, ex Spiritu Sancto et virgine natus. Qui voluntatem tuam complens et populum sanctum tibi acquirens, extendit manus cum pateretur, ut a passione liberaret eos qui in te crediderunt.
Qui cumque traderetur voluntariae passioni, ut mortem solvat et vincula diaboli dirumpat, et infernum calcet et iustos illuminet et terminum figat et resurrectionem manifestet, accipiens panem gratias tibi agens dixit: Accipite, manducate, hoc est corpus meum quod pro vubis confringetur.
Similiter et calicem dicens: Hic est sanguis meus qui pro vobis effunditur. Quando hoc facitis, meam commemorationem facitis.
Memores igitur mortis et resurrectionis ejus, offerimus tibi panem et calicem, gratias tibi agentes quia nos dignos habuisti astare coram te et tibi ministrare.
Et petimus ut mittas Spiritum tuum Sanctum in oblationem sanctae ccclesiae: in unum congregans des omnibus qui percipiunt sanctis in repletionem Spiritus Sancti ad confirmationem fidei in veritate, ut te laudemus et glorificemus per puerum tuum Jesum Chrislum, per quem tibi gloria et honor Patri et Filio cum Sancto Spiritu in sancta ecclesia tua et nunc et in saecula saeculorum. Amen.


PREGHIERA EUCARISTICA II (Messale 1970)
Vere dignum et iustum est, aequum et salutare, nos tibi, sancte Pater, semper et ubique gratias agere per Filium dilectionis tuae Iesum Christum, Verbum tuum per quod cuncta fecisti: quem misisti nobis Salvatorem et Redemptorem, incarnatum de Spiritu Sancto et ex Virgine natum. Qui voluntatem tuam adimplens et populum tibi sanctum acquirens xtendit manus cum pateretur, ut mortem so1veret et resurrectionem manifestaret. Et ideo cum Angelis et omnibus Sanctis gloriam tuam praedicamus, una voce dicentes:
Sanctus, Sanctus, Sanctus
Vere Sanctus es, Domine, fons omnis sanctitatis. Haec ergo dona, quaesumus, Spiritus tui rore sanctifica, ut nobis Corpus et Sanguis fiant Domini nostri Iesu Christi. Qui cum Passioni voluntarie traderetur, accepit panem et gratias agens fregit, deditque discipulis suis, dicens:
Accipite et manducate ex hoc omnes: hoc est enim Corpus meum, qui pro vobis tradetur
Simili modo, postquam cenatum est, accipiens et calicem, iterum tibi gratias agens dedit discipulis suis, dicens:
Accipite et bibite ex eo omnes: hic est enim Calix Sanguinis mei novi et aeterni testamenti, qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Hoc facite in meam ommemorationem.
Mysterium fidei.
Acclamazioni dei fedeli (omissis)
Memores igitur mortis et resurrectionis eius, tibi, Domine, panem vitae et calicem salutis offerimus, gratias agentes quia nos dignos habuisti astare coram te et tibi ministrare. Et supplices deprecamur ut Corporis et Sanguinis Christi participes a Spiritu Sancto congregemur in unum.
Recordare, Domine, Ecclesiae tuae toto orbe diffusae, ut eam in caritate perficias una cum Papa nostro N. et Episcopo nostro N. et universo clero.
Memento etiam fratrum nostrorum, qui in spe resurrectionis dormierunt, omniumque in tua miseratione defunctorum, et eos in lumen vultus tui admitte. Omnium nostrum, quaesumus, miserere, ut cum beata Dei Genetrice Virgine Maria, beatis Apostolis et omnibus Sanctis, qui tibi a saeculo placuerunt, aeternae vitae mereamur esse consortes, et te laudemus et glorificemus per Filium tuum Iesum Christum.
Per ipsum, et cum ipso, et in ipso, est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria per omnia saecula saeculorum.


Citiamo, per concludere il discorso, quanto scritto da P. CANTONI, Novus Ordo Missae e fede cattolica, Quadrivium, 1988, p. 115 s. (interamente consultabile a questo link): "La II Prex eucharistica è quella che ha sollevato (e solleva) più problemi. Il riferimento sacrificale è in essa veramente assai tenue. Generalmente, nel rispondere alle critiche, ci si è accontentati di trincerarsi dietro l'origine venerabile per antichità di questa preghiera. [..] Basta un confronto, anche superficiale, con l'antica anafora per rendersi conto di cosa valga questo argomento. Anche p. Lanne, che non può certamente essere annoverato fra gli avversari della riforma liturgica, rileva che "nella nuova anafora romana... quanto si riferisce all'opera salvatrice di Cristo è stato arbitrariamente abbreviato perché male si adattava alla mentalità moderna. Cristo con la sua Passione libera coloro che credono in lui; egli ha spezzato i vincoli del diavolo, calpestato l'inferno, illuminato i giusti ... Il testo ippolitiano dice: "Et petimus ut mittas spiritum tuum sanctum in oblationem sanctae ecclesiae, in unum congregans de omnibus qui percipiunt sanctis in repletionem spiritus sancti ad confirmationem fidei in veritate ut ..." ... È’ stata ritenuta... la domanda perché coloro che partecipano al Corpo e al Sangue di Cristo siano uniti come una sola cosa mediante lo Spirito Santo, mentre è scomparso l'oggetto di questa unione per opera dello Spirito: la confermazione della fede nella verità. Si noterà che questa soppressione corrisponde a quella fatta poco prima nella commemorazione dei vari elementi dell'opera salvatrice di Cristo: la Passione libera coloro che credono in lui. Per ben due volte quindi in questa anafora d'Ippolito la fede viene posta al primo piano, mentre è scomparsa nel nuovo testo. Tutta l'eucaristia come proclamazione della fede risente di una certa incrinatura" [E. LANNE, Introduzione a M. THURIAN, L’Eucaristia Memoriale del Signore, Sacrificio di Azione di grazie e d’intercessione, Ed. A.V.E., 1971, p. XXIV s.]".

Sederunt principes & adversus me loquebantur & iniqui persecuti sunt me

Lapidazione di S. Stefano Protomartire, Breviario di Martino d'Aragona

giovedì 25 dicembre 2008

Puer natus est nobis, et filius datus est nobis


Botticelli, Natività mistica, London National Gallery


A Christmas carol

Una storia di Natale, vera. Ma non con il lieto fine, in termini umani. Anche se un miracolo è sempre possibile, e vi inviteremo a pregare per quello. Tuttavia, sub specie aeternitatis, tutto pare tendere a un lietissimo fine!

Dall’altra parte dell’Atlantico, un giovane ufficiale della Marina americana, Philip Johnson, combatte da un paio di mesi con un tumore al cervello che, secondo la medicina, non lascia speranze. Lo ha appena scoperto e lo racconta in un blog, dal nome bellissimo: In caritate non ficta. Come egli scrive, "avendo 24 anni, ero ancora così giovane da sentirmi invincibile e pensare di avere ancora tantissimo tempo da vivere. E’ dura pensare altrimenti". E la foto ci mostra, insieme ad un prete, questo classico ragazzo americano, che ha conosciuto la guerra e le battaglie, e che penseremmo nel pieno del vigore.

Questo è l’aspetto tragico della vicenda. Ma quello che ha ritenuto la nostra attenzione è che il maggiore Johnson, fervente cattolico, fin da bambino ha sentito maturare dentro sé la vocazione al sacerdozio. Ed ora che il tempo per riflettere sulla sua vita è diventato breve, come tutto il suo futuro, sente di voler compiere con tutto se stesso questo gran passo e potere, prima di morire, stringere tra le sue mani il Santissimo Sacramento nel miracolo dell’altare.

Vogliamo riportare alcune sue parole, perché ci sembrano una testimonianza bellissima, e ancor più preziosa viste le prospettive di salute di questo ragazzo, della straordinaria importanza e bellezza del sacerdozio, a cui tende con tutte le sue residue forze: "Il sacerdozio di N.S. Gesù Cristo è il più grande dono immaginabile [..]. E’ una chiamata per uomini veri, non un "mestiere" per chi non sa trovare una moglie, o non riesce a fare altro. Non è un’uscita di sicurezza né la porta a una vita confortevole. E’ una vocazione che richiede molto sacrificio, fatica, combattimento e amore per gli altri. Il prete condivide ogni giorno gioie e dolori del popolo di Dio, e dà tutto se stesso alla Chiesa, come Cristo sacrificò Se stesso per noi."

"Dio vuole usare noi, uomini cattolici, per rafforzare la Chiesa anche se siamo peccatori. Vuole prendere le nostre labbra, che possono aver detto cose folli o maledetto gli altri, e usarle per proclamare il Vangelo e dare l’assoluzione sacramentale in confessione. Vuole prendere le nostre mani, con cui possiamo avere abbracciato amori illeciti, e usarle per offrire la S. Messa e portare Gesù Cristo nel Suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità, al popolo di Dio".

"Mentre combatto con il tumore, non mi rattrista che esso mi possa causare sofferenza e morte. Questo accadrà alla fine a tutti noi, e dobbiamo essere preparati a fronteggiare la morte in ogni istante, conservandoci in stato di grazia. No, la vera preoccupazione che affronto ogni giorno è che, per varie circostanze, alcune delle quali oltre il mio controllo, io possa non conoscere mai che cosa è servire Dio come l’alter Christus che io desidero con tutto il cuore di essere. Porta lacrime ai miei occhi immaginare di lasciare questo mondo senza pronunziare le parole di Cristo all’Ultima Cena, ‘Questo è il mio Corpo, Questo è il mio Sangue’, prima di guardare Nostro Signore nell’Eucarestia nel più grande miracolo mai conosciuto dall’uomo. Io prego fervorosamente di poter avere un giorno il privilegio di assolvere i peccati – anche se dovessi vivere abbastanza solo per assolverne uno – manifestando lo stesso perdono che Dio mi ha tante volte mostrato, nonostante le mie debolezze e peccati".

Non neghiamo a questo valoroso soldato di Cristo una preghiera per la sua intenzione, che egli chiede attraverso l’intercessione del servo di Dio Padre Thomas Frederic Price: un pio sacerdote americano dell’Ottocento, che tra l’altro convertì la trisavola del nostro eroe, e che, come egli osserva, esprime un’altra delle caratteristiche del sacerdozio: completamente sacrificò se stesso, spesso senza vederne i frutti, che tuttavia furono copiosissimi. Uno dei quali è, aggiungiamo, e a distanza di più di un secolo, il maggiore Johnson.

mercoledì 24 dicembre 2008

Il Papa ‘cristianizza’ le giornate della gioventù

L’altro ieri il Papa ha pronunziato l’abituale discorso alla Curia per gli auguri natalizi (leggilo per intero cliccando qui). E’ una sorta di consuntivo dell’attività dell’anno e rappresenta un po’ il "discorso della Corona", nel quale si tratteggiano i grandi orientamenti del pontificato. Ricordiamo come fu nel primo dei suoi discorsi ‘natalizi’ che Papa Benedetto censurò, capovolgendo un’opinione fino allora di fatto dominante, l’interpretazione del Concilio come rottura e discontinuità rispetto alla Chiesa preconciliare.

Quest’anno, nella sua ponderosa allocuzione, ha toccato due punti significativi: il senso delle Giornate Mondiali della Gioventù e l’ecologismo (che il Papa a sua volta riconnette, ed è davvero un coup de théâtre magistrale, alla difesa della famiglia come espressione di un habitat umano di natura) . Si tratta di due temi che, talvolta, incontrano scetticismo negli ambienti tradizionalisti. Lo diciamo come constatazione, senza in realtà comprendere bene perché l’ecologia debba essere una preoccupazione estranea a taluni tradizionalisti. Anzi. Da "conservatori", dovremmo essere ancor più interessati al mantenimento delle ricchezze della natura e ad un ritorno a rapporti più armonici con il creato. Ma non divaghiamo...

Sulle Giornate della Gioventù (mondiali, nazionali, diocesane o perfino parrocchiali) le ragioni di riserva sono molto, molto più fondate. Si tratta di manifestazioni che, secondo parecchi osservatori, hanno un impatto solo superficiale sui partecipanti. Non abbiamo il riferimento, ma ci sembra di ricordare che fosse stato l’allora cardinale Ratzinger (un vero "grillo parlante" rispetto a certi entusiasmi un po’ ingenui del pur grande Giovanni Paolo II: chi non ricorda le aspre critiche degli incontri di Assisi?) a dire che certi eventi riempiono le piazze, ma svuotano le chiese. E infatti fin da quando è diventato Papa ha prima snobbato, poi definitivamente abolito quei concertoni nazional-popolari che si organizzavano regolarmente in Vaticano con sfilata di cantanti e celebrità. La nostra ammirazione, per quanto vale, nei confronti di Papa Ratzinger è schizzata alle stelle...

Le Giornate della Gioventù, poi, possono essere, e purtroppo sono, occasione di sperimentazioni liturgiche sfrenate, che trovano pretesto nella necessità di tener conto di adunate oceaniche, di legioni di concelebranti, di tendoni e altaroni posticci, non di rado di balli e danze "etniche". E di un ethos da concerto soft-pop (non rock, come pur scrive il Papa: sarebbe un complimento). Tutto ciarpame sul quale dettava legge, felice e appagato, il non rimpianto ex maestro di cerimonie mons. Piero Marini.

Ma con tutto ciò, sarebbe espressione di una mentalità codina e bigotta, e in fin dei conti irragionevole, rifiutare questo tipo di incontri. Essi hanno un’indubbia capacità di mobilitare e attirare tanti ragazzi e possono essere un formidabile strumento di evangelizzazione, se non si limitano ad una kermesse fine a se stessa, una Woodstock (cattolica, almeno nelle intenzioni) che non trasmette i fondamentali della fede e il rispetto della liturgia. Tutto sta, come per ogni cosa, nell’approccio giusto. E Papa Benedetto sa che cosa fare: alla Giornata mondiale di Colonia del 2005 (quando tutti gli osservatori si chiedevano con scetticismo come questo timido e anziano professore universitario tedesco avrebbe mai potuto confrontarsi col rapporto di Giovanni Paolo coi suoi papaboys) si piazzò per un tempo "televisivamente" interminabile in silenziosa adorazione del Santissimo Sacramento. Sembrava assurdo. Ma poiché i "ggiovani" non sono poi così scemi come in fondo se li figurano i propugnatori (sessantenni!) di tanti atteggiamenti superficialmente giovanilistici, i presenti apprezzarono e fecero come il Papa: in silenzio pregarono e adorarono!

E come scrive argutamente Rodari "La Gmg diocesana di quell’anno [2007 a Roma] non fu più una festa con canti e balli da consumarsi sul sagrato di piazza San Pietro, quanto un momento penitenziale da svolgersi all’interno della basilica vaticana. Al centro dell’appuntamento, insomma, non c’erano più i balli e i girotondi dei boy scout, le canzoni tutte pop and faith di Gen Rosso e compagnia. Bensì le parole del Pontefice pronunciate dall’altare della basilica e, nelle navate laterali, i confessionali tutti appositamente "aperti" per ospitare i ragazzi desiderosi di penitenza, riconciliazione, privata confessione. Anche perché, canti, balli e momenti di evasione, i cosiddetti giovani hanno sempre saputo dove e come andarseli a cercare, senza bisogno della Chiesa". Osservazione, quest'ultima, talmente ovvia che molti se ne erano dimenticati!

Ora, nel far gli auguri alla sua Curia, il Papa ha teorizzato questa indispensabile teocentricità delle Giornate della Gioventù: vuole non dico infondere un’anima che prima queste manifestazioni non avevano (ché una frase del genere sarebbe ingenerosa per il fondatore di tali eventi, Papa Woitila), ma sicuramente rafforzarne l’aspetto mistico, trascendente e sacramentale. Solo così troveranno la loro piena funzione ecclesiale. E, come già avvenne in quella strabiliante adorazione silenziosa così ‘antiquata’ e ‘fuori luogo’, qualcosa (forse la nostra vicinanza anagrafica ai ‘giovani’) ci dice che l’appello del Papa raggiungerà quei ragazzi: è uscito ad esempio un comunicato dei Papaboys, che saluta quelle parole come ‘ben accette e stimolanti’. E non dimentichiamo che hanno partecipato all'ultima Giornata mondiale della Gioventù anche i ragazzi di Juventutem, che hanno saputo impiantare in quell'ambito la spiritualità tradizionale.

Ecco dunque quanto ha detto il Papa (enfasi nostre; commenti interpolati in verde):


Qual è quindi la natura di ciò che succede in una Giornata Mondiale della Gioventù? Quali sono le forze che vi agiscono? Analisi in voga tendono a considerare queste giornate come una variante della moderna cultura giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso ecclesiale con il Papa quale star. Con o senza la fede, questi festival sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così si pensa di poter rimuovere la questione su Dio. Ci sono anche voci cattoliche che vanno in questa direzione valutando tutto ciò come un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato per la questione sulla fede e sulla presenza del Vangelo nel nostro tempo. Sarebbero momenti di una festosa estasi, che però in fin dei conti lascerebbero poi tutto come prima, senza influire in modo più profondo sulla vita.

Con ciò, tuttavia, la peculiarità di quelle giornate e il carattere particolare della loro gioia, della loro forza creatrice di comunione, non trovano alcuna spiegazione. Anzitutto è importante tener conto del fatto che le Giornate Mondiali della Gioventù non consistono soltanto in quell’unica settimana in cui si rendono pubblicamente visibili al mondo. C’è un lungo cammino esteriore ed interiore che conduce ad esse. La Croce, accompagnata dall’immagine della Madre del Signore, fa un pellegrinaggio attraverso i Paesi. La fede, a modo suo, ha bisogno del vedere e del toccare. L’incontro con la croce, che viene toccata e portata, diventa un incontro interiore con Colui che sulla croce è morto per noi. L’incontro con la Croce suscita nell’intimo dei giovani la memoria di quel Dio che ha voluto farsi uomo e soffrire con noi. E vediamo la donna che Egli ci ha dato come Madre. Le Giornate solenni sono soltanto il culmine di un lungo cammino, col quale si va incontro gli uni agli altri e insieme si va incontro a Cristo. In Australia non per caso la lunga Via Crucis attraverso la città è diventata l’evento culminante di quelle giornate. Essa riassumeva ancora una volta tutto ciò che era accaduto negli anni precedenti ed indicava Colui che riunisce insieme tutti noi: quel Dio che ci ama sino alla Croce. Così anche il Papa non è la star intorno alla quale gira il tutto. Egli è totalmente e solamente Vicario. Rimanda all’Altro che sta in mezzo a noi. Infine la Liturgia solenne è il centro dell’insieme [SOLENNE, ha detto il Papa], perché in essa avviene ciò che noi non possiamo realizzare e di cui, tuttavia, siamo sempre in attesa. Lui è presente. Lui entra in mezzo a noi. È squarciato il cielo e questo rende luminosa la terra. È questo che rende lieta e aperta la vita e unisce gli uni con gli altri in una gioia che non è paragonabile con l’estasi di un festival rock. Friedrich Nietzsche ha detto una volta: "L’abilità non sta nell’organizzare una festa, ma nel trovare le persone capaci di trarne gioia" [è ammirevole e illuminante la capacità di un Papa così colto di invocare gli argomenti perfino di uno dei filosofi più anticristiani mai esistiti]. Secondo la Scrittura, la gioia è frutto della Spirito Santo (cfr Gal 5, 22): questo frutto era abbondantemente percepibile nei giorni di Sydney. Come un lungo cammino precede le Giornate Mondiali della Gioventù, così ne deriva anche il camminare successivo. Si formano delle amicizie che incoraggiano ad uno stile di vita diverso e lo sostengono dal di dentro. Le grandi Giornate hanno, non da ultimo, lo scopo di suscitare tali amicizie e di far sorgere in questo modo nel mondo luoghi di vita nella fede, che sono insieme luoghi di speranza e di carità vissuta [in effetti, il valore dell'amicizia che nasce tra persone che condividono la stessa fede e si sostengono vicendevolmente in essa, rappresenta forse il frutto più prezioso che possano offrire le G.M.G.]
[..]
Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio.
[..]
Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione. Grandi teologi della Scolastica hanno qualificato il matrimonio, cioè il legame per tutta la vita tra uomo e donna, come sacramento della creazione, che lo stesso Creatore ha istituito e che Cristo – senza modificare il messaggio della creazione – ha poi accolto nella storia della salvezza come sacramento della nuova alleanza. Fa parte dell’annuncio che la Chiesa deve recare la testimonianza in favore dello Spirito creatore presente nella natura nel suo insieme e in special modo nella natura dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Partendo da questa prospettiva occorrerebbe rileggere l’Enciclica Humanae vitae: l’intenzione di Papa Paolo VI era di difendere l’amore contro la sessualità come consumo, il futuro contro la pretesa esclusiva del presente e la natura dell’uomo contro la sua manipolazione

martedì 23 dicembre 2008

"Il piccolo libro che causerà una grande tempesta"


Dal sito de The Catholic Herald (ottimo settimanale inglese, concorrente del progressista The Tablet che, pur di grande tradizione, è ormai interamente ipotecato da una ideologia che ha risolutamente oltrepassato la soglia dell’eterodossia, ad esempio con la promozione del sacerdozio femminile), prendiamo questa recensione del grande studioso dom Alcuin Reid al libro da poco pubblicato da Mons. Athanasius Schneider, intitolato Dominus est (Roma, LEV, 2008).

L’autore è un giovane vescovo ausiliare della remota diocesi di Karaganda, in Kazakistan. Ricordo che, ancora semplice prete, partecipò al sinodo dei vescovi del 2005 sull’Eucarestia, in qualità di segretario della Commissione liturgica della conf. episcopale kazaka (ebbene sì: esiste evidentemente una conferenza kazaka e, non solo, ha pure delle commissioni interne...). In quella sede svolse un intervento (che trovate qui) circa la necessità di tornare a modi più reverenti di assumere la Comunione; intervento caduto nell’indifferenza generale e giudicato perfino patetico nel suo apparente nostalgismo.

I fatti successivi, la sua nomina a vescovo e l’orientamento liturgico che comincia a emergere dall’esempio di papa Benedetto, hanno fatto giustizia dell’atteggiamento di sufficienza di molti vescovi sinodali verso quel giovane prete ed ora le idee del neovescovo kazako sono presentate in un volumetto che ha addirittura l’onore di un plauso del card. Arinze, Prefetto fino a poche settimane orsono della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e di una prefazione di Mons. Ranjit, Segretario della medesima Congregazione (leggila qui). Non solo: ma il libro fa molto parlare di sé e riceve una recensione come quella che di seguito traduciamo.


Il piccolo libro che causerà una grande tempesta
Alcuin Reid circa un libro raccomandato dal Card. Francis Arinze
19 dicembre 2008


Era il 1969. Il Papa era Paolo VI. La Congregazione per il Culto Divino emanò un’Istruzione, Memoriale Domini, sul modo di ricevere la S. Comunione. Una lettura molto interessante.

Dopo aver ricordato lo sviluppo della ricezione della comunione sulla lingua come il frutto di un "accresciuta comprensione della verità del mistero eucaristico, del suo potere e della presenza in esso di Cristo", l’Istruzione dichiara che "questo metodo di distribuire la S. Comunione dev’essere conservato... non solo perché ha molti secoli di tradizione dietro a sé ma specialmente perché esprime la riverenza dei fedeli per l’Eucarestia".

"Quest’uso nulla toglie in alcun modo alla dignità personale di coloro che accedono a questo grande Sacramento: è parte di quella preparazione necessaria per la più fruttuosa ricezione del Corpo del Signore", dice l’Istruzione.

E ancora avverte: "Una modifica in una materia di tale importanza, basata su una tradizione antica e venerabile, non solo concerne la disciplina. Essa porta certi pericoli che possono insorgere dalla nuova maniera di amministrare la S. Comunione: il pericolo di una perdita di riverenza per l’augusto Sacramento dell’altare, della profanazione, dell’adulterazione della vera dottrina".

E l’Istruzione pubblicava il responso dei vescovi del mondo intero, che portava a concludere: "La grande maggioranza dei vescovi crede la presente disciplina non dovrebbe essere cambiata e che, se così invece avvenisse, la modifica sarebbe offensiva ai sentimenti e alla cultura spirituale di quei vescovi e di molti fedeli".

Per tale ragione il documento riporta: "Il S. Padre ha deciso di non cambiare il modo attuale di distribuire la S. Comunione ai fedeli". E allora, visto che la comunione in mano è ora praticamente universale e le giovani generazioni non hanno conosciuto altro sistema, che cosa è accaduto?

Un cavillo c’era. L’Istruzione conteneva la previsione per le conferenze episcopali di consentire la Comunione in mano nei luoghi dove "l’uso contrario... prevale". E nella decade successiva e oltre, questo cavillo è stato sfruttato.

Oggi, gli avvertimenti dell’Istruzione circa la perdita di reverenza, fede e perfino sulla profanazione del Sacramento si sono, purtroppo, avverati. E’ tempo di tornare sulla questione. E questo è precisamente quel che ha fatto un giovane vescovo dell’Asia Centrale nel libro Dominus Est.

Il vescovo Athanasius Schneider, uno studioso della patristica, nominato vescovo da Papa Benedetto nel 2006, ha alzato la sua voce un una profetica invocazione alla Chiesa d’Occidente per richiamare l’importanza, se non la necessità, di ritornare alla pristina disciplina di ricezione della S. Comunione, in ginocchio e sulla lingua.

Non v’è dubbio, naturalmente, che, come attesta la stessa Memoriale Domini, è "vero che l’uso antico un tempo consentiva ai fedeli di prendere questo cibo divino nelle mani e metterlo essi stessi in bocca".

Questo fatto fu molto ostentato durante gli anni Settanta, assieme a discorsi sul modo di ricevere la S. Comunione come adulti maturi, e non bambini. Siamo stati incoraggiati a ritornare alla purezza primitiva della pratica della Chiesa delle origini, visto che emergevamo da secoli di incrostazioni asseritamente corrotte nel modo di render culto.
Comunque sia, nella nostra eccitazione egalitaria abbiamo ignorato il sobrio fatto che, come attesta il vescovo Schneider, "lo sviluppo organico" della pratica di ricevere la Comunione sulla lingua non è altro che "un frutto della spoiritualità e devozione eucaristica originata dai tempi dei Padri della Chiesa" e che l’esclusione di inginocchiarsi per la S. Comunione era una caratteristica della rivolta teologica protestante sia di Calvino sia di Zwingli.

Invero, niente meno che uno studioso come Klaus Gamber osserva che la ricezione della Comunione in mano "fu di fatto abbandonata... dal quinto o sesto secolo in avanti".

La Chiesa procedendo nel tempo accresce saggezza. La sua Sacra Liturgia, sviluppata nella tradizione, ne è un prezioso deposito. Tutti, tranne i liturgisti più partigiani, riconoscono oggi che molte delle affrettate decisioni prese nell’ambito della riforma e della pratica liturgica negli anni Sessanta e Settanta fu infetta da un archeologismo che fu nel miglior dei casi molto ingenuo e nel peggiore squilibrato. E’ tempo di riconsiderare alcune, se non addirittura molte, di quelle decisioni e di prendere passi decisivi per correggerle ove necessario. La Comunione in mano è una di quelle.

Affinché non si pensi che questo giovane vescovo – il cui racconto della sua formazione nella pietà eucaristica sotto la persecuzione comunista, nel primo capitolo, è un testo spirituale in sé – alzi solitaria la sua voce, chiariamo che il libro porta l’approvazione dei superiori della Congregazione per il Culto Divino. Il Card. Arinze, che ha lasciato l’incarico questo mese, dichiara: "Ho letto tutto il libro deliziato. E’ eccellente".

E l’Arcivescovo Malcolm Ranjith, un vero profeta della riforma liturgica di Benedetto XVI, scrive nella prefazione: "Io penso sia tempo di considerare attentamente la pratica della Comunione in mano e, se necessario, abbandonare una cosa che non fu in realtà mai richiesta nel documento del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium, né dai Padri conciliari ma fu... ‘accettata’ dopo che era stata introdotta come un abuso in alcuni paesi".

Questo piccolo libro, un breve ma approfondito esame dei Padri, della Chiesa delle origini, del Magistero e dei riti orientali e occidentali, è in grado di creare una tempesta: non in una tazza di tè, ma nelle menti di quelli indebitamente attaccati agli impropri cambiamenti esterni effettuati nella liturgia, in quello che può essere solo descritto come un periodo particolare della storia della Chiesa.

E’ un peccato che possa provocare una tempesta, poiché la pratica che raccomanda è espressione di amore e di umiltà, qualcosa da cui nessuno, che realmente adora il Cristo presente nel Santissimo Sacramento, dovrebbe indietreggiare.
Ma forse oggi un po’ di controversia è necessaria. Le future generazioni, tuttavia, potranno ben chiedersi perché ci abbiamo messo così tanto a comprendere che stiamo parlando, invero, del Signore, e comportarci nuovamente di conseguenza.

Siamo nel 2008. Benedetto XVI è il Papa. Il S. Padre ha già riformato egli stesso la maniera di ricevere la S. Comunione nelle Messe da lui celebrate. Seguiamo dunque il suo esempio. Che va perfettamente d’accordo con gli insegnamenti di Papa Paolo VI.

lunedì 22 dicembre 2008

Il Papa celebrerà nuovamente "spalle al popolo"

Dal quotidiano Avvenire del 21 dicembre 2008, dichiarazioni di Mons. Guido Marini, maestro di cerimonie del S. Pontefice:

In particolare nel giorno dell’Epifania il Papa indosserà una pianeta, come ha già fatto in qualche altra celebrazione, «a sottolineare ancora una volta la continuità tra passato e presente».

[..]

Saranno tredici i bambini che l’11 gennaio riceveranno il Battesimo dalle mani del Papa [..]. Anche quest’anno sarà utilizzato l’altare proprio della Cappella Sistina, «per non alterare la bellezza e l’armonia di questo gioiello architettonico». Ciò «significa – spiega una nota dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie – che in alcuni momenti il Papa, si rivolgerà verso il Crocifisso, sottolineando così il corretto orientamento della celebrazione eucaristica». «Non si tratta di voltare le spalle al popolo – aggiunge monsignor Marini – ma di assumere lo stesso orientamento dell’assemblea, che guarda proprio verso il Crocifisso». Per il resto la celebrazione avrà il consueto svolgimento e verrà utilizzato il Messale ordinario.

domenica 21 dicembre 2008

Messa di Palestrina a Verona per la notte di Natale


Una Voce delle Venezie e Una Voce Verona comunicano che la notte della Vigilia di Natale alle ore 22, nella Chiesa di S. Toscana in Verona (presso porta Vescovo) sarà cantata la S. Messa della Notte di Natale, accompagnata da strumentisti e dalla corale Tettiges III, che eseguirà una Messa a quattro voci di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Immaginiamo che celebrerà don Vilmar Pavesi: una sicura garanzia di un rito curato e fervente.

Chi sarà il prossimo Arcivescovo di Westminster?

Westminster Cathedral, Londra

Secondo indiscrezioni, il 2 gennaio prossimo sarà reso noto il nome del nuovo Arcivescovo di Westminster, che andrà a sostituire il settantaseienne cardinale Cormac Murphy o’Connor.

Qualcuno potrebbe pensare superficialmente che la scelta abbia un’importanza relativa, ad esempio perché non ha influenza diretta sull’intera Gran Bretagna, ma solo sull’episcopato di Inghilterra e Galles (la Scozia, infatti, ha una separata conferenza episcopale e l’Irlanda del Nord è ecclesiasticamente unita con la Repubblica d’Irlanda: l’Arcivescovo di Armagh – sede di S. Patrizio – è primate di tutta l’isola, benché la cittadina si trovi nell’Ulster britannico); oppure perché l’Inghilterra è un paese protestante e i cattolici sono minoranza.

In realtà un simile giudizio sarebbe estremamente errato. La sede di Westminster (che, per chi non lo ricordasse, è una parte di Londra) ha e ancor più avrà un’importanza cruciale nel panorama del cattolicesimo mondiale. L’Arcivescovo di Westminster è tradizionalmente l’unico mitrato di Inghilterra e Galles a diventare cardinale (un’eccezione fu il card. Newmann, che da semplice prete fu fatto cardinale in tarda età, come si farebbe da noi un senatore a vita). Come tale gode di un prestigio e di un’influenza particolari su tutti i suoi colleghi: da noi in Italia, dove vi sono normalmente 9 sedi cardinalizie, non vi è analoga concentrazione di autorevolezza nella Conferenza episcopale. In conseguenza, il nominando avrà un peso rilevante nel determinare gli orientamenti dell’intero episcopato inglese (e gallese), che per ora si caratterizza per una particolare rigidità nel progressismo postconciliare e nell’ostilità marcata alle riforma liturgiche di Benedetto XVI: il card. Murphy o’Connor, che non è nemmeno il peggiore (la maglia nera va forse a Conry, vescovo di Arundel e Brighton), è un corifeo di tale tendenza e si era affannato a emanare subito dopo il motu proprio le solite linee guide restrittive. Una prova tra mille della situazione: a Londra (diocesi di Westminster), con i suoi milioni di abitanti, non c’è una, una sola Messa in forma straordinaria cantata la domenica: solo qualche "messa bassa" (come la chiamano gli inglesi) e qualcosa in più per feste particolari. Un’altra riprova? Quando nel giugno 2008 il card. Castrillòn Hoyos si recò a Londra a pontificare in rito antico nella Cattedrale di Westminster, né il "padrone di casa" card. Murphy o’Connor né alcun altro vescovo ritennero di presenziare: per la compassata etichetta ecclesiastica, un affronto sanguinoso al card. Presidente dell’Ecclesia Dei, a tutto quel che rappresenta in campo liturgico e quindi anche, e nemmeno indirettamente, al Papa. Per contro: è proprio nell’arcivescovado di Westminster (addirittura nella "sala del trono"), alla presenza dell’Arcivescovo, di molti prelati e del Nunzio Faustino Sainz Munoz (progressista pure lui), che Mons. Piero Marini, l’ex maestro di cerimonie del S. Pontefice, bestia nera dei tradizionalisti e simbolo vivente di tutto quanto si oppone al rinnovamento liturgico benedettiano, ha presentato in anteprima il proprio libro di memorie e manifesto della rivoluzione liturgica post-conciliare, intitolato A challenging reform e curiosamente edito finora solo nella "traduzione" inglese (questo fatto alimenta la voce che i veri autori del libro siano in realtà esponenti di spicco dell’establishment ecclesiale inglese e che in realtà non esista un originale del testo in italiano, la lingua in cui ci si aspetterebbe che mons. P. Marini scriva).

Ma anche se l’aspetto liturgico ha la sua grande importanza (c’è una particolare tradizione di ostilità al rito antico nell’episcopato inglese: il defunto card. Hume si vantava di aver fatto recedere Giovanni Paolo II dalle sue velleità di liberalizzare l’antico rito, facendogli balenare rischi di scisma), la sede di Londra-Westminster sarà ancora più determinante perché il futuro Arcivescovo (e poi cardinale) sarà il primo attore nei rapporti con l’instabile e implodente comunione anglicana, e in primo luogo col suo leader, l’Arcivescovo di Canterbury.

A seguito delle derive progressiste degli anglicani (c’è stato un vero e proprio scisma quest’anno all’ultima Lambeth conference, il sinodo decennale della comunione anglicana: intere province del terzo mondo l’hanno boicottato denunziandone le derive antievangeliche, specie in merito all’ordinazione di gay ‘praticanti’), le frange cosiddette anglo-cattoliche, ossia più vicine alla Chiesa Cattolica (che, dopotutto, rappresenta la Tradizione anche per la stessa comunione anglicana, staccatasi dal cattolicesimo ai tempi del re Enrico VIII), bussano quasi con disperazione alle porte di Roma per poter rientrare nel cattolicesimo. Vi è perfino una chiesa anglicana autonoma, la T.A.C. (Traditional Anglican Communion: questo è il loro sito), forte di 200.000 fedeli in tutto il mondo, che ha richiesto di essere assorbita per intero da Roma, come una sorta di chiesa uniate. Una prima ondata di conversioni era avvenuta negli anni ’90, con l’ammissione anglicana della "ordinazione" delle donne: non pochi pastori in fuga da quella riforma anti-apostolica furono ordinati preti cattolici, derogando tra l’altro all’obbligo del celibato e consentendo alle congregazioni di mantenere gli usi liturgici anglicani tradizionali (che tra l’altro, per molti aspetti, sono molto più vicini alla Messa tridentina di quanto non sia l’attuale Messa ordinaria). Ma la maggioranza degli anglo-cattolici aveva all’epoca tollerato l’innovazione, purché fosse loro garantito di non ritrovarsi a che fare con delle "pretesse". Tuttavia quest’anno la Chiesa d’Inghilterra ha ammesso le donne anche all’episcopato. Un’evoluzione ineccepibilmente coerente con la premessa (errata) dell’ordinabilità delle donne, ma che impedisce di essere al sicuro dalla futura eventualità di dover soggiacere ad una "vescovessa". Di qui il gran numero di pastori anglo-cattolici che ora bussano per "attraversare il Tevere", ossia essere ammessi in comunione con Roma.

Orbene, per quanto incredibile ciò possa apparire, i vescovi (cattolici) inglesi sono tutt’altro che entusiasti di ricevere questa iniezione di vocazioni sacerdotali provenienti dall’anglicanesimo. Alcuni motivi possono essere giustificati (bisogna ben trovare una fonte di sostentamento per questi nuovi aspiranti preti), ma quelli veri lo sono immensamente di meno: in primo luogo, l’acceso tradizionalismo di questi potenziali convertiti, esponenti di quella che nell’anglicanesimo è chiamata high Church per via del ritualismo tutt’altro che protestante (incensi, paramenti, ecc.) trova ben poca simpatia nell’episcopato inglese, imbevuto di minimalismo liturgico postconciliare: il rischio è che quei convertiti possano rappresentare un piccolo esercito pronto a dare applicazione alla riforma liturgica del Papa. In secondo luogo, accogliere questi transfughi può minare il dialogo ecumenico con Canterbury, cui i vescovi d’Inghilterra e Galles, sempre per affinità progressiste con i parigrado anglicani, tengono al massimo, in un modo del tutto incoerente rispetto ai risultati (negli ultimi decenni, con l’evoluzione liberal degli anglicani, le distanze tra le due religioni sono diventate ormai irrecuperabili) e rispetto a considerazioni pratiche e utilitaristiche (l’anglicanesimo si sta estinguendo, sia per gli scismi delle province del terzo mondo, sia per la perdita di fedeli: in Inghilterra ci sono ormai più praticanti cattolici che anglicani; a che pro quindi dialogare con i moribondi?).

L’unica ammissibile ragione di riserva nell’accogliere questi fratelli separati anglicani, ossia che l’immissione in massa di clero sposato in una chiesa latina (non orientale) potrebbe minare la consuetudine del celibato ecclesiastico, non pare invece pesare molto, come avrete indovinato, tra le preoccupazioni dell’episcopato inglese e gallese.

Queste sono dunque le evoluzioni in atto. E’ evidente che, benché l’anglicanesimo abbia diffusione mondiale, essendo il suo vertice in Inghilterra (ci riferiamo evidentemente non alla Regina, pur formalmente capo della Chiesa anglicana, ma all’Arcivescovo di Canterbury), è attraverso Westminster che si giocherà la partita ecumenica e che verrà definita la linea da prendere con i transfughi dall’anglicanesimo. Con portata, come si è detto, mondiale, data la diffusione della comunione anglicana in tutto il Commonwealth, e ripercussioni indirette sul dialogo ecumenico con molte denominazioni protestanti. Di qui l’importanza cruciale di una buona nomina a Westminster.

Secondo le indiscrezioni, nella terna redatta dal Nunzio sarebbero compresi questi tre nomi: l’Arcivescovo Nichols di Birmingham, l’Arcivescovo Smith di Cardiff e il Vescovo McMahon di Nottingham. Più un outsider, il Vescovo Roche di Leeds, già il favorito; ma il suo modo arrogante e autoritario di chiudere una frequentata parrocchia dove si celebrava col vecchio rito, e le proteste conseguenti, hanno reso evidente la sua scarsa reputazione tra i fedeli. Insomma, dai nomi proposti non traspare quello sperato ed atteso cambio di direzione che potrebbe venire dalla nomina di qualcuno estraneo al "sistema": il rischio è che l’esito sia nel senso di "business as usual".

Dei tre favoriti (ma i bookmaker inglesi ne elencano anche molti altri: è dato 1:500 persino Bono degli U2; pensate che belle Messe pontificali celebrerebbe: Sunday, bloody Sunday...), McMahon, che pur si è distinto per avere accettato di celebrare con l’antico rito, si è pubblicamente dichiarato in favore dell’abolizione del celibato ecclesiastico e privatamente (ma questa voce è stata da lui smentita) per l’ordinazione femminile; Smith, il peggiore della terna ma fortemente appoggiato del Nunzio (indiscrezione del Daily Mail), in passato si era scontrato col Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (un certo card. Ratzinger...) perché rifiutava ostinatamente di revocare il suo imprimatur ad un testo per bambini che metteva in questione la resurrezione di Gesù; Nichols, infine, potrebbe rappresentare una scelta di compromesso anche se, da fonte attendibile, risulta che il Papa abbia in passato espresso alcune riserve su quest’ultimo.

Chissà quindi che non possa emergere una figura del tutto nuova rispetto all’entourage episcopale, come l’Abate benedettino Hugh Gilbert (v. qui una sua intervista); già in passato una scelta così fuori dagli schemi era stata fatta da Paolo VI, allorché aveva nominato il predecessore dell’attuale cardinale, l'allora monaco Basil Hume.

Ne riparleremo dunque, se le indiscrezioni sono corrette, dopo il 2 gennaio.
Vostro
Occam

venerdì 19 dicembre 2008

Ecclesia Dei: modifiche, ma solo facoltative, al calendario tradizionale


La Latin Mass Society d’Inghilterra e Galles ha rilasciato il 1° novembre 2008 un comunicato stampa col quale informa della risposta della Pontificia Commissione Ecclesia Dei in merito alla possibilità per i Vescovi di intervenire sul calendario tradizionale.

Spieghiamo meglio: tempo addietro la Conferenza Episcopale anglo-gallese aveva deciso di spostare alcune feste che cadono in giorni feriali, come l’Epifania (che in Gran Bretagna non è festa civile), l’Ascensione e il Corpus Domini, alla domenica più vicina; i Vescovi dissero inoltre che il provvedimento doveva applicarsi anche alle Messe in forma straordinaria, affermando di aver avuto dall’Ecclesia Dei espresso riconoscimento del loro potere in tal senso e che pertanto quelle feste non potevano più celebrarsi nei giorni previsti dal calendario tradizionale.

Poiché però la risposta dell’Ecclesia Dei non venne resa pubblica, la Latin Mass Society, sospettosa a buon diritto (come si vedrà), sottopose un dubium alla stessa Ecclesia Dei per appurare se davvero i Vescovi potessero proibire la celebrazione delle suddette feste nei giorni tradizionali, o se invece il loro potere si riducesse solo (cosa che nessuno dubita) a quello di togliere il carattere precettivo a quelle feste, nel senso che il fedele non è più obbligato, ad es., ad andare a Messa il 6 gennaio, ma può assolvere il precetto dell’Epifania recandosi a Messa nella domenica più vicina.


La risposta dell’Ecclesia Dei ha dato ragione alla Latin Mass Society: trovate il testo completo qui, mentre noi riportiamo in traduzione gli elementi essenziali:

Premesso che la questione è tuttora allo studio e che il responso non pregiudica ulteriori diverse chiarificazioni, allo stato la Commissione precisa:
L’uso dei libri liturgici del 1962 implica il diritto ad usare il calendario da essi previsto.
Ancorché, ai sensi del can. 1246 § 2 c.j.c. la Conferenza Episcopale, con l’approvazione della S. Sede, possa legittimamente trasferire le feste di precetto, resta comunque lecito celebrare la Messa e l’Officio di quelle feste nei giorni indicati dal calendario dei libri liturgici del 1962, con la precisazione che, in ossequio alla legittima decisione della Conferenza Episcopale, non vi è obbligo di recarsi a Messa in quel giorno.
Pertanto, in accordo con i nn. 356-361 delle
Rubricae Generales Missalis Romani del 1962, è appropriato celebrare la festività la domenica cui è stata trasferita dalla Conf. Episcopale, come è sempre stata l’abitudine in molti Paesi.
F.to Mons. Camille Perl, Vicepresidente


In altri termini, l’Ecclesia Dei, pur riconoscendo l’indubbio ruolo regolatore dei vescovi quanto alle feste di precetto, si oppone a che sia vietato, a quei sacerdoti e fedeli che comunque lo desiderano pur in assenza di obbligo o precetto, di continuare a celebrare le dette feste nei giorni tradizionali; certamente, per coloro che invece non si avvalgono di tale facoltà, la festività dovrà essere ripetuta nella domenica cui il precetto è stato trasferito.

Il Presidente della Latin Mass Society nota che l’importanza di tale chiarimento è nel riconoscimento che il calendario tradizionale non può essere modificato o alterato da decisioni episcopali, ma resta un diritto dei fedeli legati alla forma straordinaria, ai quali è quindi concessa la libertà di decidere autonomamente se desiderano attenersi alla data tradizionale oppure se recarsi a Messa la domenica successiva.

Analoga ratio di autoresponsabilità e di libertà concessa ai fedeli della Messa antica è ravvisabile nel responso dell’Ecclesia Dei del 22 settembre 2008, finora inedita e che qui pubblichiamo in copia, e inerente un caso speculare a quello sopra visto: i fedeli chiedevano se fosse possibile celebrare la sera del 2 novembre la Commemorazione dei Defunti in forma straordinaria: poiché quest’anno il 2 novembre cadeva di domenica, secondo il vecchio calendario la celebrazione si sarebbe dovuta spostare al lunedì 3 novembre; il che avrebbe rappresentato nel caso specifico un problema, essendo possibile solo di domenica avere la partecipazione di coro e strumentisti per accompagnare la liturgia con la Messa da Requiem di Mozart.



Clicca sulla foto per ingrandire



La risposta dell’Ecclesia Dei, a firma del Vicepresidente, è positiva (va detto peraltro che la Messa era prevista in ora vespertina della domenica 2 novembre), con la precisazione che "sembra logico che la celebrazione della ‘Commemoratio omnium fidelium defunctorum’ sia comune per le due forme del Rito Romano" e che "il proposito di celebrare la Messa di Requiem solennemente la sera del 2 novembre va certamente nel senso giusto". Queste ultime osservazioni possono impensierire chi tema un futuro intervento sul calendario tradizionale, ma nel medio periodo sarà inevitabile ed anche opportuna qualche forma di armonizzazione tra i due calendari. Si tratterà anche di un segno di successo del motu proprio: finché c’erano poche "riserve indiane" tradizionaliste, come ai tempi dell’Indulto, non sussisteva certo il problema pratico di coordinare i calendari.


In ogni caso, quello che conforta è che la prassi della Commissione Ecclesia Dei si muove nel senso più saggio, ossia di non imporre ma di consentire: sicché si può fondatamente sperare che, anche se qualche festa fosse in futuro armonizzata col nuovo calendario (e non è detto che non siano le feste del nuovo calendario ad essere spostate in accordo con quello antico, come sarebbe ad es. auspicabile per la festa di Cristo Re), sia garantita la possibilità, per chi lo desidera, di continuare ad attenersi alle vecchie usanze: cosa che sarà facilmente esperibile nelle chiese dedicate esclusivamente all’usus antiquior, ma appare difficile, e forse nemmeno opportuna, nelle realtà parrocchiali in cui convivono celebrazioni in forma ordinaria e straordinaria.

giovedì 18 dicembre 2008

Ciclo di conferenze a Bergamo su motu proprio e nuova evangelizzazione

Apprendiamo e volentieri pubblichiamo che si terranno a Bergamo due conferenze di grande interesse

Sabato 10 gennaio 2009 ore 18.00
Don Mauro GAGLIARDI
Pont. Univ. Regina Apostolorum
Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del S. Pontefice
Conferenza su:
La riforma di Benedetto XVI:
la liturgia tra innovazione e tradizione
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Sabato 7 febbraio 2009 ore 18.00
P. Vincenzo NUARA o.p.
Referente della "Amicizia sacerdotale Summorum Pontificum"
Conferenza su:
L'educazione al sacro, al bello e al vero, vie per la nuova evangelizzazione:
la S. Messa in rito Romano antico

Entrambi gli appuntamenti si svolgeranno in Bergamo, Casa del Giovane, Sala degli Angeli, via Gavazzeni 13. Per informazioni: messatradizionale@gmail.com - cell. 335.53.77.830

mercoledì 17 dicembre 2008

Tre persone fanno un gruppo stabile!

Il sito New Liturgical Movement contiene, a firma del suo collaboratore Gregor Kollmorgen, il riassunto in inglese di un interessantissimo e, perdonate l’enfasi, capitale articolo del canonista Prof. Norbert Lüdecke dell’Università di Bonn, apparso sul Liturgisches Jahrbuch, 2008, I, p. 3 ss., a commento del motu proprio Summorum Pontificum. Il dato preliminare da mettere in risalto è che si tratta di una pubblicazione molto ufficiale, poiché edita dal Deutsches Liturgisches Institut che dipende dalla Conferenza Episcopale tedesca.
Ecco i punti chiariti dal dotto canonista

  1. I vescovi possono sì emanare "note e istruzioni per l’applicazione" del motu proprio Summorum Pontificum, ma non possono aggiungervi "nuovo contenuto vincolante".
  2. Le istruzioni della conf. episcopale tedesca 27.9.07 non sono perciò vincolanti per il singolo vescovo.
  3. La celebrazione della Messa sine populo deve essere concessa, salvo in caso di ostacoli insormontabili, "in ogni luogo legittimo". Pertanto "restrizioni dell’usus antiquior a certi luoghi o orari per leggi particolari sono [..] inammissibili".
  4. Nella Messa sine populo i fedeli possono partecipare spontaneamente, cioè senza obbligo. E’ quindi lecito avvertire altri fedeli di questa celebrazione
  5. Per costituire il gruppo che, secondo il motu proprio, è prerequisito per celebrare la Messa in forma straordinaria cum populo, il numero di tre persone è sufficiente. Non è lecito al vescovo diocesano fissare un numero minimo più alto.
  6. Il parroco non deve discriminare le Messe in forma straordinaria "tenendole segrete o fissandole ad orari difficilmente accessibili"
  7. "Il Papa non ha legiferato che il parroco possa accogliere la richiesta dei fedeli interessati. Egli ha ordinato che il parroco debba farlo".
  8. I fedeli il cui diritto alla S. Messa nella forma antica è negato dal parroco non hanno soltanto la possibilità, ma anzi il dovere di informare di ciò il vescovo diocesano.
  9. Le richieste per la liturgia tradizionale non sono "petizioni di grazia o favore". "Il parroco al pari del vescovo diocesano sono legalmente vincolati ad accogliere tale richiesta".
  10. Il consenso del vescovo per una S. Messa conforme all’antico uso, istituita da un parroco in adesione al desiderio di fedeli, non è richiesta.
  11. Ministri straordinari dell’eucarestia laici nonché donne nel ruolo di chierichette e ministranti non sono consentiti nella liturgia tradizionale.

La "regola del tre" per formare il gruppo stabile non è altro se non l'applicazione del tradizionale brocardo giuridico Tres faciunt collegium (per i giuristi: il riferimento alle Pandette è D. 50.16.85), da sempre recepito dal diritto canonico.

Ricordiamo infine che la differenza tra Messa senza popolo che, come abbiamo visto e come dice l’art. 4 del motu proprio (clicca qui per il testo in latino, clicca qui per l’italiano) consente benissimo che "popolo" ci sia, e la Messa con popolo, è che quest’ultima è una "messa d’orario" regolare e come tale pubblicizzata, a differenza della prima.

martedì 16 dicembre 2008

Nomine episcopali in Francia. Un nuovo corso?

Il vescovo di Amiens mons. Bouilleret (quale dei due? Perché, c'è molta differenza?), presule emblematico di nomine episcopali poco felici nella Chiesa francese.











L'episcopato francese è tradizionalmente refrattario, fin dai tempi del gallicanesimo, alla supremazia romana; a ciò si è aggiunto, da 45 anni a questa parte, un progressismo esasperato che almeno a noi italiani è stato per fortuna risparmiato, in quegli eccessi. Poiché l'abito fa il monaco, checché se ne dica (o meglio: l'abito non è sufficiente a fare il monaco, ma senz’abito non c'è proprio monaco), basti dire che la maggior parte dei presuli francesi gira abitualmente, anche nelle occasioni pubbliche, in giacca e cravatta: il clergyman è già troppo "romano" e "integralista". Non parliamo dell’abito talare!

Questo aspetto vestimentario non è che una spia di tutto il resto: creatività liturgica dissennata (il Messale è non di rado considerato alla stregua di un canovaccio della Commedia dell'arte), istituzione di perniciose équipes liturgiche per appaltare di fatto a dei laici "impegnati" (e solitamente iconoclasti) la gestione di celebrazioni sempre più "comunitarie", infantili e raffazzonate (l'ultima invenzione? La ‘Messa che prende il suo tempo’, con tanto di bicchierata comunitaria, definita "una liturgia che respira per permettere a ciascuno di fermarsi, di ritrovare se stesso per lasciarsi interpellare dall'Evangelo": se non ci credete, cliccate qui, sul sito dei gesuiti francesi).

Poiché c'è una proporzione diretta (scientificamente e sociologicamente accertata: clicca qui) tra il grado di progressismo antitradizionale e l'abbandono della pratica religiosa con caduta delle vocazioni (chi diceva che l'albero si riconosce dai frutti?), la Francia è oggi una delle nazioni europee più scristianizzate: a messa ogni domenica va meno del 5% dei Francesi (in Francia ci sono più musulmani che vanno settimanalmente alla moschea che cattolici che vanno la domenica in chiesa: vedi la statistica). E se 50 anni fa la quasi totalità dei nati veniva battezzata, oggi meno della metà dei neonati possono considerarsi, anche solo formalmente in base al certificato di battesimo, di religione cattolica.

Questa situazione fallimentare è sotto gli occhi di tutti, eppure l'episcopato transalpino, come l'alcolista che nega cocciutamente di avere problemi col bere, si sforza di far credere che i cattolici, benché meno numerosi, sono più motivati, impegnati, formati, ecc. In realtà le statistiche mostrano tristemente che i pochi praticanti, "sopravvissuti" a decenni di sbandate liturgiche e dottrinali, sono in media molto anziani e in buona misura hanno perso elementi importanti della Fede (come la nozione della Presenza Reale di Gesù nell'Eucarestia), oppure sono convinti irenicamente che tutte le religioni si equivalgono (lo pensa il 63% dei pochi praticanti – mentre significativamente i non praticanti sono un pochino più ortodossi, dato che la percentuale scende al 60% - secondo una statistica apparsa il 12.11.07 su La Croix, quotidiano semiufficiale della Chiesa francese). Altra ricorrente affermazione: la diminuzione (in realtà crollo) delle vocazioni sarebbe una occasione "storica" per promuovere il ruolo dei laici, ammettendoli sempre più a ruoli finora svolti dai sacerdoti e elidendo nei fatti la distinzione tra i rispettivi ministeri: alcuni vescovi propugnano perfino l'abolizione delle parrocchie e la sostituzione con "unità pastorali" formate da laici sotto la mera presidenza di un prete (uno per non meno di 10-20 ex parrocchie).

Gli unici elementi ancora vitali del cattolicesimo francese si trovano o nel movimento tradizionalista (che infatti è in Francia molto forte e combattivo, per reazione agli eccessi opposti della Chiesa "ufficiale") o nei nuovi movimenti più o meno carismatici, o in quelle rare parrocchie affidate a giovani sacerdoti, che sono pochi ma almeno generalmente più ortodossi del clero più anziano.

Al momento dell'elezione di Benedetto XVI la situazione era dunque questa. Nel disastro generale spiccavano due casi peculiari (ne tralasceremo un terzo, mons. Cattenoz ad Avignone, conservatore ma al tempo stesso avversario dell'insediamento di apostolati delle fraternità tradizionaliste). Il primo caso è Parigi, dove la situazione in termini di vocazioni e pratica religiosa era ed è ben migliore, grazie all'oculato e lungo "regno" del card. Lustiger (fino al 2005), cui è succeduto, con eguale linea, il suo ex vicario mons. Vingt-Trois. Mons. Lustiger era fidato amico di Giovanni Paolo II ed aveva provveduto a "ricentrare" l'andazzo ereditato dal suo predecessore, l'ultraprogressista card. Marty; restando peraltro fiero oppositore delle istanze tradizionaliste (quando s'era parlato di liberalizzare l'antico rito, Lustiger malato di cancro aveva lasciato il capezzale per andare a Roma a dissuadere il pontefice).

L'altro caso degno di nota è la diocesi di Tolone (anzi: Fréjus-Tolone), di cui è vescovo mons. Rey. Benché città di terzo piano, Tolone rappresenta in Francia, e in modo ancor più pronunciato, quel che da noi è la diocesi di Albenga-Imperia: un'oasi non ostile ad una sensibilità più tradizionale, in linea con la visione liturgica del nuovo Papa e con la mentalità del più giovane clero. Risultato: il seminario diocesano da solo ospita un decimo di tutti gli aspiranti preti di Francia, perfino più di quello di Parigi con tutti i suoi milioni di abitanti.

Con l'elezione di Papa Ratzinger ci si sarebbe attesi un cambio radicale di rotta. In realtà, a parte qualche caso di vescovi più "classici" (come mons. Centène, nella peraltro secondaria diocesi di Vannes), continuarono ad essere promossi esponenti della vecchia mentalità anni '70, molto "Spirito del Concilio", vecchi slogan e "apertura alle istanza del nostro tempo".

All’inizio del 2008 l'abbé Claude Barthe, intelligente e libero sacerdote di sensibilità tradizionale, ha pubblicato un illuminante studio (presente on line qui) dedicato al problema delle nomine episcopali in Francia e sottotitolato "Le lentezze di un mutamento", proprio per indagare le resistenze che impediscono un cambio di rotta di cui qualunque persona di buon senso (non necessariamente un conservatore, ma un qualsiasi analista anche superficiale dei dati statistici) vede l'assoluta urgenza.

Ebbene, in quest'anno di grazia 2008 si possono cogliere incoraggianti segnali di questo atteso cambiamento. Forse perché si approssima l'età pensionabile (75 anni a fine gennaio 2009) del Card. Re, nemico acerrimo della Messa tradizionale e Prefetto della Congregazione dei Vescovi (che ha il compito di preparare le nomine), di cui si dice che il Papa non si fidi più (et pour cause!), al pari del segretario della stessa Congregazione, mons. Monterisi. Forse per la rimozione nella primavera scorsa dalla curia romana di mons. Duthel, già quinta colonna dell'episcopato francese progressista in seno alla Sezione francofona della Segreteria di Stato ed influente consigliere nella scelta degli episcopabili (e, si dice pure, solito fotografare i seminaristi francesi a Roma che si azzardassero in talare, per denunziarli al loro vescovo in vista di auspicabili espulsioni dal seminario). Forse pure, chissà, perché il libello dell'abbé Barthe è stato letto molto in alto...
Fatto è che l'oliata macchina delle nomine episcopali per la Francia sembra essersi inceppata ed essere ripartita con tutt'altra andatura, rappresentata da queste gustose novità:
  1. La prima è stata, ad aprile, la nomina ad ausiliare di Nanterre di mons. Brouwet, che non solo è molto giovane, ma è un partecipante dell'annuale "pellegrinaggio della Tradizione" da Parigi a Chartres. Un peccato capitale, agli occhi di molti suoi colleghi. Chissà come l'ha presa il vescovo di Nanterre mons. Daucourt, che per anni (ai tempi dell'indulto) ha snobbato con sufficienza le numerose richieste di fedeli che chiedevano una Messa tradizionale. Per ora si è limitato a proibire al suo nuovo ausiliario di occuparsi dei fedeli tradizionalisti.


  2. Molto più eclatante, a ottobre, la nomina a vescovo di Bayonne (una tra le diocesi più disastrate dal progressismo) di Mons. Aillet, già vicario generale della diocesi di Tolone (quella filotradizionale, come detto), ma soprattutto membro della Comunità San Martino che era stata fondata a Genova dal Card. Siri per quei sacerdoti francesi che fuggivano dal progressismo imperante. Non è escluso che abbia inciso sulla nomina l'influenza del giovane monsignore di Curia Martin Viviès, anch'egli della medesima comunità. Mons. Aillet gira sempre in tonaca (tanto che pare che il nunzio in Francia Fortunato Baldelli, tra l'altro finora corresponsabile del pernicioso andazzo delle nomine progressiste, gli abbia chiesto di cambiar abito per non urtare la sensibilità del suo presbiterio e, soprattutto, dei suoi "colleghi" vescovi). Il nostro è inoltre biritualista, poiché celebra regolarmente anche in forma straordinaria ed ha scritto un piccolo e favorevole trattato sulla Messa tradizionale. Alla sua consacrazione il 30 novembre 2008 ha predicato l’obbedienza al Papa, il celibato dei preti e il ruolo insostituibile dei sacerdoti. Per la Francia, una vera e benefica rivoluzione!


  3. Il 21 novembre, alla diocesi di Le Mans, è stato nominato mons. Le Saux, finora responsabile di preti, diaconi e seminaristi della comunità dell'Emmanuel. Non un gruppo tradizionale, ma comunque uno di quei movimenti che i progressisti vedono come fumo negli occhi per il loro repli identitaire (ripiegamento identitario ossia, tradotto in linguaggio corrente, semplicemente ortodossia).


  4. E con un'accelerazione stupefacente, è venuta subito dopo la nomina di Mons. Batut a vescovo ausiliario di Lione: stiamo parlando, Signori, dell'attuale parroco della chiesa parigina di St-Eugène-Ste Cécile, chiesa dell'indulto, dove il nostro eroe celebra nelle due forme del rito romano: non solo, ma anche la Messa di Paolo VI è in latino e "spalle al popolo" (perdonate quest'espressione, solitamente dispregiativa, ma ci piace troppo)!

Belle nomine, vero? Una magnifica risposta alle arroganti e piccate affermazioni di esponenti influenti dell'episcopato francese, che poco dopo la visita del Papa in Francia a settembre 2008 (quando li "rimproverò" per la chiusura verso i tradizionalisti, per la promozione eccessiva del ruolo dei laici nella liturgia e per le "benedizioni" ai divorziati risposati), ebbero a dire che il Papa non è il direttore generale di un'azienda che visita una succursale e che perciò era stato accolto come un fratello dai vescovi con cui è in comunione, senza alcuna subordinazione servile (card. Vingt-Trois: leggi la notizia sui mezzi di stampa qui), e che il Papa non è il capo della Chiesa, ma il primo tra i fratelli (mons. Patenôtre, arcivescovo di Sens-Auxerre, citato qui, noto vescovo "d'apertura", cioè progressista).

Vedremo se la fausta tendenza nuova è destinata a consolidarsi (forse l'aria sta davvero cambiando, se il card. Vingt-Trois lo scorso 14 dicembre ha accettato di celebrare more antiquo) e, auspicabilmente, ad essere esportata in altri Paesi che ne hanno proprio bisogno.

Vostro
Occam